I due Imperi. Benvenuti nel nuovo mondo dove la Cina batte l’America.

di Lucio Caracciolo

Abbiamo voluto credere di vivere una crisi globale. Di fatto, sperimentiamo la crisi dell’Occidente. Destinata ad accelerare lo spostamento del baricentro mondiale verso l’Oriente asiatico. Osservare insieme la ritirata degli Stati Uniti e l’avanzata della Cina è la prospettiva scelta da Federico Rampini, corrispondente di Repubblica da New York e, in precedenza, da San Francisco e da Pechino. Tale somma di esperienze dirette e prolungate consente a Rampini di tracciare nel suo ultimo saggio, “Occidente estremo” (Mondadori, pagg. 324, euro 18), la parabola apparentemente inarrestabile del cambio al vertice del pianeta, che dovrebbe consumarsi entro la metà del secolo.

Un viaggio affascinante nelle dinamiche della storia che si sta compiendo sotto i nostri occhi, a un ritmo troppo accelerato per non generare smarrimento. Questo libro ci aiuta a cogliere l’essenza del cambiamento in corso. Ne ferma i caratteri di fondo, offrendone un’interpretazione spesso sorprendente, chiara ma non semplicistica né consolatoria. Perché Rampini non si ferma a definire il quadro entro cui misurare il declino americano e la rimonta cinese, ne rileva i chiaroscuri che complicano e rendono meno prevedibile il parallelismo fra declino della potenza americana e ascesa dell’impero cinese. E ci lasciano, forse, qualche speranza.

La penna di Rampini coglie le opposte dinamiche che si fronteggiano sui due lati del Pacifico attraverso agili ritratti dal vivo di ciò che si muove nella pancia delle potenze in competizione. A cominciare dal penoso impatto con una pachidermica signora al Lincoln Plaza Cinema, emblema di una patologia nazionale (che invero tocca anche i figli unici della Cina arricchita): l’obesità. Da cui deriva la diffusione di massa del diabete e delle malattie cardiovascolari, con relativa esplosione dei costi sanitari (un aumento di 344 miliardi di dollari l’anno solo per queste patologie). Secondo Rampini, «l’obesità è la rappresentazione plastica di una società dei consumi dilatata, appesantita, oberata, malata, impazzita. Un materialismo ipertrofico, autodistruttivo, sempre sull’orlo di un collasso mortale».

Restando nella colonna negativa, Rampini nota che la miracolosa crescita della produttività americana negli ultimi anni non ha nulla di sano, giacché deriva dalla paura. L’istinto di sopravvivenza spinge i lavoratori a produrre di più, per non fare la fine del collega licenziato o prepensionato. È il multi-tasking, per cui si fanno due o tre cose contemporaneamente. Dunque peggio e con più stress: «Spremere l’essere umano fino ai suoi limiti estremi ha delle conseguenze micidiali».

Allo stesso tempo, il tramonto dell’America è illuminato da mille affascinanti colori. Quasi che la coscienza del declino esaltasse la vitalità della società a stelle e strisce, mai così ricca di idee, di progetti, di inventiva. E forte di una demografia promettente. Nel 2050 dovrebbero esserci 400 milioni di americani, di cui 350 meno che sessantacinquenni. Il contrario della tendenza europea – ma anche di quella cinese. Il nostro continente e l’Impero di Mezzo saranno ospizi quando il Nuovo Mondo ribollirà ancora di fresche energie.

In questa prospettiva acquistano senso le nuove vie del capitalismo americano. È il caso dell'”imprenditoria sociale”, che sposa efficienza e attenzione al principio di eguaglianza. L’obiettivo è così descritto dal suo guru, Stephen Goldsmith, con accenti che da noi suonerebbero socialdemocratici: «In una fase di crisi, tutti sono capaci di tagliare i costi peggiorando la qualità dei servizi sociali. La vera sfida è spendere meno e avere un ambiente più pulito, scuole migliori, trasporti che funzionano».

Quando l’indagine si concentra sulla Cina, Rampini ha cura di presentarne non solo i noti successi, ma anche le ombre che cominciano a oscurarne l’orizzonte. Resta forte, ad esempio, il gap con l’Occidente nell’istruzione universitaria, dunque nell’innovazione e nella scienza. Certo, Pechino si sta aprendo, fra mille contraddizioni, a un dibattito pubblico meno stereotipato. Per accettare il valore del pensiero critico, e fruire del suo impatto dinamico nella società e nell’economia, ci vorrà però molto tempo. Sempre che qualche catastrofe non riporti indietro le lancette dell’orologio. La Cina ha probabilmente vent’anni per aprire il suo sistema politico, sociale ed educativo alla competizione più o meno libera e alla critica. Dunque all’innovazione. Dopodiché, il vantaggio finora accumulato nell’industria manifatturiera grazie al basso costo del lavoro sarà evaporato.

Accompagnandoci nelle frontiere inquiete dell’impero, dal Tibet al Xinjiang, l¿autore ne illumina la fragilità geopolitica. Le repressioni di Pechino si spiegano anche con la coscienza di tale debolezza. Quanto al dissenso politico, in Cina è affare di esigue minoranze. Difficilmente il Premio Nobel a Liu Xiaobo lo rafforzerà, anche se il nervosismo delle autorità cinesi rischia paradossalmente di alimentarlo. La maggiore e per noi più pericolosa novità della crisi economica in corso sta però nel fatto che il capitalismo autoritario cinese è ormai un modello per leader e popoli asiatici, africani, sudamericani. Un giorno, forse, anche per gli occidentali. A quel punto sì, potremo dire che l’Occidente è finito. E con esso i suoi valori.

(articolo tratto da “La Repubblica” del 19 ottobre 2010, p.60-61)

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