Jürgen Habermas, l’ultimo dei grandi

di Stafano Petrucciani

Jürgen Habermas è stato uno dei più grandi pensatori del ventesimo e del ventunesimo secolo. La sua opera ha pochi eguali per vastità e profondità. Nella sua lunga vita di uomo e di studioso (era nato nel 1929 a Düsseldorf) Habermas ha attraversato diversi campi del sapere (dalla filosofia alla sociologia, dalla linguistica alla teoria politica) lasciando in ognuno di essi una traccia indelebile. Come tutti i veri grandi, Habermas era anche una persona di straordinaria disponibilità e cortesia: amava discutere, con affabilità e simpatia, prendeva sul serio e rispettava ogni interlocutore. Praticava insomma davvero quella «etica del discorso» che dà il titolo ad uno dei suoi libri più significativi.

LA SUA FORMAZIONE era stata tutta all’impronta del marxismo critico. Nel 1956 era entrato come assistente nell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, dove era apprezzato da Adorno, meno da Horkheimer che lo riteneva troppo «estremista». Una delle sue prime ricerche sociali la dedicò al tema «Studenti e politica».

Habermas cominciò ad affermarsi come un protagonista del dibattito nella Germania Federale con la sua tesi di abilitazione, che divenne un libro molto importante tradotto in Italia con il titolo Storia e critica dell’opinione pubblica. Già in questo testo, uscito in Germania nel 1962, Habermas sviluppava una delle sue idee di fondo, che troverà poi piena esplicazione nel libro sulla democrazia (intitolatato Fatti e norme) pubblicato trent’anni dopo. Habermas si concentra sull’opinione pubblica perché, per lui, il cuore della democrazia non sono tanto le sue istituzioni formali (Partiti e Parlamenti) quanto il dibattito che si svolge nella sfera pubblica, la partecipazione dei cittadini, lo scambio di argomenti senza il quale la democrazia fallisce, si riduce a propaganda e a manipolazione.

LE TRASFORMAZIONI della sfera pubblica al tempo della rete (alle quali aveva dedicato un suo recentissimo volumetto) certamente lo spaventavano. Ma Habermas era (nonostante fosse allievo di Horkheimer e Adorno) alieno da ogni catastrofismo. Non ha mai abbandonato la fiducia nella ragione discorsiva, anche quando le dinamiche della storia e della società sembravano metterla davvero in crisi.

Sebbene si fosse formato nell’ambito del marxismo critico, Habermas fu anche, dalla metà degli anni Sessanta fino alla sua recentissima Storia della Filosofia (di cui sono apparsi in italiano, per ora, i primi due volumi presso Feltrinelli), un critico molto attento e sottile del pensiero di Marx. Il punto che egli rimproverava al filosofo di Treviri si può riassumere con il titolo di una sua famosa conferenza: «Lavoro e interazione». Per Habermas, Marx aveva tentato di comprendere la storia e l’emancipazione umana mettendo al centro una sola categoria fondante, quella del lavoro. Habermas proponeva invece un paradigma dualistico. Le società umane sono tenute insieme, da un lato, dal lavoro e dalla produzione, dall’altro dalle interazioni tra gli individui regolate da norme sociali e morali. Questa seconda dimensione del sociale non si può spiegare esaurientemente in base alla prima, cioè quella del lavoro, ma ha una sua propria logica autonoma che va ricostruita come tale.

Di qui la lunga riflessione che Habermas ha dedicato, in dialogo con il suo amico Karl-Otto Apel, più anziano di lui e scomparso nel 2017, al tema dell’etica. La sua prospettiva, come accennato prima, è quella di un’etica del discorso. In parole semplici, ciò vuol dire che il rispetto che si deve a tutte le persone, che costituisce il nucleo dell’etica, si radica in ultima analisi nella dimensione del linguaggio. È nel dialogo, nello scambio di argomenti e di ragioni che ha la sua base la necessità di prendere sul serio ogni interlocutore, che è appunto il vero nocciolo della morale.

LA VICENDA DI HABERMAS, intellettuale sempre impegnato senza risparmio nel dibattito pubblico, è stata segnata anche da memorabili polemiche. Da giovanissimo cominciò attaccando Heidegger, che non era riuscito a dire una chiara parola di autocritica sulla sua adesione al nazismo. Non mancò di scontrarsi, lui intellettuale di sinistra, con l’estremismo del movimento studentesco del Sessantotto. Negli anni Ottanta, contro Ernst Nolte, si impegnò nella discussione sul revisionismo storico, che equiparava nazismo e comunismo. Memorabile rimane la sua polemica contro il postmoderno, consegnata al libro intitolato Il discorso filosofico della modernità, apparso in Italia nel 1987. Lì Habermas, irritato dalla moda postmodernista, ne aveva per tutti: non risparmiava Nietzsche e Foucault e arrivava persino a rimproverare i suoi maestri (Horkheimer e Adorno) per avere aperto la strada ai postmoderni con la critica della ragione che avevano sviluppato nella Dialettica dell’illuminismo.

IL SUO IMPEGNO PIÙ RECENTE lo aveva portato su nuovi fronti. Con il suo ottimismo della ragione, credeva molto nelle potenzialità dell’Europa, anche se ne criticava da sempre la deriva tecnocratica. Ma il suo ultimo grande lavoro, incredibile per un uomo di novant’anni, è la monumentale Storia della Filosofia. Habermas ne ripercorre da par suo l’intera vicenda, dal pensiero mitico fino alla contemporaneità. Tra i motivi che lo hanno spinto a questa grande impresa c’era soprattutto l’idea che, di fronte a un mondo complicato come quello contemporaneo (segnato anche da riprese religiose e da fondamentalismi) fosse necessario interrogarsi daccapo sul millenario rapporto tra la ragione e le religioni, andando oltre il vecchio illuminismo e cercando di mostrare che le due dimensioni non si erano solo scontrate, ma anche arricchite attraverso processi di apprendimento reciproco. Forse non si sbaglia se si dice che con Habermas se ne va l’ultimo dei grandi maestri.

(ilmanifesto.it , 14 marzo 2026)

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