“Preferirei di no”, le toghe rosse contro la riforma della giustizia

di Mario Di Vito

Verso il referendum Roma, inizia il congresso di Magistratura Democratica

Eccole, dunque, le famose toghe rosse. Al nuovo cinema Aquila, al Pigneto, in un invivibile pomeriggio romano di pioggia, Magistratura democratica ha aperto il suo venticinquesimo congresso con una maratona oratoria. Ovvio – inevitabile – il tema: il referendum costituzionale. Ripreso da Melville il titolo dell’iniziativa: «Preferirei di no», come diceva Bartleby lo scrivano.

Il perché lo dice la presidente Silvia Albano, circondata dai cronisti all’arrivo: «Il cuore della riforma è l’indebolimento dei presidi di autonomia e indipendenza della magistratura». Da Nordio a Bartolozzi, da Meloni a Mantovano: ormai lo dicono senza problemi. Sembra un complotto per smentire la propaganda dei pur volenterosi giuristi che sostengono il Sì: più dicono che da nessuna parte si afferma che il governo vuole sottomettere la magistratura e più dal governo si ribadisce che invece l’intenzione è proprio quella. E vale tutto. Anche i casi di cronaca nera che affollano i palinsesti pomeridiani, i cold case le cui sentenze definitive non vengono considerate tali ormai da nessuno. La colpa è sempre dei giudici, chiaramente. E tutto questo negli stanchi conteggi della par condicio non viene considerato, anche se è la vera arma in mano ai sostenitori del Sì. «Ma questa riforma in nessun modo servirà a evitare gli errori giudiziari – ha detto ancora Albano -. Anzi nei sistemi in cui il pm è sostanzialmente il capo della polizia abbiamo molti più errori che in Italia». Se vince il No c’è un rischio per la tenuta della democrazia come dice Mantovano? Sempre Albano: «Al contrario, il tema si pone se passa la riforma».

Dentro, nella sala centrale del cinema, si alternano decine di voci (anche quella del direttore del manifesto, Andrea Fabozzi) per esprimere il medesimo pensiero: il 22 e il 23 marzo si vota no. Ciascuno lo fa per motivi diversi. Emiliano Manfredonia, delle Acli, sottolinea: «Vogliono cambiare il 5% della Costituzione, non è affatto poco». Patrizio Gonnella di Antigone dice che il No è l’unica vera scelta garantista. E che comunque ci sarebbe bisogno di altre riforme, per esempio – ma quasi un sogno – «la difesa pubblica» teorizzata da Luigi Ferrajoli. Bella provocazione in un momento in cui il governo sta tagliando anche le difese d’ufficio (per ora solo ai migranti). Si vedono persino gli avvocati, come Franco Moretti: «Non è vero che siamo tutti per il Sì. Anzi. Io sono qui per dire che attaccare la magistratura vuol dire anche attaccare l’avvocatura». E gli uomini di spettacolo: Pif e Lino Guanciale appaiono in video, se per il primo non è una novità, il secondo non si era ancora espresso. In platea c’è chi lo vorrebbe come leader del campo largo. Lo dicono anche per Pierluigi Bersani, arrivato poco prima dell’ora di cena. Non manca la gente comune. C’è chi entra e chiede chi sia questo e chi sia quello, perché fa strano vedere un cinema pieno di giudici, l’immagine del togato che vive nella torre d’avorio non sempre è lontana dalla realtà. Il segretario Stefano Musolino (in scadenza di mandato) nei giorni scorsi al manifesto aveva parlato della «ambizione di continuare a parlare di diritti anche in un momento del genere».

Oggi il dibattito entra nel vivo al centro congressi di via Alibert. Si continuerà a parlare del referendum ma i temi degli incontri saranno soprattutto altri, quelli in un certo senso della tradizione di Md: lo stato di diritto e la sua difesa, soprattutto oggi, che in tutto il mondo esiste chi lo considera ormai un fastidioso orpello utile solo a limitare il potere del capo di turno. A pensarci bene, in effetti, anche questo tema riguarda il referendum. «Questi giudici non mi sembrano così estremisti», dice un signore fuori dal cinema quando ormai è sera. Dovrebbe essere un complimento.

(ilmanifesto.it , 12 marzo 2026)

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