De Mauro: “L’istruzione verso la distruzione”

di Matteo Nucci

Il grande linguista, scrittore ed ex ministro festeggia sabato 80 anni e parla della situazione della scuola, della cultura e della ricerca in Italia. «A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani».

Tullio De Mauro compie sabato 80 anni (domani la Sapienza gli dedica una giornata di studio dalle 9 alle ex vetrerie Sciarra di via dei Volsci 122) e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi.…

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Un tempo si diceva:l’operaio vale un cavallo

di Michele Prospero

Le parole pronunciate da Marchionne alla Bocconi (dove se no?), contro i diritti e in difesa di una più agevolata libertà di licenziamento, sembrano ridare fiato ad un vecchio manuale di diritto commerciale. Il suo autore, G. Ferri, resisteva alla modernizzazione, che allora però aveva un altro segno: l’autonomia collettiva e la programmazione, e sosteneva che nell’impresa doveva sempre regnare una asimmetria di potere. La locatio hominis o contratto, non si distingueva dalla locatio bovis, ciò che contava era il pieno comando della proprietà sul lavoro. Già Locke del resto aveva identificato l’operaio e il cavallo, entrambi strumenti passivi a disposizione del padrone. L’essere dell’operaio, come persona coinvolta profondamente nel suo operare, è per il diritto una scoperta piuttosto recente. Da un ventennio ormai il diritto del lavoro classico, che riconosce il valore del corpo che lavora, scricchiola, eroso da una pioggia insistente di nuovi contratti, concepiti per lo più nel segno modernista della flessibilità e della precarizzazione.…

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Una madre per la patria

di Franca Fossati

Sarà solo un gioco da salotto questo della donna al Quirinale? Un intrattenimento para-politico che dura la giornata dei sondaggi on line per poi parlare d’altro, visto che non abbiamo ancora una signora a capo di un grande partito, figuriamoci dello Stato. In fondo quello di Napolitano è solo un auspicio che, a parole, condividono tutti. A meno che il Presidente avesse un retropensiero. Quello di sparigliare la calca dei successori. E’ vero che è un po’ paternalista e abbastanza retrò dire “una donna”, quando dovrebbe essere ovvio. Infatti perché no una donna? Ma sappiamo quanto siano resistenti i tabù e al “padre della patria” si può concedere di essere paterno. Vale dunque la pena di cogliere l’occasione, se non altro per vedere il solito club monosessuale di veterani per un attimo impaurito da un fantasma femminile. Timore non del tutto immotivato. Sono giorni in cui lo scontro politico più duro e più importante è proprio tra due donne potenti e di scarsi sorrisi.…

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Il giogo del Concordato

di Antonia Sani

Che il Concordato tra Stato Italiano e Chiesa cattolica fosse un pesante giogo, un tributo da pagare comunque, apparve inevitabile ai padri costituenti che, pur tra i dissensi di molti, decisero di costituzionalizzare con l’articolo 7 il Concordato fascista. La giustificazione fu che il principio della laicità era salvo, grazie alla famosa espressione «ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», che sanciva, formalmente, la separazione tra i due poteri; e per quell’articolo 8 – una sorta di antidoto di serie B – che prevedeva la possibilità di Intese tra lo Stato e religioni «diverse dalla cattolica».

La grave decisione presentava due risvolti con i quali le generazioni future avrebbero dovuto fare i conti: l’avallo di uno strumento storicamente adottato da regimi autoritari per favorire la concessione di privilegi alle confessioni religiose; il permanere del riconoscimento da parte dello Stato italiano dello Stato della Città del Vaticano sotto la sovranità del sommo pontefice: «Un riconoscimento che varrà al Vaticano l’accesso ai supremi organismi internazionali», scrisse Mario Alighiero Manacorda.…

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Imparò da un poeta i segreti del narratore

di Cesare Segre

Verso il 1974, Luciana Stegagno Picchio mi fece leggere il dattiloscritto di un suo allievo lusitanista, proponendomi di scriverne la presentazione; fui subito colpito dall’opera (Piazza d’Italia, Bompiani, 1975), perché evocava un ambiente paesano e autobiografico, quello apuano, di passioni potenti (siamo al centro del movimento anarchico) e di altrettanto potente affabulazione. Si seguiva, ma per capovolgerlo con uno straniamento di tipo fiabesco, il filone della stampa popolare. Poi Tabucchi prese altre strade, passando dal terragno al cosmopolita, con percorsi che dall’Europa vanno sino all’Asia, seguendo in qualche modo gl’itinerari dei navigatori portoghesi, grandi conquistatori nell’epoca d’oro. E Lisbona e il Portogallo, patria della sua Zé, erano per lui un riferimento implicito; uno dei suoi libri più belli, Requiem. Un’allucinazione, 1992, lo scrisse direttamente in portoghese.

Mentre oscillava tra un editore e l’altro (Feltrinelli e Sellerio soprattutto), Tabucchi parve cambiare spesso tematica e persino stile. Eppure c’era in lui una forte coerenza: si trattava di sottoporre il mondo delle apparenze al «gioco del rovescio», rivelando significati misteriosi e moventi segreti.…

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Tabucchi tra romanzi e passione civile. Furori e fantasmi di uno scrittore civile

di Paolo Di Stefano

Antonio Tabucchi è morto a Lisbona dopo una breve malattia che non aveva rivelato neanche agli amici. Lisbona è stata la sua città, anche se era nato a Pisa nel 1943. Lisbona è protagonista dei suoi libri migliori, con la sua sensualità sfavillante e a volte funebre. Potrebbe suonare strano, ma le pagine migliori Tabucchi le ha scritte in portoghese lasciando che fossero tradotte in italiano da altri.

Non si trovano in Sostiene Pereira, il bellissimo romanzo che nel 1994 gli ha regalato la fama internazionale. Si trovano in Requiem , sottotitolo Un’allucinazione , uscito a Lisbona nel ’91 e in Italia l’anno dopo, e sono le pagine in cui l’autore si congeda dai suoi fantasmi, dal suo Pessoa, da una donna, da un amico, da un poeta, da una casa, da una città, da suo padre, che torna a visitarlo apparendogli da giovane per chiedergli ragione della sua morte, avvenuta nell’84. La morte del padre di Tabucchi per tumore alla laringe sarebbe poi diventata un caso giudiziario, perché un chirurgo si riconobbe nel racconto e denunciò l’autore per averlo infamato facendone una questione di ordinaria malasanità italiana.…

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L’eccezione permanente

di Roberto Esposito

Emergenza-neve, emergenza-traffico, emergenza-rifiuti, emergenza-immigrazione. Più che situazioni eccezionali, le continue emergenze sembrano diventate la norma paradossale che scandisce, e in qualche modo condiziona, le nostre vite.
A ognuna di esse fanno riscontro misure straordinarie che rischiano di stravolgere le procedure democratiche, dando spesso luogo a pratiche tutt’altro che trasparenti.
Altre volte, al contrario, le emergenze vengono ignorate o minimizzate, da coloro che dovrebbero fronteggiarle con conseguenze ancora più gravi per le popolazioni interessate. Ma esiste una maniera di valutare in termini oggettivi il loro rilievo, cercando di evitare sia l’enfasi che la sottovalutazione? Come misurare, senza eccessi e senza negligenze, quello che si chiama uno “stato di necessità”?
Per tentare di rispondere a questa domanda in termini non congiunturali, è bene approfondire un concetto di per sé vischioso come appunto quello di emergenza. Nella riflessione contemporanea esso trova, per così dire, due occorrenze, entrambe piuttosto fluide sotto il profilo concettuale. La prima è riconducibile ad una teoria, l’ English Emergentism,, elaborata in Inghilterra negli anni Venti del secolo scorso e poi ripresa, ad ondate successive, fino ad oggi, come raccontano P.Clayton…

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Emergenza

di Ulrich Beck

Con l’aumento dei pericoli le vecchie priorità passano in secondo piano, e nel contempo cresce la politica dirigistica dello stato d’emergenza, che nel pericolo amplia le sue possibilità di intervento e le sue competenze. Dove il pericolo diventa normalità, assume in permanenza questa forma istituzionalizzata…
Nello sviluppo a briglia sciolta della civiltà moderna si creano situazioni quasi rivoluzionarie in un certo qual senso imposte dall’esterno. Si producono come un “destino della civiltà moderna” indotto dalla modernizzazione, quindi per un verso con la maschera della normalità, per un altro con il potere di disposizione delle catastrofi, che con la crescita dei pericoli può eguagliare e sopravanzare la portata di una rivoluzione.
Quindi quella del rischio non è una società rivoluzionaria, ma qualcosa di più: è una società delle catastrofi.
In essa lo stato di emergenza minaccia di diventare la normalità.

(brano tratto da “La società del rischio”, Carocci editore)

(“La Repubblica”, 9 febbraio 2012)…

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A passeggio con Lacan tra le cupole di Roma

di Luciana Sica

Jacques Lacan “dal vivo”: gli scarti geniali dell’analista, le passioni intellettuali, le improvvise generosità, i proverbiali silenzi, tutta la sua irrimediabile solitudine. Sei allievi diretti e indiretti – da Marcel Czermak a Muriel Drazien – rievocano il maestro francese scomparso trent’anni fa, in una raccolta d’interviste che ha senz’altro un suo valore di testimonianza.
Il libro inaugura “Scilicet”, la prima collana internazionale di psicoanalisi degli Editori Riuniti (diretta da Cristiana Fanelli).
In Francia è già uscito nel novembre scorso, ma la versione italiana può vantare una bella Ouverture sul tema dell’ “analisi finita infinita” affidata a Charles Melman e un’introduzione a Paola Caròla, tra le prime allieve di Lacan in Italia, oltre a un apparato di note e un glossario di concetti essenziali. Anche più invitanti -decisamente meno gergali – le pagine conclusive di Jacqueline Risset sull’amico acutissimo e ombroso , affascinato dalle cupole delle Chiese romane, che spiazzava i giornalisti interessati soprattutto al personaggio con una frase che suona antitetica alla posa vanesia di un guru: “La psicoanalisi – diceva Lacan – forse sarà stata un piccolo istante, un lampo di verità nella storia umana…”

Le mie sere con Lacan
di Cadeau, Czermak, Drazien, Landman, Tyszler , Editori Internazionali Riuniti, pagg.396

(“La Repubblica”, 12 febbraio 2012, pag.47)…

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Dialogo sull’attualità tra il porporato e il senatore chirurgo

di Armando Torno

Sta per uscire “Credere e conoscere”, un libro curato da Alessandra Cattoi che contiene un dialogo tra il cardinale Carlo Maria Martini e Ignazio Marino (Einaudi). Il porporato e il chirurgo specializzatosi in trapianti d’organo, che ha lavorato per un quarto di secolo in Gran Bretagna e negli Usa, senatore del Pd, hanno cominciato questo scambio di considerazioni anni fa. Si sono incontrati in diversi luoghi, tra i quali Gerusalemme. Le ultime battute risalgono ai nostri giorni e sono avvenute nelle due stanze che «padre Martini» – così si legge sul cartiglio del campanello – abita all’Aloisianum di Gallarate.

Pagine nate lentamente e, negli ultimi tempi, costate un sacrificio particolare a sua eminenza. La voce è stata sovente sostituita dalla scrittura. Marino si recava dal cardinale e quel loro dialogo proseguiva a volte con gli strumenti tecnologici, che Martini conosce benissimo. Non vanno esclusi sguardi, silenzi, pause di riflessione. Il libro è denso; entra negli argomenti delicati, o meglio affronta problemi roventi.…

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