E’ morto Nedo Fiano, uno degli ultimi testimoni della Shoah

di Alessia Rastelli

Nato a Firenze, aveva 95 anni. Arrestato nel 1944 in quanto ebreo, fu deportato ad Auschwitz. Fu l’unico della famiglia a sopravvivere. Si è spento il 19 dicembre a Milano

«Ad Auschwitz sono rimasto orfano. Quest’esperienza devastante ha fatto di me un uomo diverso, un testimone per tutta la vita». Lo è stato, Nedo Fiano, un testimone lungo il corso di un’intera esistenza, interrottasi sabato 19 dicembre pomeriggio a Milano, nella casa di cura dove era ricoverato con la moglie Rina Lattes. Nato a Firenze il 22 aprile 1925, aveva 95 anni, di cui tantissimi spesi tra gli studenti a rivivere l’orrore, senza che mai lo abbandonasse il ricordo della madre Nella sulla rampa del lager, i suoi grandi occhi verdi pieni di paura, mentre la separavano da lui e dal marito, mandandola subito alla camera a gas.

Sarebbe tornato da solo Nedo. Ad Auschwitz lavorò schiavo proprio su quella banchina, dove arrivò con la famiglia il 23 maggio 1944. Sul braccio gli fu tatuato il suo numero: A-5405. Non era più un essere umano ma uno Stück, un pezzo. Sarebbe stato liberato l’11 aprile 1945 a Buchenwald, dove lo avevano trasferito i nazisti in fuga nell’ultima fase della guerra. Per un periodo, raccontò al ritorno, fu anche costretto a lavorare accanto al medico assassino Josef Mengele. «Avvicinava i bambini, i gemelli in particolare, con cioccolatini e caramelle. Poi li torturava con i suoi esperimenti. Fu terribile», testimoniò.

Nedo Fiano era una delle ultime voci ancora in vita della Shoah. Parlò instancabile in tantissime scuole. E, come altri superstiti, disse che la salvezza arrivò per caso. Perché conosceva il tedesco, che gli aveva insegnato il nonno. E, poi, perché sapeva cantare. Fu costretto a farlo davanti ai suoi aguzzini: doveva intonare, ricordava, brani noti come ’O sole mio durante le loro cene. Ma questo gli consentì di potere avere almeno un po’ più di cibo, decisivo quando si è ridotti a scheletri.

A dare la notizia della morte è il terzogenito Emanuele Fiano, deputato del Partito democratico, che proprio di recente aveva finito di scrivere Il profumo di mio padre. L’eredità di un figlio della Shoah (Piemme, da gennaio). «È stato insieme bello e difficile — confessa — avere un padre sopravvissuto ad Auschwitz. Lo diceva lui stesso: non era mai uscito davvero da lì». Eppure la vita «gli ha riservato una fine strana — prosegue il figlio —: negli ultimissimi anni mio padre aveva subito un deterioramento cognitivo, una perdita delle capacità di ricordare. Proprio lui che aveva speso l’intera vita per la memoria, a cercare di fare capire quello che era stato. Invece, di recente, era come se non sapesse più nulla di Auschwitz, né di sé stesso. Forse, dopo che per oltre settant’anni un dolore indicibile si è perpetuato dentro di lui, questa fase estrema è stata una benedizione». Su Facebook, dove pochi giorni fa aveva annotato il dolore per non poterlo vedere, a causa delle norme anti Covid, Emanuele Fiano ricorda anche l’ottimismo, la voglia di vivere del padre: «Non avrò mai la sua forza, ma da lui ho imparato che per le battaglie di vita e contro ogni odio bisogna combattere sempre».

«La perdita di Nedo è come una lutto in famiglia», dice Liliana Segre, senatrice a vita, anche lei superstite della Shoah. «Siamo stati Stücke — prosegue —, pezzi di uno stesso mosaico orribile. Siamo tornati in pochi e quello che potevamo confessarci è impossibile da dire a qualcun altro». Entrambi però, aggiunge la senatrice, «siamo stati salvati dall’amore: io, dopo il ritorno, dall’incontro con mio marito Alfredo, lui da quello con Rina, Rirì, da cui ha avuto tre figli bravissimi, affettuosi». Li ricorda anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane: «Nedo tornò con la disperazione negli occhi. Ma anche la voglia di costruire e ricostruire insieme all’amata Rina, la compagna di scuola ritrovata, e insieme alla quale avrebbe messo al mondo Enzo, Andrea ed Emanuele». Trovò la forza di andare avanti forse anche per sua madre, Nedo. Per lei, disse, per mantenere una promessa che le aveva fatto, a 43 anni si era laureato alla Bocconi.

(corriere.it , 20 dicembre 2020)

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