Il Covid in una stanza, diario di una malata fuori statistica

di Eleonora Martini

Nessuno mi ha mai contattata dalla Asl, nessuno ha mai inserito i dati generati dalla App sul mio telefono nel sistema di Immuni. Non sono mai stata tracciata. In quei giorni ho inviato due Pec. La prima al Sisp, il servizio dal quale dipende la gestione delle malattie infettive. La seconda al dirigente della mia Asl. Nessuna risposta

Non ho mai perso il gusto e l’olfatto. Sentivo ogni sapore e odore e avrei potuto gustare tutto, se solo ne avessi avuto la forza. Se solo avessi potuto, almeno per i primi 10/12 giorni, passare del tempo davanti ai fornelli. Per il resto, di sintomi ne ho avuti tanti, diversi e ne ho ancora, a dieci giorni dalla negativizzazione. Non facevo che dormire, notte e giorno, giorno e notte, come narcotizzata. Ed era anche l’unico modo per dare un po’ di pace ai miei polmoni. Poi sono arrivati pure tutti gli annessi e i connessi, dalla pelle all’intestino, le aritmie che ti svegliano nel mezzo della notte, il cuore in gola, il fiato che manca e i battiti che diminuiscono. Soprattutto il buio della mente, l’ignoto, la solitudine. Ma ancora di più l’impotenza, la terribile consapevolezza di una solitudine che non ha scampo né colpevoli, perché tutto il mondo, lì fuori, sta combattendo la tua stessa battaglia. E in tanti stanno pure molto peggio di te.

Premessa: ho scaricato l’app Immuni dal giorno del suo stesso lancio, tenendola sempre accesa e collegata. Mi muovo in autonomia con mezzi di trasporto personali, vivo sola, non ho figli, lavoro in parte da remoto e in redazione ho una stanza tutta per me. Sono stata attentissima; quest’estate mi sono concessa qualche rischio di più ma sempre all’aperto, perciò senza conseguenze, come ha confermato il test sierologico al rientro in città. Imprudentemente invece ho frequentato qualche giorno prima che i primi sintomi si manifestassero una palestra le cui misure di prevenzione e igiene – mi sono accorta in seguito – non erano poi così puntuali. Purtroppo ho scoperto recentemente che i gestori del club(in uno dei quartieri emergenti di Roma) non hanno avvisato tutti gli altri utenti che avevano partecipato alla lezione (a stanza piena e finestre chiuse) assieme a me.

E pensare che non appena arrivata la notizia della positività, mentre ero già a letto con febbre alta e tosse che non mi lasciava respirare, ho passato l’intera giornata al telefono per rintracciare e avvisare chiunque avessi incontrato e qualsiasi luogo avessi frequentato a partire dalle 48 ore antecedenti ai primi sintomi. Uno sforzo che in quel momento era quasi superiore alle mie capacità ma che volevo assolutamente fare, per scongiurare il propagarsi del contagio.

E ho fatto bene perché, malgrado la Regione Lazio dichiarasse allora di tracciare il 97% dei positivi, nessuno mi ha mai contattato dalla Asl, nessun operatore ha mai inserito i dati generati dalla App sul mio device all’interno del sistema di Immuni. Non sono mai stata tracciata, insomma. Né i miei dati sono finiti nelle statistiche dell’Rt. E a pensarci bene, visto la quantità di tempo che ho dovuto dedicare alla faccenda, senza l’automatismo garantito dalla App Immuni – se solo fosse stata imposta d’obbligo e messa nelle condizioni di funzionare davvero – quel lavoro di tracciamento non avrebbe potuto essere svolto da nessun altro con accuratezza, efficacia e tempi ragionevolmente compatibili con un servizio di massa. Per quanto personale potesse essere dedicato al contact tracing.

Mentre passavano i giorni e consumavo il secondo ciclo di doppi antibiotici senza trovarne giovamento, sentivo spesso il mio medico di base, bravissimo come non ne ho mai avuti prima, e dalla coscienza infinita, ma senza mezzi, costretto con le mascherine che ha comperato di tasca propria, a pochi anni dalla pensione, a seguire via telefono la maggior parte dei suoi pazienti, imparando a inviare mail seduta stante – addestramento forzato al multitasking – arrangiandosi per inoculare i vaccini antiinfluenzali nella sua stanzetta quattro per tre, supportato da una veterana del melting pot, ogni giorno a contatto con lingue, culture e difficoltà provenienti da qualche dozzina di nazioni diverse ma dallo stesso baratro sociale, stando alle stime ufficiali di questo quadrante orientato a sud est, antica borgata pasoliniana della prima periferia romana. Un quartiere che nelle statistiche cittadine si è piazzato al vertice dell’indice di contagio. E non potrebbe essere altrimenti, viste le masse di persone che si accalcano alle fermate dell’autobus o riempiono i marciapiedi, i senza fissa dimora che si sono moltiplicati in questo anno disgraziato, la movida dissennata (dalla quale mi sono sempre tenuta lontana).

Quel mio caro medico che, dopo aver tentato inutilmente di contattare le autorità sanitarie preposte e aver richiesto l’invio di una visita Uscar (Unità Speciale di Continuità Assistenziale Regionale), nel mezzo di una crisi mi raccomandò vivamente di chiamare l’ambulanza per farmi almeno controllare i polmoni. Per due volte ho avuto la valigia pronta, ma sapevo che nel migliore dei casi – in quei giorni era così – avrei dovuto trascorrere ore e ore in ambulanza fuori da un pronto soccorso, sapevo che avrei rischiato di peggiorare perfino la situazione.

«No, ti prego: andare in ospedale adesso è come andare in carcere. Aspetta, proviamo così, resisti, domani mattina cerco di mandarti un medico amico». A salvarmi è stato un vecchio compagno del manifesto, che negli anni Settanta militava nel collettivo di medicina dell’università e che ora lavora in un distretto dell’Asl romana. Il medico che il giorno dopo mi ha visitato senza ecografo, inserendomi a forza nella sua agenda del servizio Uscar, mi ha prescritto eparina e cortisone, mi ha impartito una serie di istruzioni spiegandomi con chiarezza le mie condizioni e i rischi, e da quel momento in poi è sparito. Risucchiato dal tritacarne dell’emergenza epidemica.

In quei giorni ho inviato due Pec. La prima al capo del servizio Sisp (Servizio igiene e sanità pubblica), quello dal quale dipende la gestione delle malattie infettive e la loro notifica (nel Lazio, però, a differenza che in Emilia-Romagna, per esempio, non esiste un sistema informativo unico di inserimento dei dati sulle malattie infettive: alcune Asl hanno il proprio sistema, altre fanno riferimento al Sisp). La seconda, al dirigente della mia Asl di riferimento. Entrambe senza risposta.

L’unico tentativo del mio doc andato a buon fine è stata la richiesta di aiuto del servizio di Telemedicina dell’Asl. Un operatore gentile mi ha telefonato per darmi un’informazione a metà (avevo un appuntamento per il test di controllo, due settimane dopo il tampone positivo, ma non sapeva dove avrei dovuto recarmi né a che ora), un consiglio inutile (scaricare l’App «Lazio doctor per Covid», in modo da poter comunicare i miei sintomi al medico di base, il quale non usa l’App ma risponde al telefono), e una falsa promessa (la chiameranno presto per il contact tracing). Alla fine dell’intervista, aveva sbagliato persona: abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo. Ma questo è un dettaglio di poco conto.

Da allora silenzio assoluto. Ho scoperto dopo, quasi per caso, che a Roma un drive-through non aperto al pubblico è riservato ai tamponi di controllo prenotati dalla Asl. Funziona, è rapido ed efficiente. I giovani e giovanissimi operatori sono affidabili, esperti ed empatici.

Ne sto uscendo. «Non è stata una passeggiata», come dice Totti. Ma per quelli che non hanno un prof. Zangrillo a disposizione, e nemmeno un amico del manifesto, ammalarsi di Sars-Cov-2, anche senza aver bisogno dell’ossigeno, può diventare un incubo che lascia segni a lungo. Se ne esci

(ilmanifesto.it , 27 novembre 2020)

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