Sulla propria pelle, la Storia
di Vinzia Fiorino
Gli interrogativi che rivolgiamo alla storia, quasi ineluttabilmente, muovono da fatti e contesti del tempo presente. Mi pare del tutto tragicamente evidente che oggi ci troviamo immersi in una forma di necropolitica, cioè in una declinazione di sovranità che decide con agio chi può vivere e chi deve morire. Eppure, se da un lato a queste tanatopolitiche – con conseguenti sentimenti di angoscia e di smarrimenti collettivi diffusi – stanno significativamente reagendo importanti movimenti giovanili (e non), dall’altro non sarà vano rivolgersi a quella generazione di resistenti che nella catastrofe del secondo conflitto mondiale non solo hanno tenacemente pensato al «mantenimento della vita», ma hanno soprattutto elaborato e scritto di diritti, di libertà, di relazioni sociali. Hanno cioè attraversato gli abissi della sofferenza e immaginato un nuovo modello di organizzazione culturale e politica.
Molto sappiamo e moltissimo la storiografia ha riflettuto sull’esperienza delle donne nella Resistenza italiana, che per fortuna non indichiamo più con il termine riduttivo di «contributo». Più in ombra sono rimaste le loro elaborazioni politiche, le loro visioni del mondo, sempre molto intrecciate alle esperienze vissute. Ed è proprio in riferimento al contesto odierno che è importante riferirsi a quel passaggio storico fondativo.
Nel complesso mi sembra che la riflessione e l’operato delle partigiane ruotino attorno ad almeno due assi: se la violenza fascista prima e della guerra poi aveva fortemente messo a rischio la vita e ridotto le esistenze a pura sopravvivenza, le resistenti pongono come nucleo centrale della politica la salvaguardia della stessa esistenza. Rivendicare precisi diritti e dar corpo alla cittadinanza significava transitare da una condizione di mere esistenze ridotte a portato biologico, da una riduzione a «nuda vita» all’acquisizione di uno status di titolari di diritti, con esistenze qualificate e relazioni sociali consolidate.
Attorno alla nuova cittadinanza repubblicana si intravede pertanto un chiaro processo di soggettivazione, che avrebbe dovuto segnare per le donne un ruolo diverso all’interno della famiglia e inaugurare un nuovo rapporto con lo Stato. Questo passaggio avrebbe dovuto portare alla piena uguaglianza nel diritto di famiglia, al pieno riconoscimento di vecchi e nuovi diritti, ad una piena autodeterminazione. Non sarà così. Restano, tuttavia contenuti fondanti che attraversano, almeno in parte, l’esperienza politica delle partigiane e a cui le deputate costituenti cercheranno poi di dare una più formalizzata concretezza normativa.
In questa prospettiva possiamo leggere in filigrana la storia di Teresa Noce, antifascista e deputata all’Assemblea costituente, nonché componente della Commissione dei 75, l’organismo ristretto che materialmente ha redatto il testo costituzionale. Fa esperienza sulla propria pelle del fatto che per le donne è un’altra storia: personale e politico per un verso e sessualità e potere per un altro non sono ambiti così separati come vengono presentati almeno a partire dall’Ottocento.
«Sartina» in lotta su questioni sindacali, si accorge prestissimo che «il padrone metteva le mani dentro il seno» delle giovani operaie; pagherà, uscendone sconfitta, il prezzo della priorità delle ragioni della politica e di partito rispetto alle sue private vicende matrimoniali. No, per le donne la politica è proprio un’altra storia. Vuole superare l’artificiosità di quella separazione tra privato e politica che i nostri sistemi politici e culturali avevano edificato impegnandosi, da deputata, ad affermare la funzione sociale (e non solo naturale) della famiglia e della riproduzione.
Sarà la prima firmataria, nel 1950, della legge sulla «tutela fisica ed economica delle madri lavoratrici», una tenue misura di welfare che supporta le donne in un paese in cui è soltanto la famiglia ad occuparsi di quest’ambito. Se politica è garanzia universale di vita, salute, sviluppo morale ed intellettuale, non possono esserci deroghe alla pace né si possono discriminare i bambini «illegittimi» da quelli legittimi.
La generalità non può, tuttavia, cancellare le condizioni specifiche: le casalinghe, in quanto non direttamente contribuenti e pertanto escluse dai sistemi di previdenza, devono essere garantite dalle politiche di assistenza; si impegnerà a lungo per colmare questo squilibrio (rinvio a Anna Tonelli, Nome di battaglia Estella. Teresa Noce, una donna comunista del Novecento, Le Monnier, 2020).
Non doveva essere neppure così impassibile Teresa Noce se dal campo di Ravensbrück, dove era stata deportata nel 1943 perché antifascista, pensò di organizzare una festa per l’8 marzo; ma le prigioniere «politiche» erano troppo deboli e affamate, dovettero rinunciare. Anche nel pensiero rivolto ad una festa c’è un segno di resistenza fortemente connotata dal genere.
La diffusione oggi delle violente logiche – belliciste e non – impone un ripensamento e una ridefinizione dalle fondamenta dei modi, degli immaginari e dei significati della politica, auspicabilmente inclusiva e pacifista.
(ilmanifesto.it , 24 aprile 2026)

