Il primo maggio del lavoro che verrà

di  Valerio Castronovo

Quest’anno la ricorrenza dei Primo Maggio cade nel mezzo di una pandemia che sta decimando pressoché dovunque le fila dell’occupazione e mette a repentaglio anche la transizione dal lavoro ai lavori, in corso da vent’anni a questa parte, innescata dalla quarta rivoluzione industriale.
Ci troviamo perciò a che fare con una situazione estremamente ardua e senza precedenti.
Poiché la falcidie di milioni di posti di lavoro provocata dai devastanti effetti economici del coronavirus è venuta sovrapponendosi a un processo in atto, già di per sé complesso e travagliato, consistente nel passaggio verso una struttura occupazionale caratterizzata da una crescente mobilità spaziale e flessibilità temporale della forza lavoro.
In seguito all’impiego delle “macchine intelligenti” e alla diffusione della Rete, il lavoro standardizzato, concepito in funzione di un perimetro prefissato e garantito da rapporti contrattuali per lo più a tempo indeterminato, che era il piedistallo nell’industria manifatturiera e in alcuni importanti settori di servizio, ha cessato man mano dì avere il ruolo preminente che rivestiva in passato. E ciò in coincidenza coi superamento del sistema di fabbrica fordista e con la nuova intelaiatura modulare e “per isole” delle medie-grandi imprese, con i loro strumenti sempre più perfezionati di misurazione, controllo e computo che hanno ridotto l’incidenza delle operazioni manuali di tipo esecutivo e consentito di governare quanto si produceva nel suo insieme e di sintonizzarlo in tempo reale alla domanda e alle tendenze del mercato.
D’altro canto, per via della progressiva espansione sia del comparto terziario sia delle attività collaterali alla produzione industriale legate al marketing e alla comunicazione, nel quadro della globalizzazione, si è andato ampliando il mondo del lavoro, al punto da trasformarsi in un universo molecolare, popolato da varie categorie di lavoratori autonomi o semi-dipendenti, a part-time o a domicilio, da una moltitudine di figure atipiche, parasubordinate o paraimprenditoriali, dalle prestazioni fluttuanti.
E il mercato del lavoro ha assunto una fisionomia ibrida e frastagliata per la coesistenza di regimi normativi, di forme contrattuali, di statuti professionali differenti o cangianti.
In questo contesto così frantumato l’idea di un lavoro stabile e duraturo, basato su un percorso lineare o quantomeno prevedibile, e perciò tale da segnare certe abitudini di vita e da definire l’identità di ognuno nell’ambito della propria comunità, ha finito col perdere via via quella consistenza e pervasività che aveva acquisito e mantenuto per lungo tempo in passato, e aveva costituito inoltre il principale modello di riferimento delle organizzazioni sindacali.
Ma adesso la tempesta che s’è abbattuta col Covid19 su questo mondo del lavoro in lungo e in largo, e quindi su un agglomerato sempre più ampio e volatile di segmenti e profili lavorativi, rischia di produrre effetti sconvolgenti e micidiali soprattutto nelle democrazie occidentali più avanzate.
Al fine di contrastare questo grave pericolo risulta senz’altro importante il fatto che la Commissione di Bruxelles abbia deciso nei giorni scorsi di istituire una sorta di Cassa integrazione europea con una dotazione di cento miliardi.
Ma occorre anche che i singoli Stati della Ue provvedano a un ampliamento degli “ammortizzatori sociali” al di là dei loro congegni tradizionali, mediante l’adozione di nuove efficaci politiche attive del lavoro, finalizzate a una formazione del capitale umano imperniata sulla sinergia fra istruzione e lavoro, fra l’acquisizione di un patrimonio personale di nuove conoscenze professionali e culturali e l’accrescimento della qualità del lavoro e delle opportunità di occupazione. Sì tratta dunque di procedere tempestivamente ad un sostanziale aggiornamento del Welfare, dello “stato sociale” e delle sue risorse.

(ilsole24ore.com , 1 maggio 2021)

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