Habermas, un grande tedesco che pensava da europeo
di Tonia Mastrabuoni
“L’Ucraina non deve perdere la guerra”: fino all’ultimo Jürgen Habermas, il grande filosofo tedesco scomparso oggi a 96 anni, è intervenuto nel dibattito pubblico, coerente con la Teoria dell’agire comunicativo che aveva descritto negli anni Ottanta e con l’idea che l’opinione pubblica fosse un pilastro della democrazia. Nel 2023 il grande allievo di Adorno si scagliò contro chi criticava la timidezza del governo socialdemocratico di Olaf Scholz nel fornire armi pesanti a Kiev, l’anno dopo chiese di riavviare la diplomazia per risolvere il conflitto tra russi e ucraini. È stato, fino all’ultimo, la coscienza della Germania e dell’Europa.
I conservatori lo chiamavano con disprezzo “uccello della tempesta”, ma Habermas fu sempre il più libero di tutti, instancabile nell’ammonire i tedeschi dalla tentazione di ricadere nei nazionalismi. Fu un “patriota della costituzione” e diffidava dei sentimentalismi, anche quando le due Germanie si riunificarono nel 1990, sempre timoroso che “le cose possano andare male”, che i tedeschi potessero ripiombare nell’inferno che aveva caratterizzato la sua giovinezza, il nazismo. Come Thomas Mann, Habermas era europeista fino al midollo. Il brillante filosofo della seconda Scuola di Francoforte era ossessionato dai pericoli di una de-democratizzazione, dalle insidie dei neo conservatorismi.
Osservatore vigile e illuminato, fece a pezzi nell’Historikerstreit del 1986 gli storici revisionisti come Ernst Nolte o il biografo di Hitler, Joachim Fest, che tentarono di relativizzare le colpe dei nazisti paragonandone le atrocità a quelle dello stalinismo. Ma negli anni Novanta, quando il governo del socialdemocratico Gerhard Schroeder decise l’intervento armato in Kosovo, Habermas lo difese. Il filosofo diede ragione ai verdi, al partito pacifista del ministro degli Esteri Joschka Fischer, che giustificò l’intervento dell’Onu con la promessa dei tedeschi al mondo: “mai più Auschwitz”, mai più genocidi.
Habermas risvegliò le coscienze anche durante la crisi finanziaria del 2008, quando difese con veemenza il salvataggio della Grecia inviso a tanti tedeschi dalle colonne della Sueddeutsche Zeitung: ancora una volta si mostrò un pilastro nella difesa degli interessi europei. Puntò il dito contro l’”inflessibilità” di Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel, che chiesero mostruosi sacrifici ad Atene in cambio dei salvataggi comunitari – Habermas bollò quella della cancelliera una “democrazia conforme ai mercati”. Salvo, pochi anni dopo, ergersi a difesa delle politiche migratorie generose di Merkel.
Il filosofo denunciò più volte la “nanificazione” delle élite europee, la loro veduta corta, avrebbe detto Dante, la loro incapacità di prendere decisioni al di là delle convenienze del momento e delle scadenze elettorali. “L’Unione europea non potrà avere un carattere democratico finché i partito politici eviteranno di considerare delle alternative ad alcune decisioni di enorme portata, finché non le prenderanno neanche in considerazione”.
(repubblica.it , 14 marzo 2026)

