Il testo e il contesto. La scelta garantista di votare No

di Andrea Fabozzi

La bussola da seguire quando si tratta di orientarsi in materia di giustizia, soprattutto in un paese come il nostro dove molti diritti sono scolpiti nella Costituzione e lì restano inattuati e dove a furia di strette autoritarie rischiamo l’asfissia per la «sicurezza», l’unica bussola utile per fare scelte giuste resta quella delle garanzie. Ogni misura, ogni provvedimento di legge che può andare nella direzione di rendere effettive le garanzie – la non discriminazione, la libertà personale, l’uguaglianza davanti alla legge – va valutato positivamente, poco o tanto a seconda di quanto è efficace e di quanto spazio può aprire alla realizzazione dei principi costituzionali. Al contrario bisogna diffidare delle proposte che perseguono l’obiettivo opposto, anche se nella propaganda e persino nella veste formale che assumono si presentano come garantiste. Così è la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, in realtà la divisione della magistratura, per la quale andremo al referendum il 22 e 23 marzo.

Ci sono due ordini di ragioni per le quali una riforma che dichiara di attuare i principi garantisti del giusto processo secondo il rito accusatorio, allontanando i magistrati giudicanti da quelli requirenti per rafforzare la terzietà del giudice, si concretizza invece in una pericolosa minaccia a quelle garanzie sulle quali ognuno di noi deve poter fare affidamento nel momento in cui finisce a confronto del «terribile e odioso» potere giudiziario.…

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L’incubo della guerra cieca

di Chiara Cruciati

Se ogni guerra è sbagliata a modo suo, il conflitto che infiamma il Golfo con una virulenza senza precedenti ha le sue particolarità: non conviene a nessuno e non ha un punto di caduta comprensibile. Non conviene a chi muore, a chi perde la casa, a chi deve nascondersi nei rifugi (se ci sono), ovviamente. Ma le guerre, tanto più in luoghi così decisivi per il destino globale, non si fermano ai confini violati e bombardati. Si espandono come una macchia di petrolio. Richiuderle nel barattolo è impresa impossibile.

L’aggressione degli Stati uniti e Israele all’Iran sta trascinando interi popoli sul baratro. Lo sanno le monarchie del Golfo che, al momento, hanno optato per una reazione difensiva ai missili iraniani. Non durerà a lungo se il fuoco proseguirà intenso. Negli anni passati, pur partendo da posizioni e reti di alleanze opposte, i paesi sunniti hanno lavorato a una normalizzazione più concreta con Teheran, consapevoli che una destabilizzazione grave avrebbe messo a rischio la tenuta delle loro società ed economie: la presenza di comunità sciite tradizionalmente marginalizzate (il che ha condotto in più di un’occasione a proteste interne e successiva repressione), la necessità di salvaguardare l’immagine di isole stabili e «moderne» in una regione conflittuale, la dipendenza dall’economia globale hanno spinto i regnanti sunniti a una posizione «moderata» verso Teheran e, da mesi, a premere su Washington perché non cedesse al canto delle sirene israeliane.…

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Lo sterminio degli ebrei di Varsavia e altri testi sull’antisemitismo

di Enrico Paventi

Meticolosamente curati da Jean Rière, autore inoltre delle acute pagine introduttive, e ben tradotti da Cristina Spinoglio, che ha saputo rendere la lucida vivacità degli scritti originali, questi articoli del rivoluzionario e pubblicista Victor Serge (Viktor L’vovič Kibal’čič, Bruxelles 1890 – Città del Messico 1947) consentono ora anche al lettore italiano di osservare come lo studioso avesse analizzato e compreso il fenomeno dell’odio antiebraico già tra la metà degli anni Venti e i primi anni Quaranta del secolo scorso. Fu allora che, dopo un’esistenza drammaticamente avventurosa trascorsa tra la Russia Sovietica, la Siberia dei gulag e la Francia del Fronte Popolare, egli riuscì a riparare in Messico, dove sarebbe rimasto fino alla morte.

Gli articoli raccolti in questa silloge sono stati in gran parte pubblicati su La Wallonie, il quotidiano socialista di Liegi: colpiscono per la limpidezza tanto dell’argomentazione quanto della scrittura. Occorre aggiungere, al riguardo, come la prosa di Serge si caratterizzi anche per la scorrevolezza e l’incisività, il tono colloquiale, i periodi brevi, il ritmo rapido, la ricchezza del lessico.…

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Le opposizioni: “Non c’è spazio in Parlamento per i suprematisti”

di Luciana Cimino

Casapound contro i parlamentari: «L’antifascismo è una mafia»

«Matteotti sta bene dove sta». Se qualcuno pensava che in vista di un appuntamento nelle istituzioni i fascisti del terzo millennio avrebbero rinunciato al folklore macabro si è dovuto ricredere subito. Il portavoce di Casapound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex esponente di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti, sapevano che le opposizioni avrebbero bloccato l’evento sulla remigrazione e non si sono fatti cogliere impreparati: davanti a Montecitorio hanno esposto striscioni e bandiere del comitato Rer (Remigrazione e Riconquista) e scandito cori contro gli antifascisti. «Vergogna, parlamentari mafiosi», urlavano in favore di telecamera.

All’interno, intanto, Avs, Pd e M5S occupavano la salette delle conferenze stampa cantando Bella Ciao intorno all’ardimentoso deputato leghista Domenico Furgiuele che aveva richiesto la sala per il Rer. «Nelle istituzioni non c’è spazio per i neofascisti», dicono gli esponenti del centro sinistra, chi con il fazzoletto dei partigiani al collo, chi con la spilla della Resistenza, chi brandisce una Costituzione.…

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Perchè oggi la Shoah ci riguarda ancora più di ieri

di Milena Santerini

Nel tempo dei conflitti e delle semplificazioni, la memoria dell’Olocausto degli ebrei non è rituale né retorica: è un argine civile contro odio, antisemitismo e nuove discriminazioni.

In questi giorni ci siamo chiesti se ha ancora senso, oggi, ricordare la deportazione e la distruzione degli ebrei d’Europa avvenute durante la Seconda guerra mondiale. Con preoccupazione e angoscia si assiste infatti alla crescita dei conflitti, ma soprattutto vediamo la normalizzazione dell’uso della forza, l’abitudine alle armi, gli abusi in nome della sicurezza e della «remigrazione», le discriminazioni verso gli «altri», stranieri quindi «nemici» secondo il sillogismo di Primo Levi. Esperienze di ingiustizia e discriminazione sembrano allontanarci da una memoria fondativa della nostra convivenza civile. Eppure, è proprio ora che la memoria della Shoah torna a illuminare la storia e indicare una speranza per il presente. Può sembrare paradossale che da uno degli eventi più bui della storia, una distruzione insensata di vite umane, sia emersa una decisione di riscatto.…

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La memoria libera dall’oblio

di Guido Caldiron

 Il 27 gennaio 1945 la liberazione di Auschwitz. La sfida al presente delle parole che evocano quella tragedia in «Quattro donne» di Emilio Jona e «Il pane e il cucchiaio» di Portelli e Procaccia.

Intorno al Giorno della Memoria si è molto discusso fin dalla sua istituzione, nel 2000, come momento per ricordare pubblicamente le vittime della Shoah nella stessa data in cui nel 1945 il campo nazista di Auschwitz fu liberato dall’Armata rossa.

Oltre un quarto di secolo più tardi, al netto delle necessarie riflessioni su come affrontare il tema della trasmissione della memoria dopo la fine dell’«era dei testimoni», si dovrà forse ammettere che uno strumento che ha rischiato, e talvolta rischia tuttora, di proporre una dimensione in qualche modo «museale» di una materia che necessita di restare nel vivo delle nostre società per continuare ad illuminare e interrogare il presente, sta trovando una inattesa e drammatica attualità.

Di fronte ad una stagione dominata sul piano internazionale dalla guerra, dalle fake news, dal revisionismo aggressivo delle destre, dal ritorno violento dell’antisemitismo anche oltre i suoi tradizionali confini ideologici e dal progredire di nuovi appelli all’intolleranza e al razzismo atti a trasformarsi in nuove tragedie, uno scopo non secondario questo capitolo del Calendario civile nazionale lo può svolgere.…

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Francesco d’Assisi

di Samuele Pinna

Francesco d’Assisi (1181-1226) è uno dei santi più amati della cristianità, tanto che la sua storia affascina ancora a 800 anni dalla morte. L’agile volume del cardinal Angelo Comastri a lui dedicato non soltanto offre una biografia del Poverello, ma può essere considerato come una guida per scoprire o riscoprire l’insegnamento francescano: «È quello che vogliono proporre queste povere pagine, che tentano di dipingere davanti agli occhi distratti della gente di oggi la via percorsa da Francesco d’Assisi» (p. 7).

L’esistenza dell’Assisiate appare segnata fin dall’inizio, quando Francesco doveva essere Giovanni: «Quando il padre tornò dal suo viaggio, subito si lamentò con Pica per la scelta del nome troppo religioso. E cambiò il nome del figlio: lo chiamò Francesco, in omaggio a un panno che commerciava e che era chiamato “francesco” perché veniva prodotto in Francia. E così il nome Francesco entrò nella storia: entrò a motivo della ricchezza del commercio per indicare un uomo che avrebbe avuto orrore per la ricchezza al punto tale da chiamare “sua sposa” la povertà» (pp.…

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“Csm demolito, riforma non condivisa. Perchè si deve votare no al referendum”

di Angelo Picariello

Il professor Bachelet, figlio di Vittorio, ex presidente di Ac assassinato dalle Br, guida il comitato che chiede di bocciare la riforma del governo. «La mancanza di una data per la consultazione è un segnale di incertezza»

«La cosa che più mi preoccupa di questa riforma è la demolizione del Consiglio superiore della magistratura, dell’equilibrio usato dai nostri Padri costituenti». Giovanni Bachelet, presidente del Comitato “Società civile per il No al referendum costituzionale”, è il figlio di Vittorio Bachelet, ex presidente di Azione Cattolica, assassinato dalle Brigate rosse proprio da vicepresidente del Csm. Ex deputato del Pd, richiamato in servizio quasi “a sua insaputa”, ha accettato volentieri: «Le riforme andrebbero fatte insieme», dice. E ora – dopo il vertice con i leader delle opposizioni di lunedì – si dice convinto che l’obiettivo delle 500mila firme da raccogliere in poco tempo sarà raggiunto.

Perché ha accettato di guidare un Comitato contro la riforma costituzionale del Governo? C’entra, in questa scelta, il cognome impegnativo che porta?…

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In Cile vince l’ultradestra pinochetista

di Andrea Mulas

La vittoria di José Antonio Kast in Cile segna il trionfo della Destra radicale e nostalgica del pinochetismo. La sua campagna si è concentrata su sicurezza e immigrazione, capitalizzando paure e malcontento dell’elettorato. Il nuovo presidente avrà il Congresso dalla sua parte, un fatto senza precedenti nella storia recente del Cile.

José Antonio Kast, come da pronostici, è stato eletto presidente della repubblica del Cile ottenendo uno schiacciante 58,1% dei consensi contro la sfidante Jeannette Jara, candidata del Centrosinistra, che si è fermata al 41,8%. Il peggior risultato che le forze progressiste abbiano avuto dal ritorno alla democrazia nel 1990. È la prima volta che un presidente di estrema Destra, nostalgico del pinochetismo, arriva alla Moneda. D’altra parte, al plebiscito del 5 ottobre 1988 indetto dal generale Augusto Pinochet per perpetuare per altri otto anni il suo potere illimitato, Kast sostenne l’opzione “Sì” e, per tutta la sua vita pubblica non ha rotto con il regime di Pinochet.…

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La vittoria di Kast in Cile. Un’agenda di legge e ordine “da far paura”

di Franco Astengo

In Cile si afferma una destra pinochettista che sale al potere proprio nel momento in cui tutti gli indicatori statistici indicano un arretramento nella qualità della democrazia sul piano planetario.

Proprio ieri, 15 dicembre, avevamo cercato di attirare l’attenzione sulla relazione nel merito del tema dei diritti compilata dalla Commissione del Parlamento Europeo, oggi “Il Manifesto” pubblica un ampio articolo di Filippo Barbera che prende le mosse dal rapporto di Freedom House nella sua 52a edizione .

Il rapporto di Freedom House registra per 19 anni di seguito una “diminuzione globale consecutiva della libertà in 60 paesi che hanno peggiorato i loro indicatori di diritti politici e libertà civili”.

Nel suo articolo appena citato Barbera individua bene i prerequisiti sui quali può basarsi la democrazia:

1) un livello minimo di integrazione sociale della base popolare;

2) una relativa autonomia del processo decisionale collettivo;

3) una separazione tra la disuguaglianza nella sfera privata e l’uguaglianza nella sfera politica.…

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