Chiusano, il germanista che non amava il culto del “divino” Hesse

di Paolo Mauri

Si definiva un germanista senza cattedra e non se la prendeva di certo se qualcuno lo considerava un divulgatore: anzi se lo diceva da solo, come nella prefazione alla raccolta di pezzi brevi Literatur ( Rusconi, 1984), testimonianza di una lunga attività di critico militante (come si diceva una volta) iniziata sul Dramma di Lucio Ridenti e proseguita poi sulla Fiera letteraria di Angioletti e soprattutto su Repubblica che, all’epoca, non aveva ancora compiuto i dieci anni di vita. La verità è che Chiusano, di cui cadono i vent’anni dalla morte, amava discorrere e i suoi interventi critici hanno proprio l’affabilità di un discorso tra amici ai quali spiegare la “ratio” di questa o quella lettura. Si prenda per esempio il pezzo su Heinrich Mann e sul suo ormai leggendario Professor Unrat poi diventato, grazie al film di Sternberg, L’angelo azzurro . Chiusano comincia ammiccando al fatto che il romanzo di Heinrich Tra le razze poteva anche scriverlo Thomas Mann, perché i due fratelli avevano sempre avuto un occhio per i loro ascendenti, gli anseatici del ceppo paterno patrizio e mercantile e i latino-americano di quello materno, i Da Silva-Bruhns.…

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Quando Camus ci insegnò che siamo noi “Lo Straniero”

di Roberto Saviano

Albert Camus in questi anni mi è stato accanto mentre mangiavo, dormivo, scrivevo. Accanto mentre mi disperavo. Accanto mentre cercavo brandelli di felicità. Era accanto a me quando sono stato troppo frettoloso in un giudizio, consigliandomi di rallentare, di riflettere meglio, di ponderare le mie parole, di pesarle. Accanto a me mentre tenevo il punto contro l’idiozia estremista, in un’Italia che spesso fa dell’estremismo di maniera scudo, appartenenza, bandiera. Era vicino, silenzioso, costante ombra, amico gradito a cui poter chiedere cose e da cui poter ancora ottenere risposte. È così che accade quando scegli di dialogare con uno scrittore, e non importa che sia morto quasi vent’anni prima che tu nascessi.

Albert Camus ha misurato palmo a palmo il territorio in cui si muove un narratore, il suo limite doloroso e la sua grazia, ovvero le parole. Parole che non sconfiggeranno la fame, che non salveranno vite, che non uccideranno virus, ma lo scrittore non “lavora”, non “agisce” sul potere, piuttosto sulla responsabilità.…

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Perchè abbiamo bisogno dell’arte di scomparire

di Andrea Bajani

Il nuovo saggio del filosofo Pierre Zaoui, ma anche il film di Panahi trionfatore a Berlino, rilanciano il valore del “non esserci”. Contro gli eccessi dell’era social.

Quando i bambini non vogliono sentire risposta, fanno per gioco un gesto che gli hanno insegnato gli adulti. Si coprono con le mani le orecchie, a volte chiudono anche gli occhi, e poi dicono “bla bla bla” a getto continuo. Ovvero, innalzano un muro di parole tra sé e il mondo che li circonda, una fortezza inespugnabile collaudata da generazioni prima di loro. Finché continueranno a blaterare niente li potrà raggiungere, nulla li potrà scalfire. Ingenuamente, si proteggono gli occhi e le orecchie, pensando che il mondo potrebbe entrare anche da lì.

Crescendo poi si rendono conto che se ne può fare anche a meno, e che quella specie di gioco è una strategia che più o meno usano tutti. Basta non smettere mai di parlare, per non ascoltare. Non è necessario tapparsi le orecchie.…

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Perchè lo Stato ha perso la guerra contro Gomorra

di Roberto Saviano

Il libro di Ardituro e Del Porto: una denuncia e la storia di una sconfitta soprattutto politica.

Ho letto Lo Stato non ha vinto , libro di Antonello Ardituro – pubblico ministero della Dda di Napoli ora al Csm, che ha portato avanti in questi anni inchieste importanti contro il potere camorrista borghese – scritto in collaborazione con Dario Del Porto, giornalista rigoroso che si occupa di cronaca giudiziaria in terra di camorra.

L’ho letto con una partecipazione enorme perché molto di ciò che racconta l’ho vissuto sulla mia pelle, fa parte del mio curriculum passionis, dalla lettura dell’istanza di rimessione da parte di Michele Santonastaso, avvocato dei boss casalesi Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, a marzo 2008 durante il processo Spartacus, all’inizio della strategia stragista portata avanti da Giuseppe Setola.

Ricordo che in quei mesi ero sotto un’incredibile pressione: da una parte le minacce dell’organizzazione criminale, dall’altro gli attacchi che venivano dalla mia terra, da chi mi accusava di aver speculato sulle sue disgrazie, da certa stampa che non vedeva l’ora di abbattere il simbolo.…

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L’eterno compromesso storico

di Rino Genovese

Neanche noi, che mai abbiamo nutrito particolare simpatia per i democristiani, potremmo dire male del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non sappiamo come riuscirà a interpretare il suo ruolo, ma la persona è senza dubbio, per la sua stessa biografia, la migliore nelle condizioni date. Se si pensa che abbiamo, una volta di più, scampato l’elezione di Giuliano Amato, il furbo compare di Bettino Craxi, possiamo dirci contenti per come sono andate le cose. Mattarella non ci dispiace perfino per la sua creatura, il famoso mattarellum: una legge elettorale che era un misto di maggioritario e di proporzionale e che, con il senno del poi, appare un compromesso di tutto rispetto: non ti concedo il doppio turno nei collegi uninominali (che avrebbe reso quella legge un maggioritario puro alla francese) ma t’invento la doppia scheda, con una correzione proporzionale, e in più, per rafforzare quest’ultima, ti ci metto il meccanismo barocco dello “scorporo”. Una legge, questa, che al netto del berlusconismo avrebbe dovuto impiantare nel paese un’alternanza tra forze progressiste più o meno moderate e un centro moderato tout court, senza negare il diritto “di tribuna” ai partiti politici che si fossero collocati alle estreme.…

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Yalta, dall’ordine al caos globale

di Lucio Caracciolo

Immaginiamo oggi una nuova conferenza in Crimea sull’assetto del mondo. Chi è il padrone di casa? Chi è abilitato a partecipare? Soprattutto, chi parla per l’Europa? Tre soluzioni, tra cui la guerra.

L’ordine mondiale è l’utopia di ieri.

Sono passati settant’anni dalla conferenza di Yalta, quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica.

Fu la guerra fredda, a suo modo una pace fra i potenti pagata con l’oppressione all’Est e i conflitti alle periferie del pianeta, dalla Corea al Vietnam, dal Medio Oriente al Congo. Crollata l’Unione Sovietica, toccò a George Bush padre evocare l’alba di un “nuovo ordine mondiale” che si sarebbe retto sulla benigna egemonia di un solo paese, il suo. Lo chiamammo Washington consensus. Ci pensò Bush figlio a sabotarlo, con la “guerra al terrorismo”, seguita dalla crisi del 2007 scoppiata nella pancia della finanza privata americana.…

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Heidegger: gli ebrei si sono autoannientati

di Donatella Di Cesare

La Shoah è «l’autoannientamento degli ebrei». Questa tesi di Heidegger affiora nel nuovo volume dei Quaderni neri , curato da Peter Trawny, che sta per essere pubblicato in Germania dall’editore Klostermann ( Gesamtausgabe 97 , Anmerkungen I-V ). Si tratta delle Note risalenti al periodo cruciale che va dal 1942 al 1948. Fa parte del volume, di 560 pagine, anche il quaderno del 1945/46, che sembrava fosse andato perduto e che è stato recuperato la scorsa primavera. Gli ultimi anni del conflitto planetario, la sconfitta della Germania, la presenza delle forze alleate sul suolo tedesco sono gli eventi che fanno da sfondo a quella che, anche altrove, Heidegger chiama «storia dell’Essere», il cammino della filosofia in grado di aprire un varco per la salvezza dell’Occidente.

Dopo il 1945 il cammino non si interrompe, ma si ripiega su di sé, fra tornanti e vie traverse. Heidegger non smette di cercare l’«altro inizio», l’alba dell’Europa, sebbene orientarsi sia divenuto quasi impossibile.…

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Predestinati democristiani

di don Paolo Farinella

Il giudice costituzionale Mattarella Sergio, già deputato e ministro, nel millennio scorso, è il nuovo presidente della Repubblica, con grande tripudio «urbi et orbi» e con versamento di sangue impastato di biscotti e marmellata a destra. Renzi, sempre più somigliante al Verdone di «Un sacco bello», non poteva perdere questa partita che sarebbe stata persa, se i cespugli sinistrati non avessero votato un candidato «unico» del Pd. Se Renzi avesse perso, sarebbe stato costretto ad andare a casa. I cespugli Pd, che una volta si adornavano del fregio «di sinistra», non hanno capito che per Renzi era un atto disperato e una scelta obbligata, anche se a malincuore. Egli aveva bisogno dell’appoggio della sinistra, ma non doveva chiederlo per non mostrare la sua debolezza e per usarli e metterli nel sacco. C’è riuscito, annettendosi la scelta di Mattarella come sua personale prerogativa. Nemmeno Berlusconi è mai stato bugiardo come lui. Adesso voglio vedere i cespuglietti dire di «no» quando saranno costretti a ingoiare i rospi di enorme peso.…

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In una parola/ Palermo (Italia)

di Alberto Leiss

Mi ero esercitato, approfittando di questo spazio, nell’esprimere le mie preferenze per il nuovo capo dello stato, indicando Emma Bonino e Romano Prodi. Ma ora che è stato eletto Sergio Mattarella non posso negare che si tratti di un esito comunque positivo. Direi il migliore, ai miei occhi, tra i vari altri nomi circolati.
Mi è tornata in mente l’unica occasione in cui mi è capitato di avere uno scambio diretto con Mattarella. Unica, ma molto intensa. Lo avevo intervistato per l’Unità un sabato di luglio del 1992, in una Palermo ancora sconvolta dagli omicidi di Salvo Lima (marzo) e di Giovanni Falcone (maggio). Due attentati contro obiettivi del tutto opposti, ma coerenti nella reazione violenta della mafia che rispondeva al maxiprocesso e alla efficace repressione dello stato, e cercava nuovi equilibri nel terremoto del potere politico che stava vivendo l’Italia.
Mattarella era vicesegretario della Dc di Forlani, in quota alla sinistra del partito, e commissario dello Scudo Crociato in Sicilia, dove stava sostenendo il progetto di un governo regionale col Pds di Occhetto e i partiti laici, Psi, Psdi e Pri.…

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Mattarella al Quirinale, Renzi a Palazzo Chigi: moriremo democristiani?

di Angelo d’Orsi

Era il 1985, quando Francesco Cossiga, notabile democristiano, divenne capo dello Stato: quello che lo portò al Colle, fu un voto plebiscitario, “trasversale”, che mise d’accordo destra e sinistra: l’argomento forte che ricorse fu: “è una persona perbene”, un “galantuomo”, oltre al riconoscimento di “vasta esperienza politica” (e come no? Un democristiano di lunghissimo corso): la sinistra fu felice perché si sbarrò la strada a Giulio Andreotti, ed era pure convinta di poter condizionare il neoeletto. Illusione, dolce chimera…

Risento analoghi commenti oggi: una brava persona, uomo rispettoso delle istituzioni, e così via. Ma sono titoli di merito, codesti? Sono risibili, per non dire quasi irrisori, per un candidato presidente della Repubblica. Non dovrebbe essere la norma base? E ora dobbiamo, insomma, essere appagati che, invece di un Berlusconi (solo perché ineleggibile, giuridicamente, diciamolo), o analogo avanzo di galera, ci spelliamo le mani davanti a un uomo onesto? Per giunta fratello di una vittima della mafia: questo Paese è strano.…

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