Michael Walzer, note per la rivolta democratica

di Guido Caldiron

«Azione politica. Guida pratica per il cambiamento», pubblicato da Luiss University Press. Tradotto per la prima volta un testo del 1971 dedicato agli attivisti dei movimenti politici. Un libro frutto del decennio di lotte contro la segregazione razziale e la guerra. Secondo l’analisi dell’autore, qualunque ipotesi di trasformazione non è «una faccenda di leader isolati né teorici astratti; bensì di egualitarismo e di attività ad alto tasso di partecipazione sociale»

A decretare l’importanza di un libro, a molti anni dalla sua pubblicazione e anche quando non si tratti di un’opera letteraria, è spesso il fatto che insieme al suo contenuto riesca ad offrire lo spaccato di un’epoca, il ritratto credibile di una fase della storia umana, un frammento illuminante di una qualche biografia collettiva. Da raccolta di analisi le sue pagine sono destinate per questa via a trasformarsi in una sorta di testimonianza, candidata implicitamente a sfidare il tempo e l’opinione delle generazioni a venire. È questo il caso di Azione politica. Guida pratica per il cambiamento, un testo pubblicato originariamente nel 1971 da Michael Walzer, e riproposto negli Stati Uniti due anni fa, disponibile ora per la prima volta nel nostro Paese con la premessa di Nicola Barone e l’introduzione di Leonardo Morlino (Luiss University Press, pp. 152, euro 16, traduzione di Piero Arlorio).

Filosofo della politica, già docente a Harvard e a Princeton, per anni direttore della rivista Dissent, tra le figure più significative della sinistra americana, e guardato con molto interesse anche da quella europea – al netto della sua controversa lettura delle «guerre giuste» dopo l’11 settembre, a partire da quella dell’Afghanistan -, Michael Walzer traccia in questo libro le linee guida di un autentico manuale ad uso degli attivisti dei movimenti politici progressisti.

Scritto all’apice della stagione di proteste contro il razzismo e la guerra del Vietnam, si tratta di un testo che introduce il lettore alla pratica della politica, a partire dalla consapevolezza che questa non sia una «faccenda di leader isolati né teorici astratti; bensì di egualitarismo e di attività ad alto tasso di partecipazione sociale». Venticinque capitoli di poche pagine ciascuno definiscono il campo offrendo indicazioni e spunti su come organizzare una riunione, «mettere radici» in un determinato territorio e contesto sociale, creare una coalizione di forze, raccogliere risorse economiche, ma aprendo anche una riflessione sullo spazio che le donne hanno d’abitudine in tali contesti, sulla creazione di una leadership o sul rapporto di un movimento con le azioni illegali o la violenza.

Un esame, dal tono estremamente pragmatico delle modalità attraverso le quali i cittadini possono prendere parte ad un processo che renda la società «meno oppressiva, meno ingiusta e più democratica».

Al contenuto del libro, come detto, si affianca poi per interesse e significato il contesto nel quale è stato redatto e pensato, la cui eco risuona pagina dopo pagina. La genesi del progetto, come l’autore racconta nell’introduzione alla nuova edizione americana del 2019, va fatta risalire al 1960 quando fu inviato in Carolina del Nord dal direttore dell’epoca di Dissent, Irving Howe, per raccontare la lotta che gli studenti afroamericani avevano ingaggiato con i responsabili della catena dei grandi magazzini Woolworth nei cui ristoranti era precluso l’ingresso ai neri. Per l’allora dottorando venticinquenne, già vicino agli ambienti della sinistra ma ancora digiuno di alcuna pratica militante, si trattò di entrare così in contatto con gli attivisti dei movimenti contro la segregazione razziale che di lì a pochi anni avrebbero intrecciato il proprio percorso con quanti si andavano opponendo alla guerra del Vietnam.

Walzer avrebbe riunito gli appunti raccolti «sul campo» solo al termine di quel decennio e in particolare nelle settimane successive all’inizio dell’invasione americana della Cambogia, che nella primavera del 1970 aveva finito per rendere evidente come la guerra fosse ormai sbarcata anche sul suolo degli Stati Uniti, dopo che la Guardia Nazionale dell’Ohio aveva sparato contro gli studenti che per protesta verso l’invasione avevano occupato la Kent State University, uccidendone quattro e ferendone diverse decine.

Dopo che le mobilitazioni contro la segregazione razziale si erano allargate in segno di solidarietà anche al nord del Paese, «dove il razzismo era forse meno appariscente, ma ben presente ed effettivo», Walzer stesso aveva partecipato a tali azioni nella zona di Boston partecipando al picchettaggio di diverse sedi di Woolworth, l’intero circuito degli studenti progressisti si concentrò sempre più spesso sull’opposizione al conflitto che vedeva impegnata l’America nel sud-est asiatico.

Nel 1967 Walzer aderisce alla sezione di Harvard degli Students for a Democratic Society, impegnata nel costruire un comitato territoriale contro la guerra nell’area di Cambridge. «Andammo casa per casa, isolato per isolato a parlare con chiunque fosse disposto ad ascoltarci e cercammo anche qualcuno che volesse ospitare una riunione di quartiere in modo da poter illustrare la nostra ostilità alla guerra».

A riprova del fatto che la lotta contro il razzismo e quella contro la guerra procedevano in quella stagione di pari passo, il Cambridge neighborhood committe on Vietnam invitò per una serie di iniziative pubbliche lo stesso Martin Luther King, che sarebbe stato assassinato a Memphis solo pochi mesi più tardi. Anche se la presenza e l’impegno di King che andò a bussare alle porte della gente davanti a telecamere e giornalisti non fu di particolare aiuto nei quartieri bianchi: la lista contro la guerra ottenne il 40% dei voti ma uscì sconfitta in tutte le zone operaie e bianche.

L’intensificarsi della guerra del Vietnam avrebbe però finito per travolgere quel tipo di strutture locali, divise tra scelte più radicali, come quella dei Weathermen, o l’appoggio ai candidati democratici, fino alla disastrosa sconfitta del 1968 che porterà Richard Nixon alla Casa Bianca. Di fronte alla crisi dei movimenti, l’attivista Walzer decise di fermarsi e scrivere Azione politica proprio per offrire uno strumento a quanti continuavano, come lui, ad immaginare una società diversa. Sarebbe venuto in seguito il tempo di altre battaglie e di altre sfide politiche e intellettuali.

Ma che questo libro non rappresenti solo la fotografia un po’ sbiadita di un’epoca lontana è confermato dallo stesso autore che dopo due anni dall’inizio del mandato di Donald Trump ne ha proposto, con successo, una nuova edizione alla New York Review Books, spiegando come si tratti di uno strumento tutt’ora valido. «Stiamo vivendo in tempi bui. – ha spiegato Walzer – Lo stato della realtà politica americana non era così deplorevole dai tempi della cosiddetta “paura rossa” fomentata dal senatore Joe McCarthy nei primi anni Cinquanta e dalla fobia dei migranti dei primi anni Venti. Abbiamo pertanto un grande bisogno di movimenti di resistenza e di cittadini politicamente attivi ispirati all’imperativo dei vecchi sindacati dei lavoratori: Organizzatevi!».

(ilmanifesto.it, 15 marzo 2021)

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