L’addio sofferto di Stoccolma alla neutralità

di Cristiano Lanzano

Adesione alla Nato. Voci critiche tra i socialdemocratici, nel Partito di Sinistra e nei Verdi. L’esito di un eventuale referendum non sarebbe scontato

«Un giorno storico», titolava ieri il quotidiano liberale Dagens Nyheter per annunciare l’ufficializzazione della domanda svedese di adesione alla Nato. Dopo il dibattito parlamentare di lunedì pomeriggio, al termine del quale la premier Magdalena Andersson aveva preso atto del sostegno all’ingresso nella Nato di una consistente maggioranza trasversale (solo i Verdi e il Partito di Sinistra restano contrari), ieri la ministra degli esteri Ann Linde ha firmato la richiesta di adesione. Le procedure formali previste nei prossimi mesi, tra colloqui con i vertici Nato, piani d’azione per le eventuali riforme necessarie, inviti formali e protocolli di adesione, potrebbero portare alla ratifica dell’ingresso nell’organizzazione già entro l’autunno.

Fino a poco tempo fa, il dibattito sulla Nato era ancora acceso all’interno del partito socialdemocratico – attualmente al governo, in un esecutivo monocolore di minoranza – e creava non poco smarrimento tra la base e gli intellettuali progressisti. Nelle ultime settimane, il prolungarsi della guerra in Ucraina e il cambiamento di orientamento della vicina Finlandia hanno spinto il governo a cambiare rapidamente posizione, interrompendo il sostegno alla bicentenaria politica di neutralità militare, e ad accelerare le mosse verso la richiesta di adesione.

In questo modo, il governo spera di evitare che le prossime elezioni legislative, previste a settembre, si trasformino in un referendum sulla Nato: in effetti, i partiti di centrodestra caldeggiano da anni l’adesione al patto atlantico – con cui comunque esiste già una collaborazione consolidata – e potrebbero trarre vantaggio dal clima di guerra e dalla preoccupazione crescente dell’elettorato per l’espansionismo russo.

Nonostante il partito socialdemocratico sia avvezzo a repentini cambi di indirizzo, come in occasione del recente inasprimento delle politiche migratorie, e nonostante gli spazi di dissenso al suo interno siano relativamente ristretti, la decisione continua a sollevare critiche. La Ssu, federazione giovanile del partito, ha espresso disappunto per la nuova decisione e dichiara di preferire una collaborazione militare all’interno dell’Unione europea (opzione in realtà osteggiata fino a tempi recenti).

La ministra dell’ambiente Annika Strandhäll, presidente dell’unione delle donne socialdemocratiche, ribadisce l’impegno per la pace e per il disarmo. Le voci critiche all’interno del partito insistono particolarmente perché il paese resti, anche in caso di adesione, una zona libera da armi nucleari, in continuità con l’impegno pluridecennale della Svezia per la non proliferazione degli armamenti. Recependo queste inquietudini, il comunicato ufficiale pubblicato dal partito domenica scorsa ribadiva l’intenzione di esprimere una riserva unilaterale contro il dispiegamento di armi nucleari e di basi militari permanenti sul territorio svedese – condizioni poste in passato già da Norvegia e Danimarca.

Più a sinistra, nonostante l’invio di armi in Ucraina e l’aumento delle spese militari non abbiano incontrato opposizione in parlamento, la chiusura nei confronti della Nato rimane netta. Il Partito di Sinistra lamenta le decisioni sbrigative del governo e rivendica un dibattito politico più partecipato e trasparente, proponendo una consultazione referendaria sul tema dell’adesione: una linea in singolare contrasto, hanno osservato alcuni critici, con quella tenuta durante il Covid, quando il partito era favorevole alla gestione “tecnicista” e refrattario a un allargamento del dibattito sulle politiche di contenimento della pandemia.

L’ex-segretario Jonas Sjöstedt ha reagito alle dichiarazioni del presidente turco Erdogan, che ha promesso di ostacolare l’adesione della Svezia, accusandola di essere un incubatore di organizzazioni terroristiche (in riferimento all’influenza dei gruppi di esuli e dissidenti curdi nel paese). Con un editoriale su Arbetet, periodico di proprietà della principale centrale sindacale del paese, Sjöstedt ha ribadito la preoccupazione per cui un’adesione alla Nato pregiudicherebbe l’indipendenza della politica estera svedese, costringendola ad esempio ad adeguarsi alle richieste turche per ottenere il via libera nell’organizzazione.

Nei sondaggi, dopo un’impennata tra febbraio e marzo, la percentuale di favorevoli all’ingresso nella Nato resta stabile e leggermente al di sotto della maggioranza assoluta (47% nelle ultime rilevazioni a inizio maggio), anche se in netto vantaggio rispetto ai contrari (21%) e agli indecisi (32%).

L’esito di un eventuale referendum non sarebbe scontato e lascerebbe forse margine a cambiamenti di opinione (specialmente tra gli elettori socialdemocratici, i più indecisi secondo le rilevazioni). Ma in questo momento ben poche forze politiche sembrano voler rallentare il processo in corso e aprire un dibattito più ampio, rischiando di impelagarsi in una campagna referendaria dall’esito incerto.

(ilmanifesto.it , 23 maggio 2022)

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