Il santuario dove la ‘ndrangheta “consacra” i suoi boss. Ma il vescovo di Locri non ci sta

di Luca Kocci

I boss della ‘Ndrangheta riuniti in circolo davanti alla facciata del santuario della Madonna di Polsi, a San Luca (Rc), in Aspromonte, parlano fra loro, discutono di strategie criminali, consacrano i loro capi. Lo fanno vedere le immagini riprese dai carabinieri che dimostrano senza alcuna ombra di dubbio quello che da sempre magistrati, investigatori e studiosi sostengono: il santuario della Madonna di Polsi – la “Madonna della Montagna” – è una sorta di “santuario della ‘Ndrangheta”, in cui, soprattutto a settembre, durante la festa della Madonna, i capi mafia si ritrovano per mettere a punto le loro azioni, fare le investiture, svolgere i processi interni.

Dopo la diffusione del video sui principali mezzi di informazione, il vescovo di Locri, Mons. Giuseppe Fiorini Morosini, ha preso la parola e ha scritto una “lettera aperta a coloro i quali hanno fatto del santuario di Polsi il centro di incontri e raduni illegali”.

“Carissimi fratelli – scrive il vescovo –, in questi giorni attraverso le televisioni nazionali, e forse anche internazionali, il santuario di Polsi con la sua annuale festa della Madonna della Montagna sono stati oggetto di cronaca, perché le autorità investigative e giudiziarie italiane hanno trasmesso immagini di vostri incontri e riportato frasi da voi proferite, che avevano per oggetto la vostra organizzazione illegale e la divisione del potere all’interno di essa.…

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Storia di un partito che non trova più le parole per vincere

di Claudio Cerasa

“Noi chic e noi popolari, noi borghesi e noi medio bassi, noi snob, noi ceto medio riflessivo, noi liberal, noi democrat, noi intelligenti e noi stupidi di buona volontà, noi che assistiamo al successo e all’occupazione del potere da parte di ex fascistoni, di spregiudicati voltagabbana, di brutti figuri con il cravattone, il colletto slacciato e l’auto sfacciata, gente che fa il possibile e pure l’impossibile per apparire impresentabile, siamo in grado di fare un onesto esame di coscienza? Di riconoscere dove abbiamo sbagliato?”.
Edmondo Berselli, “Sinistrati”

Questo articolo nasce da un messaggio ricevuto qualche settimana fa da un importante esponente del Partito democratico. Era il ventitré maggio: Pier Luigi Bersani aveva organizzato il suo primo viaggio all’estero da segretario del Pd, la delegazione dei democratici era appena arrivata in Cina e molti giornalisti si erano di colpo interrogati sulla misteriosa ragione di questa improvvisa spedizione in oriente. Domanda in fondo più che legittima, dato che proprio nei giorni in cui il segretario veniva trionfalmente accolto dai compagni di Pechino il governo italiano si ritrovava in condizioni di sofferenza non indifferente: Giulio Tremonti aveva iniziato a parlare della sua discussissima Finanziaria, le regioni avevano cominciato a sbuffare, il presidente del Consiglio aveva chiesto spiegazioni al suo ministro, i finiani avevano deciso di passare al contrattacco e in tutto questo nel Partito democratico non c’era nessuno che sapesse rispondere alla domanda più semplice del mondo: ma che ne pensa di tutta questa storia il nostro segretario?…

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La vera storia del caso Marchionne

di Eugenio Scalfari

Fa piacere a tutti quelli che fanno il mio mestiere poter dire ogni tanto: “l’avevo scritto prima di tutti” anche se molte volte ci sbagliamo nelle previsioni e nei giudizi. E allora: quando Marchionne annunciò che la Fiat aveva conquistato il controllo della Chrysler, gran parte della stampa magnificò quell’operazione come un’offensiva in grande stile della società torinese per proporsi come uno dei quattro o cinque gruppi automobilistici mondiali che sarebbero sopravvissuti nell’economia globale. Io scrissi invece che l’operazione di Marchionne era puramente difensiva. La Fiat stava affondando; aggrappata alla Chrysler sarebbe sopravvissuta, sia pure con connotati industriali e territoriali completamente diversi.

Ma perché proprio la Chrysler e non invece la Peugeot e magari la General Motors che sembrava anch’essa sull’orlo del disastro? La Peugeot non si poneva il problema di sopravvivenza planetaria e non stava affatto affondando; quanto alla GM, aveva un programma di rilancio che infatti è andato a buon fine con l’aiuto dei fondi messi a sua disposizione dal governo Usa.…

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L’intelligenza collettiva del crimine

di Attilio Bolzoni

Prima o poi avremo una mafia senza mafiosi. Per sopravvivere la mafia deve liberarsi dei suoi uomini più rappresentativi e dei loro discendenti, far dimenticare gli orrori, deve abbandonare quelle «ossessioni» che quasi in un secolo e mezzo di esistenza (ufficialmente è nata il 25 aprile 1865: è stato quel giorno, infatti, che la parola «mafia» compare per la prima volta in un dispaccio che il prefetto di Palermo aveva inviato al ministro degli Interni del tempo) le hanno permesso di diventare l’organizzazione criminale più potente dell’Occidente. Ma i tempi sono cambiati, il mondo è cambiato. E se la mafia alleverà e proteggerà ancora i suoi mafiosi — per esempio quelli di Corleone, o quegli altri che abbiamo conosciuto nelle borgate intorno a Palermo — non avrà futuro. La continuità Cosa Nostra se la assicurerà ancora e come sempre con la sua trasformazione. Ma questa volta dovrà snaturare se stessa, svincolarsi da un’eredità che dopo centocinquant’anni l’ha portata verso l’inizio del declino.…

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Caponnetto, le battaglie di un giudice onesto

di Attilio Bolzoni

A Palermo sbarcò di notte, protetto da uomini armati di mitraglia. Una corsa nella città deserta, un portone di ferro che si spalanca e poi la caserma che sarebbe diventata la sua nuova casa. «Sono stati i quattro anni e quattro mesi più intensi della mia vita», dirà lui quando ormai Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – i suoi figli, i suoi fratelli, i suoi amici – non c’ erano più. Era arrivato il 9 novembre del 1983, cento giorni prima avevano fatto saltare in aria il consigliere istruttore Rocco Chinnici. E lui, Antonino Caponnetto, aveva preso il suo posto. E lui, Antonino Caponnetto, era stato quello che subito dopo aveva messo la sua firma su un milione di pagine e sulla prima pagina di una sentenza-ordinanza che avrebbe fatto la storia della Sicilia: «Questo è il processo all’ organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra…». Era l’ atto di accusa contro i boss che avevano seminato morte e terrore, era l’ inizio della primavera di Palermo.…

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Alla fine di un regno

di Raniero La Valle

Fini dice che vuole vivere in un Paese dove i giornali possano scrivere quello che vogliono, Berlusconi vuole un Paese dove i crimini, le corruzioni e le concussioni si possano organizzare tranquillamente per telefono, dove giudici carabinieri e guardie di finanze non debbano avere né occhi né orecchi, e l’azione penale sia decisa dall’esecutivo attraverso il filtro di pubblici ministeri separati dalle carriere giudicanti e obbedienti alle logge e ai palazzi del governo.

Nello scontro sulla legge bavaglio ha vinto Fini, il che non significa che la libertà di stampa, il controllo di legalità e lo Stato di diritto siano stati salvati; affinché a vincere sia la democrazia, occorrerebbe che la legge sulle impunità di Stato (ovvero sulle intercettazioni) cadesse del tutto, e che le associazioni a delinquere oggi al potere fossero cacciate dal governo. A perdere però è stato sicuramente il presidente del Consiglio, che dopo essere tornato dal suo ultimo viaggio dicendo: “ci penso io”, è finito davanti ai giocatori del Milan a dire che la legge bavaglio, se cade il bavaglio, tanto vale non farla; che il governo non può governare; che un disegno di legge che entra in Parlamento come un cavallo, esce come un cammello; che le leggi approvate dalla sua maggioranza vengono poi vanificate da giudici di sinistra e abrogate dalla Corte di sinistra; che l’ “architettura costituzionale della nostra democrazia” è costruita in modo tale che non si può fare nulla di buono.…

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Il cristianesimo antievangelico della lega

di Sergio Paronetto

Guardiamo in profondità. Si sta sgretolando lo stato di diritto. Stiamo vivendo una fase di rottura costituzionale. Accanto al populismo aziendalista berlusconiano, sta fiorendo un populismo etnocentrico tradizionalista cattolico in prospettiva europea. Da tempo la Lega parla di “superamento della forma di Stato” dichiarando che “i futuri soggetti territoriali costitutivi sono le comunità di popolo”, espressione tipicamente nazista (volksgenosse, il vero cittadino, membro del popolo-comunità). Si sta consolidando una nuova xenofobia. Rinasce un “cristianesimo senza Cristo” basato sul binomio sangue-suolo.

Con il leghismo trionfa una logica tribale basata sulla gestione del mercato della paura e sull’ossessione della sicurezza armata. In regioni ricche di risorse democratiche ma incattivite dalla globalizzazione, la proposta populista sembra capitalizzare molte proteste esibendosi come religione civile settaria e guerriera (“comunalista”). A supportarla, sta il cemento di una rete finanziaria che vede la Lega mescolarsi all’Opus Dei e alla Compagnia delle Opere. Ciò che spinge alcuni parroci e cattolici padani a “tollerare” una religione simile non sono solo interessi di bottega ma alcune “idee forti”: la difesa di un’identità cattolica già formata, l’esibizione ideologica del diritto naturale, l’esaltazione della “nostra gente” contraria ai vizi della modernità, la funzione di coesione sociale della Chiesa che può sentire omogenee le “comunità organiche”.…

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Appello per un mondo libero da armi nucleari

Il mondo vive ancora oggi sotto la minaccia delle armi nucleari. Nonostante la fine della Guerra Fredda ci sono ancora più di 23.000 armi nucleari, alcune delle quali in stato di massima allerta. Nove Paesi attualmente possiedono armi nucleari ed esiste il rischio reale e sempre presente che dei terroristi possano impadronirsi o acquistare del materiale nucleare.
Oggi, vent’anni dopo la fine della Guerra Fredda, le potenze nucleari non hanno ancora onorato l’impegno assunto con la ratifica del Trattato di Non Proliferazione (TNP) del 1968, quello di realizzare un mondo libero da tutte le armi nucleari. I piani militari e le politiche estere di questi Paesi prevedono tuttora di mantenere il possesso delle armi nucleari, ancora per molto tempo. Il ruolo delle armi nucleari non è da sottovalutare in una situazione internazionale tesa come quella dei nostri giorni. Il costo per mantenere negli arsenali queste armi è enorme: solo gli Stati Uniti spendono ogni più di 50 miliardi di dollari per il programma nucleare.…

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La memoria offesa

di Vincenzo Cerami

Nulla di malefico si muove in Sicilia senza che la mafia ci metta lo zampino. Ci chiediamo se il vile atto vandalico consumato ieri a Palermo – dove sono state oltraggiate le statue di Falcone e di Borsellino, proprio alla vigilia della fiaccolata in ricordo dei due eroici magistrati, a 18 anni dalla strage di via D’Amelio – non sia un minaccioso segnale in codice rivolto al mondo della politica. Nulla infatti succede per caso quando in ballo c’è Cosa Nostra. Ma se a compiere il disgustoso e violento gesto simbolico non è stata la Cupola ma un manipolo di picciotti, di piccoli spalleggiatori della mafia, di gente allo sbando morale, o, peggio, di cittadini esacerbati e resi cinici dalla disperazione, ciò che ieri è successo ci preoccupa ancora di più. Ci rifiutiamo di credere che in Sicilia stia prendendo spazio la cultura dell’illegalità come arma contro uno Stato che funziona meno della mafia nel controllo dell’economia territoriale.…

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Concilio e libertà

di Raniero La Valle

Sta emergendo, negli osservatori esterni, un sentimento di tenerezza e compassione verso Benedetto XVI a causa della sua profonda afflizione per “il peccato penetrato nella Chiesa” ed esploso con i preti pedofili e qualche incidente di percorso dei suoi maggiori prelati. Da ciò a un giudizio generale sullo stato della Chiesa il passo è breve, e lo ha compiuto da ultimo Pietro Citati, che però usa categorie di giudizio che dimostrano quanto poco il rinnovamento del Concilio abbia modificato il modo in cui la Chiesa viene percepita dal mondo.

Dice infatti Citati che il problema non è il peccato, perché anzi senza l’angoscia del peccato il cristianesimo nemmeno potrebbe esistere; il rischio è invece che la Chiesa cessi di essere quell’“arca” nella quale la coscienza del peccato è compensata dalla gioia della grazia. Il rischio a suo parere è che la Chiesa cessi di essere “un’eccezione” rispetto al mondo che vive la sua avventura moderna. La Chiesa, secondo la visione un po’ giansenista (Pascal) espressa in questo articolo, non deve affatto essere moderna, anzi deve restare un residuo dei tempi antichi, il paradosso che contraddice la ragione, qualcosa di originario e straordinario che ignora le norme della società e della politica; e di conseguenza i suoi preti non devono essere “uomini come gli altri”, quasi fossero pastori protestanti, ma anzi devono riprodurre lo spirito degli antichi eremiti, e fare della castità e del celibato un segno di elezione, il segno della distanza, della differenza, dell’eccezione rispetto “al resto della vita”; cose di cui per fortuna, nonostante tutto, sussisterebbe qualche retaggio anche oggi.…

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