Gesù, il progetto umanizzante di Dio

di Paolo Gamberini

Il saggio del teologo spagnolo J.M. Castillo è stato inizialmente pubblicato in Spagna nel 2010. Assieme ad altri significativi teologi (J.A. Pagola, J. Arregi e X. Pikaza), l’A. rappresenta l’avanguardia della riflessione cristologica in Spagna. Benché sia un’opera di agevole lettura e comprensione – merito anche della scorrevole traduzione italiana di L. Tommaselli e D. Culot – si tratta di un testo quanto mai complesso e articolato.

L’intento fondamentale del saggio è di rimettere al centro della riflessione cristologica l’uomo Gesù (le sue parole e le sue opere, il suo stile di vita e il suo messaggio), liberando la comprensione della sua persona da costruzioni e incrostazioni ideologiche, provenienti non solo dalle definizioni dogmatiche dei concili (Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia), ma anche dalle varie ricostruzioni storiografiche compiute dalle varie correnti della ricerca storico-critica su Gesù. Il nostro A. vuole liberare infatti la figura di Gesù dalle precomprensioni devianti che ne ha dato il sistema religioso lungo i secoli.

I labirinti della proiezione umana

Non si tratta di offrire una lettura «ebraica» oppure «non-giudaica» dell’uomo di Galilea: entrambe queste letture sono insufficienti a cogliere la portata dirompente che hanno il messaggio e la persona dell’uomo di Galilea. «Credere in lui» non significa essere certi delle informazioni sul Gesù storico o averne un’immagine dogmaticamente sicura, ma «essere convinti» della sua persona, condividendone le scelte, il comportamento e lo stile di vita. Il Gesù dei Vangeli non è quello presentato dai dogmi e nemmeno quello della ricerca storico-critica, per cui, sostiene l’A., «la fede non consiste solamente principalmente nell’essere sicuri di una serie di conoscenze o di verità, ma nell’avere alcune convinzioni che generano una condotta, un modello di vita» (29).

Questo presupposto epistemologico è fondamentale nella costruzione della cristologia di Castillo, ma allo stesso tempo ha in seno un’aporia. Se, da un lato, è vero che nulla sappiamo di ciò che è il Trascendente, poiché come dice Agostino «si comprehendis, non est Deus» (Sermone 117); dall’altro, è pur vero che per parlare di umanizzazione di Dio è necessario presupporre un minimo di significato quando si parla del Trascendente: cioè di Colui senza del quale nulla è e si conosce. Affermare che Dio «si colloca su un altro piano, non sul piano delle cose» (55) oppure che Gesù «è venuto a dirci o rivelarci qualcosa su Dio che non sapevamo o non possiamo sapere da noi stessi» (58) significa pur sempre presupporre almeno il concetto di creaturalità.

Non possiamo conoscere l’essenza di Dio (chi è Dio) senza la rivelazione che ne fa l’uomo Gesù, ma possiamo conoscerne l’esistenza (che Dio è). È un’inconoscibilità del quid e non del quod di Dio. L’umanizzazione di Dio ci rivela il quid della sua essenza. Pretendere di conoscere Dio, trascurandone l’umanità, significa finire nei labirinti della proiezione umana. Ne scaturisce così un circolo vizioso. Il Dio «della religione» è l’immagine divinizzata del potere (violento ed escludente): un Dio non-umano e talmente divino che genera dis-umanità.

Specialmente nella soteriologia si manifesta il volto violento di questo Dio religioso. La sofferenza e la morte di Gesù non sarebbero tanto le conseguenze inevitabili di scelte compiute da Gesù nei confronti dell’istituzione politica e religiosa del suo tempo quanto il sacrificio richiesto dalla volontà perversa di un Dio che, per salvare il mondo, ha avuto bisogno del sangue di suo Figlio. La teologia del sacrificio e dell’espiazione esprimono questa disumanizzazione di Dio.

Un progetto alternativo

Analoga perversione avviene quando il cristianesimo pretende di attribuire al Dio di Gesù un carattere escludente nei confronti delle altre religioni. Secondo Castillo, la differenza portata da Gesù non è di aver fondato una religione superiore alle altre o di essersi considerato divino, ma di essersi schierato decisamente per il rispetto e la dignità di ogni uomo e donna; per far questo, Gesù ha dovuto infrangere il sistema religioso e politico. L’unicità di Gesù consiste nell’aver realizzato pienamente quell’umanità che a noi tutti – in quanto uomini – è accessibile.

Gesù spezza il circolo vizioso della divinizzazione umana, poiché fa esperienza di Dio come Padre (Abbà) attraverso l’azione liberante del Regno di Dio negli ultimi: ammalati, piccoli, poveri e peccatori. Dio rivela la sua paternità nella prassi di Gesù: ristabilendo la salute umana, facendo rifiorire relazioni interrotte e condividendo il pane della convivialità. Così facendo, «Gesù ha cambiato il nome a Dio, chiamandolo Padre, e con il nome ha modificato il concetto stesso di Dio» (354). Questa esperienza singolare di Dio come Padre ha motivato e sta alla base del progetto anti-religioso (quindi laico) e alternativo di Gesù nei confronti del Tempio e della Legge religiosa. A tal proposito, «la religiosità di Gesù si è separata dalla religione giudaica su cose assolutamente fondamentali» (354).

Nell’attuale dibattito sul Gesù storico, questo aspetto critico della prassi di Gesù rimane il punto più controverso. A differenza di altri autori contemporanei che comprendono la figura storica di Gesù come quella di un riformatore religioso (E. Sanders e F. Bermejo Rubio, per citarne alcuni), Castillo decisamente opta per un’interpretazione «non-religiosa» di Gesù. Per realizzare questo si appoggia ad autori – per esempio J. Jeremias – che evidenziano maggiormente gli elementi di discontinuità nei confronti dei giudaismi del I secolo d.C. «La lettura dei vangeli mostra un’immagine di Gesù che certamente non corrisponde all’idea di un ebreo osservante e incondizionatamente sottomesso alle pratiche e alle tradizioni religiose, come si è preteso di fare soprattutto recentemente, nel comprensibile tentativo del giudaismo di recuperare Gesù come fedele praticante della pietà e delle tradizioni d’Israele» (249).

La differenza specifica dell’ebreo Gesù, quindi, non è stata una variante del giudaismo dell’epoca, divenuta differenza fondamentale a motivo della successiva separazione dei cristiani dagli ebrei. Secondo l’interpretazione dello storico Bermejo Rubio (La invención de Jesus de Nazaret), questa separazione sarebbe il risultato di una finzione religiosa operata dai discepoli nei confronti della persona di Gesù, per rielaborare il trauma subentrato tra di loro dopo il fallimento tragico della morte di croce del Nazareno. La confessione della divinità di Gesù esprime l’esito ultimo di questa invenzione della primitiva comunità cristiana.

Come una bussola

Il saggio di Castillo si oppone a questo tipo di lettura del fenomeno Gesù e si pone in alternativa a qualsiasi ricostruzione giudaizzante della sua persona; ma, allo stesso tempo, la cristologia di Castillo risponde alle astrazioni disumanizzanti dei dogmi cristologici dei primi cinque secoli. Come sovente ripete il nostro A. «per Gesù l’importante non era la Legge di Dio, bensì la vita delle persone» (p. 126). Non si tratta, perciò, di analizzare minuziosamente quanto della Torà e della Halachà di Israele Gesù abbia osservato o meno.

Nemmeno si tratta di fondare le riflessioni teologiche di Paolo e degli altri autori del NT, così come dei dogmi dei concili, nel Gesù storico. C’è un messaggio ben più rilevante. Nei gesti e nelle parole di questo uomo, Dio si è fatto dicibile e conoscibile. Nell’interpretazione della persona di Gesù il criterio non è un credo o un’osservanza religiosa. Non è la religione che interpreta il Vangelo, ma è il Vangelo che sottopone a giudizio la religione, liberando l’uomo da ogni soggezione al potere religioso e politico. Gesù incarna questo progetto (logos) umanizzante dell’uomo.

Nel mare sconfinato dell’attuale pubblicistica su Gesù, il saggio di Castillo, nei suoi nove capitoli, propone una riflessione teologica non solo interessante ma anche stimolante per lo studioso e per il lettore. È un testo ben scritto che sollecita a rispondere alle due domande: «Chi dice la gente che io sia?» e «E voi chi dite che io sia?» (Mc 8,26.29); un’opera che può servire da bussola in mezzo a percorsi storiografici e cristologici non sempre facili e sovente insidiosi.

Recensione a Josè Maria Castillo, L’umanizzazione di Dio. Saggio di Cristologia, Edb, Bologna, 2019

(settimananews.it , 20 aprile 2021)

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