Il fantasma di Livorno capitale del carpe diem

di Concita De Gregorio

Nessuno, nella vita e nelle arti, ha mai saputo dire cosa sia Livorno. Di cosa sia fatto quello stato d’animo in bilico fra menefreghismo, orgoglio e consapevolezza dell’umana vanità che fa dei livornesi anche analfabeti gli esemplari umani più vicini ai vecchi sapienti del mondo antico e allo stesso tempo, i più incredibili scialaquatori di ogni forma di ricchezza. Un carpe diem fatto di fatalismo, di abbronzatura da campionati di gabbione ai bagni Lido.

Simone Lenzi – livornese , che canta e compone testi per i Virginiana Miller, che ha scritto un libro da cui Paolo Virzì ha tratto un film – racconta questo. Cosa c’è di magnetico in un posto pieno di tutto quello che manca; cosa spinge allo scialo anche quando non abbiamo nulla, l’importante è la salute e fare il bagno in mare. L’inaudita protervia di un miliardario di governo, qui, si misura in quello che mangia a cena, “cee, dugento aragoste e sciampagn”, e si sa che delle cee – avenotti di anguilla – è proibita la pesca.

Il comunismo, in fondo, dovrebbe portare cee e sciampagn sulla tavola di tutti. Intanto, nell’attesa, pazienza, si mangia “cinque e cinque”- cinque lire di pane, cinque di torta di ceci come la fanno a Livorno non ce n’è, domani di vede.

 

Simone Lenzi, Sul Lungomai di Livorno, Laterza 2013

 

(“La Repubblica”, 16 giugno 2013, p.43)

 

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