La trama ideologica del discorso sulle razze

di Claudio Vercelli

Intorno al libro «Il bianco e il negro. Indagine storica sull’ordine razzista» di Aurélia Michel, edito da Einaudi. Secondo l’autrice, la schiavitù è da intendersi sia come elemento strategico nella costruzione dei rapporti di produzione che come strumento di riproduzione di significati e abitudini.

Non è sempre agevole muoversi tra le tante pagine del ricchissimo volume di Aurélia Michel. Anche se offre un’apprezzabile linearità descrittiva, con una serie di scansioni cronologiche e logiche che aiutano, chi lo affronta, a muoversi in cinque secoli di storia. L’autrice de Il bianco e il negro. Indagine storica sull’ordine razzista (Einaudi, pp. 289), docente all’Università Paris-Diderot e ricercatrice presso il Centre d’études en sciences sociales sur les mondes africains, américains et asiatiques, cerca infatti di offrire al lettore uno sguardo, fondato storicamente e articolato sul piano socio antropologico, del rapporto, intercorso dal XVI secolo in poi, tra schiavitù, razza, razzismo e ordinamenti sociali. Partendo da un assunto strategico: «la razza è un ordine sociale globale, il nostro ordine globale». Al punto, potremmo aggiungere, di essere divenuto elemento di disciplinamento delle relazioni internazionali, ossia dei rapporti tra nazioni e imperi.
Andiamo tuttavia per ordine, altrimenti il rischio di sovrapporre, confondere, mischiare e miscelare fenomeni che tra di loro interagiscono ma mantengono anche una loro autonomia è, pressoché, dietro l’angolo. L’autrice, peraltro, rivela da subito di avere ben altre intenzioni, ponendosi semmai l’obiettivo di ricostruire una complessa genealogia delle relazioni sociali del nostro presente. A tale riguardo, la schiavitù è intesa da Michel sia come elemento strategico nella costruzione dei rapporti di produzione che come strumento di riproduzione di significati e abitudini.

IN ALTRE PAROLE, una parte considerevole della ricchezza dei «moderni» (tra di essi – quindi – anche e soprattutto di noi europei) si è costruita non attraverso il rapporto di scambio tra prestazione e remunerazione bensì per il tramite del furto dei corpi e della loro capacità ergonomica. È da intendersi come tale una condizione di esistenza per la quale gli individui assoggettati ad un ordine schiavista – che è forma prevalente, ancorché non necessariamente esclusiva, dei sistemi di creazione e accumulazione di ricchezza – vengono privati di qualsiasi dignità umana. Il loro stesso corpo, agli occhi non solo dei loro dominatori ma anche di quanti li osservano, sono quindi dei semplici oggetti di produzione. Non dei soggetti, titolari di una propria dignità ed autonomia.
L’espropriazione non è solo quella del valore economico, prodotto attraverso il furto del risultato del lavoro, ma anche di autonomia civile e, quindi, della stessa esistenza degli individui ridotti a strumenti. Non è una novità, tra le indagini nel campo dei dispositivi di annichilimento della forza lavoro, oggi altrimenti conosciuta come «risorsa umana». Tuttavia, la riflessione sull’ordine schiavista, in quanto polo estremo, inumano, gratuitamente brutale di una medietà altrimenti presente, a tutt’oggi, nell’esistenza quotidiana, è un valido criterio per indagare come si consumi l’estrazione di valore dalla prestazione lavorativa in ogni circostanza. Non solo in quella più belluina e feroce.

CAPIRE questo meccanismo, per intenderci, aiuta a comprendere quale sia la dinamica attraverso la quale si originano quelle accumulazioni originarie che hanno portato all’attuale «ricchezza delle nazioni». Di alcune, a scapito di altre. Così come della funzione istitutiva della diseguaglianza nelle relazioni sociali, a partire dal momento in cui la stanzialità è divenuta l’elemento storicamente prevalente dei gruppi sociali. Una dinamica ferocemente asimmetrica, quindi.
Sia chiaro da subito: Michel non sta offrendo un trattato di morale sull’inaccettabilità delle sperequazioni strutturali nel mercato internazionale. Poiché sa fin troppo bene che è «mercato» non la fiaba del libero scambio, e degli equilibri che ne deriverebbero, bensì il racconto delle concrete asimmetrie di potere, di ruolo, di funzioni che sono alla base di quella stessa rete che invece fingiamo di intendere come un esercizio di reciprocità. Semmai, quindi, cerca di aiutarci a capire quale sia la radice del potere in età contemporanea. Costituito, per l’appunto, non sull’eguaglianza formale bensì sulla differenza sostanziale. Che è tale quando l’accesso alle risorse è discriminato in base ad una presunta appartenenza di gruppo, contrassegnata – ed è il secondo passaggio della sua riflessione – dalla «razza», intesa come dimensione ascrittiva, di origine, quindi «naturale»: in virtù di questo costrutto, non è la concreta società delle donne e degli uomini a determinare i differenziali di opportunità e, con essi, ricchezze e povertà, bensì le relazioni di potere cristallizzate dal predominio di un gruppo sull’altro.

NEL SANCIRE un tale stato di cose, per l’appunto, la definizione dei dominati come di un insieme di inferiori – tali in quanto per loro stessa intima, immodificabile costituzione fisica, mentale storica – è fondamentale. Poiché garantisce due risultati: il primo è la legittimazione del dominio, come mero riscontro di un presunto «stato di natura» e non come atto umano di imposizione («come fare diversamente, se le cose stanno da sempre così? Nel qual caso, quale colpa potrei avere io, che domino e vesso?»); il secondo, invece, è la convalida di un ordinamento delle relazioni sociali basato sul fatto che non solo i «superiori» bensì anche gli «inferiori» introiettino una tale scala sociale, intesa come in sé insuperabile.

SAPPIAMO che le razze non esistono ma senz’altro esiste il razzismo. Per Michel il primo riscontro ha senz’altro ragione d’essere: le razze sono un costrutto ideologico. Tuttavia, se sul piano biologico e genetico si dà l’insussistenza di tale condizione, non di meno va invece compreso che ciò che viene ripetuto, nel tempo, come verità di fatto, inizia poi ad assumere una esistenza a prescindere da qualsiasi verifica di merito. Poiché non è reale ciò che effettivamente può essere verificato ma quanto, invece, sussiste sul piano delle mentalità, che si riproducono nel corso della storia. Quindi, non è la «razza» ad avere una sua oggettività bensì il discorso sulle razze, che si definisce come forma prevalente di organizzazione (e legittimazione) delle diseguaglianze strutturali.

IL LAVORO di Aurélia Michel si dipana come un gomitolo di lana nel corso del tempo. Un gomitolo che si fa tela ed intelaiatura, tracciando un itinerario per quanti lo intendano compiere sul piano della riflessione intellettuale. Quindi, analisi impietosa di un sistema di relazioni che è, in più parti, alla base della stessa coesione sociale odierna. Il libro ha una vocazione essenzialmente storica. Tuttavia raccoglie, passo dopo passo, indicazioni e suggestioni antropologiche.
Il razzismo, per l’autrice, è anche e soprattutto una peculiare condizione: non tanto un pregiudizio moralistico bensì un’intelaiatura dentro la quale inserire i diversi modi in cui ricchezze e povertà sono state redistribuite nel corso del tempo. La schiavitù, in tutte le diverse, possibili declinazioni materiali, dal passato ad oggi, non è solo la premessa temporale dei moderni razzismi bensì la loro condizione materiale prevalente, nel passato così come anche nel presente.

NON ESISTONO SOCIETÀ «ricche» se non si danno intere filiere di sfruttamento del lavoro servile. Il quale viene cristallizzato (e quindi accettato) in quanto espressione non di una diseguaglianza di fatto bensì come una necessità inscritta nella natura. L’ordine sociale, ci ricorda l’autrice, si fonda su questa concatenazione. Sono circa almeno quattrocento anni di storia comune, se ci si intende soffermare anche solo all’età moderna. Che percepiamo come una progressione evolutiva, verso il «meglio», ma che con se stessi portano e conservano tali e tante asimmetrie da essere caratterizzati da continue discontinuità. Ovvero, da contemperare, al medesimo tempo, emancipazioni e nuove servitù.
Le due condizioni coesistono costantemente a tutt’oggi. E se le schiavitù del passato ci paiono intollerabili, quelle del presente procurano poco o nessun scandalo. L’«ordine razzista» di cui parla l’autrice è il suggello sia ideologico che materiale di un tale stato di cose. Adesso, non nelle età alle nostre spalle.

(ilmanifesto.it , 14 luglio 2021)

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