Foro italico, estetica fascista e grandi eventi
di Luca Vettori
Sport La struttura, inaugurato nel 1932, fa da sfondo agli Internazionali d’Italia di tennis. La memoria del Ventennio si impone indisturbata nello spazio pubblico senza contributi critici o risemantizzazioni
Gli Internazionali d’Italia a Roma hanno incoronato vincitore Jannik Sinner, riportando a casa un trofeo che mancava dal 1976. Per il tennista altoatesino è il sesto Masters 1000 consecutivo (34 vittorie di fila), record assoluto. A splendere nelle telecamere, oltre alle movenze eleganti dei migliori tennisti del circuito mondiale, è stato anche il contesto marmoreo che ha accolto questo celebre torneo, tra i più seguiti al mondo: il Foro Italico, progettato da Enrico Del Debbio, fu inaugurato nel 1932 con il nome di Foro Mussolini e, ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, conserva numerosi simboli legati al regime fascista, dall’obelisco dedicato a Mussolini alle iscrizioni celebrative del Duce, alle statue trionfali in marmo bianco volte a suggerire una precisa idea di sport, di corpi, di estetica, di valori e di canoni.
Come osserva lo storico e ricercatore dell’Eurac, Hannes Obermair, in un’intervista pubblicata su Salto, «il Foro Italico è una sorta di brutalità scolpita nella pietra, un fascismo pietrificato», una monumentalizzazione della violenza simbolica del regime, che ora viene utilizzato come fiore all’occhiello di grandi eventi spettacolari e trasmessi a livello planetario. Più che eliminare le iscrizioni controverse – come proposto nel 2015 da Laura Boldrini – sarebbe opportuno risemantizzare e ricontestualizzare questi spazi, così da evitare che l’estetica fascista, attualmente lasciata priva di spiegazione critica, continui a imporsi indisturbata nello spazio pubblico, sia esso urbano, televisivo, sportivo.
In quanto ex atleta nazionale ho avuto modo di giocare nel campo centrale del Foro Italico e di essere premiato nel Palazzo H, nella sala delle riunioni del Coni, dove campeggia il grande dipinto La Roma di Mussolini, un’opera enorme, commissionata da Achille Starace, allora presidente del Coni, che venne coperta dagli Alleati nel 1944 con una tenda e rimase nascosta per più di cinquant’anni, restaurata proprio dal Coni solo nel 1997. In quel contesto – ricordo – oltre al profondo turbamento di trovarmi davanti allo sfoggio spudorato di quell’estetica, mi rendo conto oggi di non aver messo in atto alcun dialogo – interno ed esterno – a proposito dell’architettura scenica di quel luogo e dei suoi riverberi.
Mi sembra invece sia estremamente utile, per sportive e sportivi, per il pubblico che solca le gradinate di quei palchi, così come per lo sguardo da casa che si emoziona davanti a un pomeriggio di sport e intercetta quelle forme e quelle immagini, misurarsi di fronte alle complessità di una storia che ci appartiene interamente e che continua a interrogarci. «Il fatto che fino a oggi questo non sia stato ancora affrontato è strettamente legato all’eredità irrisolta del fascismo in Italia. Una ricontestualizzazione sarebbe urgentemente necessaria, altrimenti l’estetica fascista continuerà a dominare indisturbata lo spazio pubblico e potrebbe essere ripresa, in qualsiasi momento, in modo affermativo», commenta ancora Obermair nella sua intervista.
Una decina di anni fa, nel maggio 2015, è stato inaugurato sul viale delle Olimpiadi il percorso «Le Leggende dello Sport Italiano – Walk of fame», incastonando 100 targhe recanti i nomi di leggende dello sport italiano. Perché celebrare un traguardo sportivo in un contesto di quel tipo senza alcuna risignificazione storica e collettiva? Che risonanza assumono oggi i nomi di atleti e atlete inseriti in quella dimensione spaziale edificata come massima espressione dell’ideologia fascista? E allo stesso tempo, perché lo sport deve ancora sfilare accanto allo stereotipo mascolino, egemonico, ultracompetitivo dell’onorare la maglia, la patria, la virilità, in un esercizio di forza e sopraffazione dell’avversario? Ci stiamo smarcando da questo tipo di sistema?
Il campo da gioco, nella postura discreta, rispettosa, empatica e imbarazzata di Jannik Sinner – per fare un esempio – sembrerebbe forse dirci di sì; mentre al contrario la cronaca che attraversa orizzontalmente il contesto sportivo sembra lanciare numerosi allarmi: le infiltrazioni di correnti mafiose legate all’estrema destra nelle tifoserie calcistiche, la ludopatia dilagante in età precoce, il gender gap, il tema dell’accessibilità alle strutture sportive, gli episodi di violenza e razzismo di genitori sugli spalti di giovani o giovanissimi, l’ansia di fama e di successo. Ci stiamo realmente occupando di quel nocciolo ur-fascista, “tossico” e patriarcale, depositato spudoratamente nel paesaggio e latente in ognuno di noi?
In piazza Tribunale a Bolzano, di fronte al bassorilievo di Hans Piffrader raffigurante un gigantesco Benito Mussolini a cavallo, circondato da figure allegoriche e miliziani, non si è scelta la via della cancel culture, né quella della rassegnazione acritica: è stata affissa una frase di Hannah Arendt che recita «Nessuno ha il diritto di obbedire». Conclude perciò Obermair nel suo intervento: «Qui Mussolini non ha l’ultima parola: viene contraddetto dalla più grande filosofa del Novecento – e con questo dovrà convivere per sempre». Ci chiediamo in maniera simile cosa possa comparire, dunque, in modo permanente o effimero, per la tenuta critica di una memoria, in un luogo che continui e avanzi il dialogo con la storia e con i valori trasformativi di una cultura sportiva odierna che deve lottare per farsi sempre più sensibile, critica, inclusiva, giusta – e antifascista.
(ilmanifesto.it , 20 maggio 2026)

