Vita da braccianti nella Calabria rossa

di Valerio Nicolosi

La raccolta delle arance. Per questa stagione sono arrivate 1.600 persone nella Piana di Gioia Tauro, molte di più rispetto agli anni precedenti, nonostante il lockdown. Gli operatori di Medu garantiscono loro tamponi e assistenza sanitaria. E nella tendopoli di San Ferdinando cominciano a spuntare casette di fortuna

Con le prime luci dell’alba sulla Piana di Gioia Tauro i caporali iniziano il giro e con cadenza regolare si accostano a caricare i braccianti che passeranno il resto della giornata nei campi a raccogliere le arance. Quelli che non rientrano in questo giro si sono organizzati con delle vecchie biciclette, alcune troppo piccole per loro ma indispensabili per coprire i 10 o 20 chilometri che ogni mattina devono percorrere per arrivare al campo. La paga di 4 o 5 euro l’ora è troppo bassa per comprarne una nuova, così come gli accessori. Ogni spesa extra rispetto al cibo va a finire nei money transfer che fanno arrivare i soldi alle famiglie nei Paesi d’origine.

Per arrivare in tempo al lavoro con la bicicletta bisogna partire prima dell’alba e nelle strade buie che percorrono l’interno della Piana camion e macchine fanno fatica a vedere le centinaia di biciclette che corrono lungo i bordi delle strade. Tra chi tornava dal lavoro la sera del 18 dicembre c’era Bassama Gora, originario del Senegal e investito da una macchina nei pressi di Gioia Tauro. L’automobilista dopo l’incidente non si è fermato e ora è accusato di omicidio stradale e omissione di soccorso.

«Abbiamo comprato luci e braccialetti catarifrangenti da mettere sulle bici e sulle braccia, è l’unico modo per rendersi visibili e non essere investiti» racconta Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope, progetto della Fcei, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, a sostegno dei migranti.

Lui e altri operatori ogni pomeriggio si posizionano lungo le strade per distribuire gli accessori che possono garantire la sicurezza dei migranti durante gli spostamenti.

I braccianti per questa stagione di raccolta sono di più rispetto agli anni precedenti. In 1.600 sono arrivati in Calabria per cercare lavoro. Il periodo in cui la Calabria è stata zona rossa ha messo in difficoltà i braccianti perché non potevano uscire dai ghetti nei quali vivono. Questo vuol dire non poter inviare i soldi alle famiglie e il problema potrebbe ripresentarsi durante le feste di Natale: solo i pochi che hanno un contratto potranno recarsi al lavoro nei giorni in cui tutta Italia sarà zona rossa. Chi offre un presidio sanitario ai braccianti è Medu, che con la clinica mobile si sposta fuori dai campi e offre sia assistenza medica che legale. «Molti di loro avevano la tessera sanitaria scaduta e quindi non potevano accedere ai servizi sanitari. Passando tutto il giorno nei campi è complicato per loro rinnovare i documenti» racconta Ilaria Zambelli, responsabile per il progetto di Medu.

Di notte l’umidità nei campi gela le ossa e anche una semplice influenza in questo momento può destare allarme nei container o nelle tende sovraffollate. Nella tendopoli di San Ferdinando sono stipati come sardine e per diminuire il numero di persone dentro le tende, i braccianti hanno iniziato a costruire delle baracche.

Tra gli oltre 600 braccianti che vivono nella tendopoli c’è Badu, un ragazzo maliano che da quasi 10 anni è in Italia. «Ho fatto il bracciante nei primi anni, lavoravo a Rosarno, a Foggia e a Saluzzo. Poi ho trovato lavoro in fabbrica a Pordenone ma con il Covid l’azienda è andata in crisi e quando è scaduto il contratto non me lo hanno rinnovato. Sono tornato qua, è l’unico lavoro possibile in questo momento» racconta mentre in bicicletta torna alla tendopoli.

Tra gli ex braccianti che sono riusciti a trovare un’alternativa c’è Ibrahim Diabate, ivoriano che oggi lavora come mediatore culturale di Mediterranean Hope. Vive a Rosarno da anni e in questi mesi sta gestendo un progetto insieme al comune e a Medu per fare tamponi rapidi per il Covid alla cittadinanza di Rosarno. «Abbiamo iniziato il 3 dicembre e la risposta è stata ottima» racconta Diabate.

Dopo uno screening ai dipendenti comunali e al personale scolastico la possibilità di fare il tampone è stata allargata a tutti. «Abbiamo comprato 1.000 tamponi e stiamo raccogliendo i fondi per prenderne altri e continuare questo lavoro nei prossimi mesi» dice Ilaria Zambelli..

Ad appena 67 chilometri da questa realtà c’è un piccolo comune che sembra essere un altro pianeta rispetto a Rosarno, soprattutto perché non sono solo giovani uomini che lavorano nei campi ma famiglie che hanno accesso all’accoglienza.

Camini è accanto alla più famosa Riace e la cooperativa Jungi Mundu dal 2011 si occupa di accoglienza. Nel centro storico del paese ci sono 350 abitanti e 100 di questi sono richiedenti asilo o rifugiati.
«Abbiamo recuperato un paese che stava cadendo a pezzi» racconta Rosario Zunzolo, presidente di Jungi Mundi. «Quando ero piccolo questa parte era disabitata e nessuno ci voleva vivere, così abbiamo iniziato a sistemare le case e ad accogliere le persone. Abbiamo iniziato con 15 e oggi possiamo ospitarne fino a 118» aggiunge Rosario.

Non solo accoglienza ma anche e soprattutto laboratori. Sartoria, agricoltura, edilizia, cucina e tessitura sono le attività alle quali i beneficiari e tutti i cittadini di Camini possono accedere. «Siamo partiti lo scorso dicembre e abbiamo già prodotto tappeti, borse, sciarpe e altro» racconta Girolamo che lavora con un telaio antico insieme a diverse donne. Un vero e proprio sistema che ha creato servizi in uno dei tanti comuni calabresi che stava sparendo. Chi ha scelto di fermarsi qui è Filmon, arrivato dall’Eritrea nel settembre 2013. Nel suo Paese coltivava e allevava galline, oggi ha creato un piccolo allevamento, lavora nell’edilizia e ha 3 figli, tutti nati a Camini. «Stiamo ristrutturando le case perché tante persone hanno comprato nel centro storico negli ultimi anni. Quando sono arrivato era un altro paese, oggi è molto più bello» chiosa Filmon.

(ilmanifesto.it , 20 dicembre 2020)

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