Il Parlamento: palude, intralcio o risorsa?

di Mauro Barberis

A cosa serve il Parlamento? È una domanda che bisognerebbe porsi, ad esempio quando ci si chiede se questo governo abbia ancora la maggioranza per approvare il Mes, la riforma dei decreti sicurezza e tutte le altre misure di questa lunga estate calda. Specie se si pensa che nell’election day di settembre non andremo a votare solo sulle Regionali, ma anche sulla riduzione del numero dei parlamentari, e sarebbe meglio avere uno straccio d’idea sul tema, prima di votare frettolosamente sì. Ci torno in conclusione.

Partiamo da un dato indiscutibile: la politica non gode buona stampa, e i parlamentari peggio ancora. Per i più, la politica è l’ultimo motivo d’interesse, dopo salute, lavoro, sport e tempo libero. E non parliamo della considerazione di cui godono i parlamentari, per la quale si potrebbe riciclare la vecchia battuta: «Non dite a mia madre che faccio il parlamentare, lei crede che faccia il pianista in un bordello». La scarsa considerazione di cui il Parlamento gode da sempre s’è poi inabissata con la pandemia, dopo che il governo ha fatto tutto da solo, senza coinvolgere i parlamentari. La domanda iniziale, dunque, si fa ancora più assillante: a che serve il Parlamento?

Mettiamo un primo punto fermo: il Parlamento non serve a fare le leggi, come lascia pensare la sua qualifica di organo legislativo. Sono cent’anni, a partire dalle due guerre mondiali, che i provvedimenti necessari e urgenti – ma ormai tutti lo sono – vengono presi dai governi per decreto, salva ratifica del Parlamento. Le ultime grandi riforme parlamentari – diritto di famiglia, Statuto dei lavoratori, divorzio, aborto… – risalgono al secolo scorso: quando il Parlamento, che oggi è visto come un intralcio, era percepito come una palude.

Le due misure più qualificanti del precedente governo Conte, reddito di cittadinanza e sicurezza, sono state prese per decreto, alla vigilia delle elezioni europee: unica necessità e urgenza, come gli italiani hanno capito poi. Quando però ci si chiede, come ha fatto giustamente Francesco Munari su queste pagine ieri, perché mai non prendiamo i benedetti soldi del Mes, ci si dimentica sempre un piccolo particolare: che su questo, in Parlamento, c’è ancora la maggioranza del governo precedente, e toccherà a Conte fare i salti mortali, fra Merkel, altri paesi europei e M5S, per portarli a casa a settembre.

L’esempio non sarà entusiasmante, ma serve a ricordarci a cosa serve davvero il Parlamento: non a fare le leggi ma a controllare il governo, dandogli e togliendogli la fiducia. Si chiama democrazia parlamentare, e non è il governo del popolo, come credono i populisti, ma il controllo del popolo sul governo. Certo, ci sono sistemi più semplici, come l’autocrazia o il sistema meritocratico cinese. Eppure Hong Kong e il Covid-19 ci ricordano che non funzionano tanto meglio.

Tornando al referendum di settembre, qualcuno potrebbe ricavare dal ridimensionamento del ruolo del Parlamento in tutti i sistemi politici democratici conclusioni favorevoli al sì, cioè alla riduzione del numero dei parlamentari: riduzione proposta dal M5S quando ancora voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Personalmente, la penso diversamente. Non si restituisce autorevolezza al Parlamento riducendo il numero dei parlamentari. Non ci sarebbe bisogno di consultare freneticamente le parti sociali o di immaginarsi degli Stati generali se, invece di delegittimarlo, si restituisse il Parlamento al suo ruolo di risorsa privilegiata della democrazia.

(http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it , 6 luglio 2020)

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