Trump e Francesco

di Raniero La Valle

Ora che Trump se n’è andato e Francesco invece è rimasto, si può valutare la portata della simultanea presenza di questi due grandi leader sulla scena mondiale. Sotto il velo di un rapporto politicamente corretto (non tanto, però, se Bannon è venuto a insidiare la Chiesa fin sotto il soglio di Pietro) si è trattato di un grande conflitto tra un potere temporale e un potere spirituale, come ai bei tempi delle investiture. La differenza rispetto a quel precedente era che l’uno non era capo dell’Impero e l’altro non aveva una “Cristianità” di cui pretendesse di essere il capo.

Ci sono stati dei momenti e delle partite in cui il conflitto si è manifestato con particolare potenza. Uno è stato il conflitto sul Medio Oriente e sulla Siria, che il papa ha difeso con particolare calore (fin dal momento, nel settembre 2013, in cui impedì con la forza della grande veglia in piazza san Pietro la guerra alla Siria) e che Trump voleva invece assoggettare e insanguinare fino a ordinare, come lui stesso ha rivelato nel settembre scorso, di uccidere Assad.…

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Ripartire da Ninive contro la logica dell’Apocalisse

di Raniero La Valle

La crisi della democrazia americana, che ha appena svelato come vi sia un fascismo in agguato negli stessi Stati Uniti, mostra ancora una volta quanto sia necessario ed urgente istituire un ordinamento costituzionale mondiale che salvaguardi la Terra e proclami e tuteli con efficaci garanzie i diritti fondamentali di tutti gli abitanti del Pianeta. In effetti la democrazia americana (una democrazia senza diritti fondamentali: non per i condannati a morte, non per i senza cure, non per i sacrificati alla ragion di Stato americana in ogni Paese) ha dato spettacolo. Ma noi qui vogliamo solo prendere atto, evangelicamente, di come siano dispersi i superbi nel pensiero del loro cuore; lo si vede se pensiamo che così finisce la pretesa conclamata agli inizi di questo secolo dalla destra americana, di fare del 2000 “il nuovo secolo americano”, concepito come un ordine imperiale ben munito di armi spaziali e nucleari. E di tale ordine, come abbiamo imparato durante questa crisi, lo spartiacque universale, il criterio del bene, anche per i capipopolo, sarebbe stato tra ciò che è “american” e ciò che è “unamerican” (non conforme all’uso americano).…

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Vive nella letteratura la memoria della Shoah

di Alessandro Zaccuri

Con “Nel buco nero di Auschwitz” Giovanni Tesio prosegue l’indagine sulle opere (questa volta narrative) che hanno dato voce alle vittime della violenza nazista

Di che cosa è memoria la memoria della letteratura? La domanda può essere formulata anche in altri termini, per esempio chiedendosi che cosa esattamente ricordi un romanzo oppure una poesia. E postulando, in prima istanza, che il ricordo del romanzo non coincida mai del tutto con quello della poesia. In quest’ultimo caso, infatti, l’elemento personale gioca comunque un ruolo preponderante. Sono le sensazioni a trovare espressione nel verso, e non tanto il resoconto dei fatti, mentre viene istintivo assegnare alla prosa un differente grado di veridicità. Se qualcuno la racconta, insomma, quella storia dev’essere accaduta, e possibilmente nella maniera esatta in cui ci viene riferita. L’invenzione non è esclusa del tutto, ma non può mai sconfinare nella mistificazione. Altrimenti, – di nuovo – quale memoria sarebbe mai la memoria della letteratura? A dispetto delle apparenze, non si tratta affatto di una questione teorica.…

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Il vaccino della memoria

di Tonio Dell’Olio

“Così la memoria sfida il pregiudizio” titola Avvenire questa mattina per presentare alcune pubblicazioni recenti sul tema della Shoah. Condizionato dal tempo che viviamo, penso alla memoria come a un vaccino contro la stupidità, la negazione e l’ignoranza. La memoria come sapere e nutrimento della mente ma anche dell’anima. Sì, la memoria come anima segreta della storia di un luogo, di una famiglia o di una nazione, di un gruppo sociale o anche di persone legate tra loro da un filo di dolore che – invisibile – tutte le tiene insieme. Forse siamo troppo ripiegati a rincorrere i frammenti della memoria personale e non ci rendiamo conto della memoria-cicatrice dei popoli, della memoria che ci abita più del ricordo e ci attraversa inconsapevoli e distratti. Per questo, ancora di più oggi, dobbiamo riconoscere alla memoria un valore terapeutico e preventivo. Si potesse ricevere come un vaccino che ci mette al riparo dall’influenza della banalità e del pregiudizio, dal contagio diffuso della distorsione della storia piegata a fil di ferro secondo le miopie di qualcuno e non secondo il dolore di ciascuno, dalla pandemia del sentito dire su pagine che meritano rispetto e tutta la tenerezza del mondo.…

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Il Partito-Paese, e le riserve inesplorate del genoma Gramsci

di Luciana Castellina

Profondo rosso. Non è vero che poi tutto è finito in nulla: senza quella soggettività che produceva quell’impegno, non si sarebbero ottenute dall’opposizione le migliori riforme conquistate nel nostro paese

Mi chiedo: ma c’è in Italia un altro partito oltre al Pci che per un suo anniversario – 100 anni certo è un secolo, ma anche 50 o 20 sono di solito occasione di celebrazione – sia mai stato ricordato così coralmente da tutti i possibili media: tv, radio, quotidiani, settimanali, riviste, e non solo italiane viste le interviste richieste dall’estero; e poi istituti storici e non storici, circoli, reti, centri, e non so quant’altro? Già questo mi pare basti a dire molto su questo partito, non c’è bisogno di saggi di esperti.

La migliore fra le succinte spiegazioni che del fenomeno è stata data resta per me quella che, dopo aver indagato nel nostro paese di cui era molto curioso, ebbe a dare Jan Paul Sartre: «Adesso ho capito – disse – il Pci è l’Italia!».…

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D’Alema: il partito comunista è sempre stato riformista

di Ezio Mauro

Analisi degli ideali e delle contraddizioni, a cento anni dalla fondazione di Livorno: “L’ambiguità era praticare il gradualismo nascondendolo col linguaggio della rivoluzione”. E sui rapporti con l’Urss: “La rottura fu tardiva, Occhetto ha un merito storico”

Massimo D’Alema, lei è stato il primo presidente del Consiglio venuto dal Pci, nella percezione comune viene considerato come l’ultimo comunista, il figlio di quel partito. Voltandosi indietro, come giudica la scissione di Livorno del 1921 che portò alla nascita del Pci?

«Io penso che il gruppo dirigente del Pci si sia formato proprio nella riflessione autocritica sul congresso di Livorno. Tutto il pensiero di Gramsci è un’analisi autocritica sugli anni Venti: anzi, si potrebbe dire che Gramsci ha scritto un’opera monumentale sulle ragioni della sconfitta della sinistra in Italia. Quindi il ’21 è celebrato come l’evento della nascita del Pci ma in realtà risulta una sconfitta, una frattura del movimento operaio, proprio quando stava sorgendo il fascismo».

C’è voluto un secolo per arrivare a questa lettura?…

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Nel tempo dei post

di Tonio Dell’Olio

Non mi riferisco ai post dei profili o degli account dei social network ma piuttosto a quelli che sembrano definire il tempo che viviamo. Postumano e postmoderno, postdemocratico (soprattutto dopo l’attacco a Capitol Hill) e postindustriale, postcristiano e postcapitalista, postantropocene e postfemminismo. E sono altresì convinto che ciascuna di quelle definizioni sarebbe oggetto di lunghe discussioni con posizioni molto differenti al punto da rischiare una situazione postraumatica, ma l’unica cosa certa è l’incertezza. Un tempo segnato dal post, è un tempo che vaga nel buio perché ha abbastanza chiaro ciò che si lascia alle spalle ma non ha ancora un porto dove approdare e, forse, nemmeno una rotta e una bussola. Come sarebbe bello se invece decidessimo tutti, o almeno in tanti, di dare inizio al tempo del “pre” inteso come cammino verso una meta ben definita. E questo nostro tempo sarebbe trasformato in un’epoca prefraterna, preugualitaria, preecologica. Perché i cammini sono di per sé incerti e rischiosi ma quanto meno scommettono sulla scoperta di una terra nuova e di un futuro migliore.…

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Responsabilità limitata, martedì di passione per Conte

di Andrea Colombo

Balla al centro. La crisi si avvita, il premier nel rebus della fiducia a Palazzo Madama con vista Colle. Fino a ieri mattina regnava un certo ottimismo. Il gelo dei centristi di Cesa ha rianimato Renzi.

Sulla carta la crisi dovrebbe concludersi martedì al Senato. Potrebbe invece limitarsi a entrare in una nuova fase. Il problema è semplice: i costruttori non ci sono e se non si materializzeranno nelle prossime ore la coalizione di governo dovrà fare i conti con un quadro numerico e politico molto diverso da quello che si aspettava. In questa situazione, secondo alcune voci, non è escluso che Conte decida di evitare il passaggio al Senato per dimettersi subito dopo aver incassato la fiducia alla Camera. Palazzo Chigi però smentisce.

Conte, assicurano, è deciso ad andare avanti comunque, anche con un governo non solo di minoranza ma di minoranza esigua, limitata a 151-53 senatori. Solo di quelli ieri sera poteva essere dato per certo il voto.…

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Sciacalli nella crisi

di Tonio Dell’Olio

“Tutta la classe dirigenziale non ha diritto di dire io… deve dire noi e cercare una unità di fronte alla crisi”. In questo momento, ribadisce Papa Bergoglio, “un politico, un pastore, un cristiano, un cattolico anche un vescovo, un sacerdote, che non ha la capacità di dire noi invece di io non è all’altezza della situazione”. E soggiunge che i “conflitti nella vita sono necessari, ma in questo momento devono fare vacanza”, fare spazio all’unità “del Paese, della Chiesa, della società”. Dopo aver ascoltato queste parole, ciascuno deve eseguire innanzitutto una spietata radiografia della propria coscienza e subito dopo applicare quelle considerazioni del Papa alla vita della propria chiesa locale, del proprio Paese, della condizione economica in cui versiamo. Certo, chi per predisposizione naturale non riesce a vedere al di là del proprio naso o è ripiegato sul proprio ombelico, presenta come primo sintomo grave quello di non riuscire ad ascoltare le ragioni degli altri e pertanto non ha sentito (o non ha compreso) il significato delle parole del Papa.…

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Vita da braccianti nella Calabria rossa

di Valerio Nicolosi

La raccolta delle arance. Per questa stagione sono arrivate 1.600 persone nella Piana di Gioia Tauro, molte di più rispetto agli anni precedenti, nonostante il lockdown. Gli operatori di Medu garantiscono loro tamponi e assistenza sanitaria. E nella tendopoli di San Ferdinando cominciano a spuntare casette di fortuna

Con le prime luci dell’alba sulla Piana di Gioia Tauro i caporali iniziano il giro e con cadenza regolare si accostano a caricare i braccianti che passeranno il resto della giornata nei campi a raccogliere le arance. Quelli che non rientrano in questo giro si sono organizzati con delle vecchie biciclette, alcune troppo piccole per loro ma indispensabili per coprire i 10 o 20 chilometri che ogni mattina devono percorrere per arrivare al campo. La paga di 4 o 5 euro l’ora è troppo bassa per comprarne una nuova, così come gli accessori. Ogni spesa extra rispetto al cibo va a finire nei money transfer che fanno arrivare i soldi alle famiglie nei Paesi d’origine.…

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