Sotto minaccia nucleare

di Maurizio Simoncelli

Se nella guerra fredda si era arrivati a contare oltre 70.000 testate nucleari, il fatto che oggi siano solo 12.700, per il 90% di proprietà di Stati Uniti e Russia, non è comunque molto rassicurante. Infatti le dotazioni dei due Paesi in questo campo sono assai preoccupanti non solo perché le armi detenute sono in numero sufficiente per distruggere il nostro pianeta, ma anche perché qualitativamente vengono di continuo migliorate: maggior precisione e maggiore capacità distruttiva. Inoltre vanno considerate con attenzione non solo quelle cosiddette strategiche, potenti e a lunga gittata intercontinentale, ma anche quelle tattiche o di teatro, con minor gittata e potenza, da utilizzare eventualmente anche all’interno di un conflitto convenzionale.

1.912 sono quelle di quest’ultimo tipo in mano alla Russia, posizionate in depositi centrali, seppur vicino basi operative delle forze armate, mentre Washington ne ha 100 in depositi centrali e altre 100 dislocate presso sei basi in cinque Paesi europei alleati della NATO: Belgio (Kleine Brogel, 15 bombe). Germania (Büchel, 15 bombe), Italia (Aviano, 20 bombe; Ghedi, 15 bombe), Olanda (Volkel, 15 bombe), Turchia (Incirlik, 2O bombe). Queste bombe del tipo B61 possono essere trasportate dagli aerei F-16 e Tornado, nonché dagli F35 quando saranno pronte le nuove B61-12. Questa disparità nella dotazione di bombe nucleari tattiche rispecchia le diverse dottrine nucleari e di difesa in generale adottate dalle due superpotenze, per gli USA basata prevalentemente sul mezzo missilistico a lungo raggio, per la Russia fondata su una prospettiva continentale. Peraltro ambedue ne ipotizzano l’uso, anche di quelle strategiche, in risposta a un attacco con armi di distruzione di massa (anche chimiche o biologiche) o se una guerra convenzionale minaccia l’esistenza stessa dello Stato.

Quelle tattiche o di teatro in particolare potrebbero essere usate per provocare danni “relativamente” limitati e con minore caduta radioattiva (fallout) per mettere in difficoltà l’avversario nel corso di una guerra di tipo convenzionale, ma riducendo pericolosamente quella linea rossa di demarcazione invalicabile con la guerra nucleare globale che distruggerebbe l’intero nostro pianeta. Il passaggio dall’uso di bombe convenzionali, già letali di per sé, a quelle nucleari tattiche farebbe fare un salto di qualità per cui passo dopo passo si arriverebbe ad usare armi sempre più potenti. Per di più quando parliamo di teatro dobbiamo avere ben presente che stiamo parlando soprattutto oggi del teatro europeo, cioè delle nostre città che sono, lo si voglia o no, l’obiettivo prioritario di questi bombardamenti, come hanno dimostrato storicamente Hiroshima e Nagasaki.

La dislocazione di queste armi nucleari strategiche e tattiche soprattutto su vettori missilistici è un elemento di preoccupazione in più data sia la velocità sia la difficoltà di intercettarli, soprattutto se sono basati su sottomarini (SLBM) o sono trasportati da missili ipersonici, che viaggiano a quota relativamente più bassa e sono rilevabili più tardi rispetto agli altri. Di qui la tendenza a fare affidamento crescente sull’Intelligenza Artificiale, cioè sulla capacità degli algoritmi di operare velocemente milioni di dati e di decidere sulla pericolosità di un eventuale attacco. Di qui la progressiva emarginazione dell’azione umana e il trasferimento di importanti decisioni a una macchina in grado di decidere azioni che comportano scelte di vita o di morte, anche per l’intero pianeta.

Nel corso di questa crisi i vertici russi più volte hanno evocato lo spettro dell’arma nucleare, dapprima Putin ordinando una non meglio specificata allerta nucleare nel febbraio scorso, poi attivando un’esercitazione nucleare a Kaliningrad seguita da una dichiarazione del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev circa una possibile escalation nucleare in questo mese di maggio. L’assenza di risposte minacciose da parte statunitense su questo piano ha per ora contribuito a non fare passi avventati, ma già il parlarne appare preoccupante.

L’invasione russa dell’Ucraina ha provocato non solo il rinsaldamento dei legami all’interno della NATO e l’aumento delle sue spese militari, ma anche una sua ulteriore espansione territoriale considerate le richieste di adesione provenienti da Paesi tradizionalmente neutrali come Finlandia e Svezia spaventate dall’“operazione militare speciale”. Se Putin avesse voluto rafforzare l’alleanza militare guidata dagli USA e far fare un passo indietro di mezzo secolo alle ipotesi di riduzione delle spese militari e degli armamenti non avrebbe potuto fare certamente di meglio.

Se il Trattato di Non Proliferazione TNP, in vigore dal 1970, prevedeva anche un disarmo nucleare entro una data indeterminata, il nuovo Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari TPNW, in vigore dal 2021, intendeva proprio risolvere quell’indeterminatezza chiedendo ai Paesi firmatari un disarmo immediato e non più procrastinabile. Le potenze nucleari e tutti i loro alleati, non a caso, si erano opposti fermamente al TPNW, ma l’Assemblea Gene-rale delle Nazione Unite nel 2017 lo aveva comunque approvato. Tra l’altro, nel prossimo giugno a Vienna ci sarà appunto la prima conferenza di revisione del TPNW, a cui sono stati invitati dal  Segretario generale delle Nazioni Unite anche gli Stati non parte del TPNW a partecipare alla Riunione in qualità di osservatori. In questo clima di forte tensione hanno gioco facile a boicottarne la partecipazione coloro che si sono sempre dichiarati contrari, a partire dalla Russia e dagli Stati Uniti, che con Donald Trump fecero una forte campagna antiTPNW, senza peraltro riuscire ad impedirne l’approvazione che avvenne con 122 voti favorevoli.

Anche se in questa situazione bellica potrebbe apparire irrealistica la proposta, il percorso indicato nel 2017 dai Paesi che hanno approvato il TPNW rimane fondamentale: non si può far vivere l’umanità sotto la minaccia della distruzione nucleare.

(Adista Segni Nuovi, n.19 del 28 maggio 2022)

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