La posta in gioco è molto più alta della disciplina delle carriere: il governo vuole dominare la giustizia

di Paolo Maddalena*

Tra i vari argomenti per votare NO al referendum per la separazione della carriera dei magistrati ce n’è uno molto semplice e convincente: c’è da chiedersi perché, essendo a tal fine sufficiente una legge ordinaria, si è provveduto a modificare sette articoli della Costituzione. La risposta è ovvia: qui non si vuole agire soltanto sul piano tecnico della disciplina delle carriere, ma si vuole molto di più. Si vuole limitare fortemente il potere giudiziario sottoponendolo al controllo del potere esecutivo. In sostanza, il governo, come ha affermato la capo di gabinetto del ministro della Giustizia, vuole liberarsi dei magistrati, considerati un ostacolo all’azione governativa. In sostanza, il governo non vuole che altri fermino la propria azione, anche se essa è in palese contrasto con la Costituzione e violi, di conseguenza, i diritti fondamentali dei cittadini.

E’ noto che per lo svolgimento della vita civile, come affermò il Montesquieu, è indispensabile che un potere arresti l’altro potere, è indispensabile cioè l’equilibrio dei poteri.…

Leggi tutto

“Preferirei di no”, le toghe rosse contro la riforma della giustizia

di Mario Di Vito

Verso il referendum Roma, inizia il congresso di Magistratura Democratica

Eccole, dunque, le famose toghe rosse. Al nuovo cinema Aquila, al Pigneto, in un invivibile pomeriggio romano di pioggia, Magistratura democratica ha aperto il suo venticinquesimo congresso con una maratona oratoria. Ovvio – inevitabile – il tema: il referendum costituzionale. Ripreso da Melville il titolo dell’iniziativa: «Preferirei di no», come diceva Bartleby lo scrivano.

Il perché lo dice la presidente Silvia Albano, circondata dai cronisti all’arrivo: «Il cuore della riforma è l’indebolimento dei presidi di autonomia e indipendenza della magistratura». Da Nordio a Bartolozzi, da Meloni a Mantovano: ormai lo dicono senza problemi. Sembra un complotto per smentire la propaganda dei pur volenterosi giuristi che sostengono il Sì: più dicono che da nessuna parte si afferma che il governo vuole sottomettere la magistratura e più dal governo si ribadisce che invece l’intenzione è proprio quella. E vale tutto. Anche i casi di cronaca nera che affollano i palinsesti pomeridiani, i cold case le cui sentenze definitive non vengono considerate tali ormai da nessuno.…

Leggi tutto

Leone XIV chiama all’esame di coscienza “i cristiani che hanno responsabilità gravi nelle guerre”

di Lorenzo Rosoli

«Quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati, hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?». Palazzo Apostolico Vaticano. Sala Clementina. Ad ascoltare le parole di Leone XIV sono i quattrocento partecipanti al 36° “Corso sul foro interno” organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. Un’occasione rivolta a giovani «nei primi passi del ministero sacerdotale, o in attesa di essere ordinati», che intendono perfezionare «la propria formazione come confessori». Ed è del Sacramento della Riconciliazione che parla il Pontefice, chiedendo che si faccia ogni sforzo perché «sia sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio».

Ma l’orizzonte della sua riflessione immediatamente si dilata. E mostra – una volta di più – come la fede cristiana – come la vita secondo il Vangelo – sia presenza feconda e profetica dentro le incandescenze della storia. Che, in questa stagione, torna a scrivere le sue pagine con il sangue degli innocenti e le lacrime dei popoli.…

Leggi tutto

Chi mette un limite alle “macchine” che fanno la guerra?

di Paolo M.Alfieri

La guerra in Iran è già un conflitto in cui siamo chiamati a decidere quanto potere siamo davvero disposti a delegare alle macchine. E, soprattutto, chi ha il diritto di porre a quel potere dei limiti. Nell’anno 2026 la guerra, da confronto di eserciti e strategie, è diventata un laboratorio tecnologico in cui l’intelligenza artificiale ridisegna tempi, responsabilità e rischi del conflitto. Dall’Ucraina all’Iran, passando per Gaza, l’IA è ormai parte integrante delle operazioni militari: analizza flussi di dati, individua bersagli, anticipa movimenti nemici e suggerisce scenari operativi. Orienta chi spara e quanto sparare,  diventando un fattore strategico. E questo basta a cambiare tutto.

Alla vigilia dell’attacco all’Iran, lo scontro tra il governo Trump e Anthropic, una delle aziende più avanzate  nello sviluppo dell’IA, ha proposto una disputa che non riguarda solo un contratto da  200 milioni di dollari con il Pentagono, ma una delle questioni centrali del nostro tempo. Il Pentagono vede nell’IA la chiave per mantenere la superiorità militare in un mondo in cui la velocità  decisionale è diventata un’arma. …

Leggi tutto

Il testo e il contesto. La scelta garantista di votare No

di Andrea Fabozzi

La bussola da seguire quando si tratta di orientarsi in materia di giustizia, soprattutto in un paese come il nostro dove molti diritti sono scolpiti nella Costituzione e lì restano inattuati e dove a furia di strette autoritarie rischiamo l’asfissia per la «sicurezza», l’unica bussola utile per fare scelte giuste resta quella delle garanzie. Ogni misura, ogni provvedimento di legge che può andare nella direzione di rendere effettive le garanzie – la non discriminazione, la libertà personale, l’uguaglianza davanti alla legge – va valutato positivamente, poco o tanto a seconda di quanto è efficace e di quanto spazio può aprire alla realizzazione dei principi costituzionali. Al contrario bisogna diffidare delle proposte che perseguono l’obiettivo opposto, anche se nella propaganda e persino nella veste formale che assumono si presentano come garantiste. Così è la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, in realtà la divisione della magistratura, per la quale andremo al referendum il 22 e 23 marzo.

Ci sono due ordini di ragioni per le quali una riforma che dichiara di attuare i principi garantisti del giusto processo secondo il rito accusatorio, allontanando i magistrati giudicanti da quelli requirenti per rafforzare la terzietà del giudice, si concretizza invece in una pericolosa minaccia a quelle garanzie sulle quali ognuno di noi deve poter fare affidamento nel momento in cui finisce a confronto del «terribile e odioso» potere giudiziario.…

Leggi tutto

L’incubo della guerra cieca

di Chiara Cruciati

Se ogni guerra è sbagliata a modo suo, il conflitto che infiamma il Golfo con una virulenza senza precedenti ha le sue particolarità: non conviene a nessuno e non ha un punto di caduta comprensibile. Non conviene a chi muore, a chi perde la casa, a chi deve nascondersi nei rifugi (se ci sono), ovviamente. Ma le guerre, tanto più in luoghi così decisivi per il destino globale, non si fermano ai confini violati e bombardati. Si espandono come una macchia di petrolio. Richiuderle nel barattolo è impresa impossibile.

L’aggressione degli Stati uniti e Israele all’Iran sta trascinando interi popoli sul baratro. Lo sanno le monarchie del Golfo che, al momento, hanno optato per una reazione difensiva ai missili iraniani. Non durerà a lungo se il fuoco proseguirà intenso. Negli anni passati, pur partendo da posizioni e reti di alleanze opposte, i paesi sunniti hanno lavorato a una normalizzazione più concreta con Teheran, consapevoli che una destabilizzazione grave avrebbe messo a rischio la tenuta delle loro società ed economie: la presenza di comunità sciite tradizionalmente marginalizzate (il che ha condotto in più di un’occasione a proteste interne e successiva repressione), la necessità di salvaguardare l’immagine di isole stabili e «moderne» in una regione conflittuale, la dipendenza dall’economia globale hanno spinto i regnanti sunniti a una posizione «moderata» verso Teheran e, da mesi, a premere su Washington perché non cedesse al canto delle sirene israeliane.…

Leggi tutto

Le opposizioni: “Non c’è spazio in Parlamento per i suprematisti”

di Luciana Cimino

Casapound contro i parlamentari: «L’antifascismo è una mafia»

«Matteotti sta bene dove sta». Se qualcuno pensava che in vista di un appuntamento nelle istituzioni i fascisti del terzo millennio avrebbero rinunciato al folklore macabro si è dovuto ricredere subito. Il portavoce di Casapound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex esponente di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti, sapevano che le opposizioni avrebbero bloccato l’evento sulla remigrazione e non si sono fatti cogliere impreparati: davanti a Montecitorio hanno esposto striscioni e bandiere del comitato Rer (Remigrazione e Riconquista) e scandito cori contro gli antifascisti. «Vergogna, parlamentari mafiosi», urlavano in favore di telecamera.

All’interno, intanto, Avs, Pd e M5S occupavano la salette delle conferenze stampa cantando Bella Ciao intorno all’ardimentoso deputato leghista Domenico Furgiuele che aveva richiesto la sala per il Rer. «Nelle istituzioni non c’è spazio per i neofascisti», dicono gli esponenti del centro sinistra, chi con il fazzoletto dei partigiani al collo, chi con la spilla della Resistenza, chi brandisce una Costituzione.…

Leggi tutto

Perchè oggi la Shoah ci riguarda ancora più di ieri

di Milena Santerini

Nel tempo dei conflitti e delle semplificazioni, la memoria dell’Olocausto degli ebrei non è rituale né retorica: è un argine civile contro odio, antisemitismo e nuove discriminazioni.

In questi giorni ci siamo chiesti se ha ancora senso, oggi, ricordare la deportazione e la distruzione degli ebrei d’Europa avvenute durante la Seconda guerra mondiale. Con preoccupazione e angoscia si assiste infatti alla crescita dei conflitti, ma soprattutto vediamo la normalizzazione dell’uso della forza, l’abitudine alle armi, gli abusi in nome della sicurezza e della «remigrazione», le discriminazioni verso gli «altri», stranieri quindi «nemici» secondo il sillogismo di Primo Levi. Esperienze di ingiustizia e discriminazione sembrano allontanarci da una memoria fondativa della nostra convivenza civile. Eppure, è proprio ora che la memoria della Shoah torna a illuminare la storia e indicare una speranza per il presente. Può sembrare paradossale che da uno degli eventi più bui della storia, una distruzione insensata di vite umane, sia emersa una decisione di riscatto.…

Leggi tutto

La memoria libera dall’oblio

di Guido Caldiron

 Il 27 gennaio 1945 la liberazione di Auschwitz. La sfida al presente delle parole che evocano quella tragedia in «Quattro donne» di Emilio Jona e «Il pane e il cucchiaio» di Portelli e Procaccia.

Intorno al Giorno della Memoria si è molto discusso fin dalla sua istituzione, nel 2000, come momento per ricordare pubblicamente le vittime della Shoah nella stessa data in cui nel 1945 il campo nazista di Auschwitz fu liberato dall’Armata rossa.

Oltre un quarto di secolo più tardi, al netto delle necessarie riflessioni su come affrontare il tema della trasmissione della memoria dopo la fine dell’«era dei testimoni», si dovrà forse ammettere che uno strumento che ha rischiato, e talvolta rischia tuttora, di proporre una dimensione in qualche modo «museale» di una materia che necessita di restare nel vivo delle nostre società per continuare ad illuminare e interrogare il presente, sta trovando una inattesa e drammatica attualità.

Di fronte ad una stagione dominata sul piano internazionale dalla guerra, dalle fake news, dal revisionismo aggressivo delle destre, dal ritorno violento dell’antisemitismo anche oltre i suoi tradizionali confini ideologici e dal progredire di nuovi appelli all’intolleranza e al razzismo atti a trasformarsi in nuove tragedie, uno scopo non secondario questo capitolo del Calendario civile nazionale lo può svolgere.…

Leggi tutto

“Csm demolito, riforma non condivisa. Perchè si deve votare no al referendum”

di Angelo Picariello

Il professor Bachelet, figlio di Vittorio, ex presidente di Ac assassinato dalle Br, guida il comitato che chiede di bocciare la riforma del governo. «La mancanza di una data per la consultazione è un segnale di incertezza»

«La cosa che più mi preoccupa di questa riforma è la demolizione del Consiglio superiore della magistratura, dell’equilibrio usato dai nostri Padri costituenti». Giovanni Bachelet, presidente del Comitato “Società civile per il No al referendum costituzionale”, è il figlio di Vittorio Bachelet, ex presidente di Azione Cattolica, assassinato dalle Brigate rosse proprio da vicepresidente del Csm. Ex deputato del Pd, richiamato in servizio quasi “a sua insaputa”, ha accettato volentieri: «Le riforme andrebbero fatte insieme», dice. E ora – dopo il vertice con i leader delle opposizioni di lunedì – si dice convinto che l’obiettivo delle 500mila firme da raccogliere in poco tempo sarà raggiunto.

Perché ha accettato di guidare un Comitato contro la riforma costituzionale del Governo? C’entra, in questa scelta, il cognome impegnativo che porta?…

Leggi tutto