Francesco e la sfida che darà un segno all’intero Pontificato

di Angelo Scelzo

Più che un viaggio è una sfida. O quantomeno si può parlare di viaggio, se si identifica questo che è iniziato ieri a Bagdad, con viaggio. Anzi, il viaggio del pontificato, quasi un evento a sè che tuttavia ricapitola, da solo, l’intero magistero di Francesco, lo aggiorna, e si pone come uno spartiacque nella vicenda della chiesa moderna. C’era una volta l’evangelizzazione, il fulcro, la missione stessa della chiesa nel mondo, poi nei tempi moderni diventata Nuova – con la nascita di un dicastero istituito nel 2010 da Papa Benedetto. Ma nuova ovviamente solo nel senso di un aggiornamento delle modalità di annuncio di fronte a un mondo radicalmente cambiato e in larga parte scristianizzato. Oggi, quando il pellegrinaggio nella terra di Abramo, padre della fede di cristiani, musulmani ed ebrei, toccherà Ur dei Caldei – il sogno non realizzato di Giovanni Paolo II nel Grande Giubileo dell’anno duemila – una delle più antiche e importanti città sumeriche, a pochi chilometri da Nassiryia, evocherà dal vivo, con un’intensità senza pari, la radice biblica di una predicazione fondata sul Vangelo. Ma proprio questa terra, che nella distesa dell’antica Mesopotamia e tra le sponde del Tigri e dell’Eufrate, della Bibbia è la più fedele e drammatica rappresentazione, si appresta a vivere l’atto di un nuovo e più radicale cambio di passo che Francesco imprime alla sua chiesa d’inizio di millennio. È difficile pensare che la visita porti risultati concreti nel groviglio di un paese e di un’area ancora dilaniata da odi e violenze, messa in ginocchio dalle guerre e dai massacri prima di Al Qaeda e poi dell’Isis. E il pur altissimo valore della testimonianza e del conforto che si estenderà alle minoranze tra le minoranze, come la martoriata popolazione yazida, non cambierà di certo le terribili cifre di quella che col tempo è diventata, da comunità fiorente, un piccolo gregge impaurito e disperso, senza nessuna rilevanza nell’Islam sciita. Non è difficile purtroppo pensare che possa restare, come altre volte, senza risposta il forte appello – tacciano le armi! – che il Papa ha rivolto appena messo piede a Baghdad, davanti alle autorità civili e al Corpo diplomatico. Un appello forte e accorato come non mai visto che il papa si è presentato non solo come Pellegrino di pace, ma come un penitente che chiede perdono al cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà.
La svolta che questo pellegrinaggio – certo il più audace ed estremo di Francesco – rappresenta, va poi ben oltre gli oggettivi elementi di rischio in un paese eterna polveriera e alle prese con l’emergenza del Covid. Ciò che cambia ogni vecchia prospettiva è vedere come nella rotta di viaggio verso la terra di Abramo, vecchia e nuova evangelizzazione convergono a indicare all’umanità smarrita di questo tempo, la primordiale condivisione di un destino comune . Francesco ha messo le religioni al centro di questo processo, chiamandole a raccolta come il fulcro di un nuovo umanesimo fondato sui valori che ognuna di esse pone al servizio dell’uomo, a cominciare dalla pace, dal momento che la guerra è madre riconosciuta di ingiustizie e povertà. Si tratta di sciogliere insieme i nodi che ostacolano quella tessitura della fraternità diventato il tema-chiave del magistero di Papa Bergoglio. Nessun sincretismo delle fedi, ma campo libero a un’alleanza di stampo emergenziale, per la cura di un’umanità sulla quale si riversa in maniera sempre più drammatica anche il cattivo uso della sua casa naturale, resa pressoché invivibile da un ambiente maltrattato e compromesso. La pandemia ha fatto crollare l’illusione di poter vivere da sani in un mondo malato. E l’Irak, terra in cui la violenza ha ammassato macerie e sangue, è il luogo più adatto per portare alle estreme conseguenze il messaggio nuovo e audace – perché non privo di rischi e fraintendimenti – di una chiesa che, sotto l’urgenza dei tempi, si è ritrovata improvvisamente a rimodulare il suo rapporto con il mondo.
È facile capire, sullo sfondo arroventato dello scenario mediorientale, come Francesco indichi, con questa visita, che alla chiesa del suo tempo non può bastare, nei confronti dell’umanità, lo sguardo aperto e cordiale che sancì il clima del Concilio. È maturata la necessità di un radicale cambio di passo, di una compromissione piena e totale. Si tratta di gettarsi nella mischia, di non semplicemente osservare, ma prendere parte, senza paura di sporcarsi le mani. Su una proiezione più vasta, ma certo più eloquente e significativa, ecco l’immagine, più volte evocata, dalla chiesa ospedale da campo, capace di chinarsi sull’uomo, su tutti gli uomini, al di là di ogni credo e condizione, e curarne le ferite. Nel pontificato di Francesco la priorità è più che mai questa; ed è agevole capire come la leva di maggior forza sia la visione di una Misericordia che non vuole sentire ragioni, come un rullo compressore che stritola al suo passaggio obiezioni e prudenze, convenienze e cautele. Il panorama che a ogni passo farà da sfondo a questo straordinario viaggio, spazza via da solo, nella sua drammaticità, il rischio di un vuoto irenismo. Accanto alla visione c’è la concretezza di un progetto. Passo dopo passo, negli anni del suo ormai maturo pontificato Francesco ha delineato un percorso di fraternità che continua a prendere il largo e a farsi sempre più vivo per il mondo. Fratelli tutti, la sua enciclica più recente, scritta su carta, ma costruita dai tasselli di iniziative (non secondaria la tappa di Napoli sulla Veritatis gaudium) incontri, documenti, come quello di Abu Dhabi sulla Fratellanza universale, è diventata il parametro-guida delle nuove relazioni tra popoli e religioni nel bacino del Mediterraneo. È stato questo cammino di fraternità a portare infine Francesco nella terra, e nell’area, dove tutto ha avuto inizio. Era proprio questa la tappa che non poteva saltare. Sa bene Papa Bergoglio che una chiesa disposta a gettarsi nella mischia rischia obiezioni anche al proprio interno. Non sono mancate e continueranno a non mancare. Ma il coraggio, la profezia di questo viaggio ai limiti del possibile, aiuta a capire come mai prima, la natura e la novità di questo pontificato.

(il mattino, 6 marzo 2021)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *