Pensare oltre i confini. Un’etica della migrazione

di Afaf Ezzamouri

I fenomeni migratori hanno da sempre caratterizzato la storia dell’umanità. Sono una realtà con la quale è necessario fare i conti e vanno dunque studiati, compresi e adeguatamente affrontati. Lo spiega Julian Nida-Rümelin – professore ordinario di filosofia e teoria politica all’Università di Monaco di Baviera, nonché ministro della cultura durante il primo governo Schröder. Il saggio Pensare oltre i confini.Un’etica della migrazione, pone al centro della riflessione la componente etico-normativa, che permette a Nida-Rümelin di sviluppare quella che definisce “politica migratoria coerente” (p. 10). Si fa qui riferimento ad un’etica intesa in senso lato e ad un realismo etico fortemente sostenuto da Ronald Dworkin e Thomas Nagel, che l’autore stesso considera i suoi pochi alleati nella filosofia contemporanea. Ciò a cui instancabilmente punta il docente – e più in generale questa scuola di pensiero – è di «scoprire che cosa dovremmo fare, non ciò che comunemente si ritiene che andrebbe fatto; ciò che effettivamente va fatto, non ciò che sarebbe accettabile per un’ideale comunità di discorso» (p.…

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Gino Strada, un partigiano dell’umanità

di Marco Damilano

Aveva denunciato i guasti dell’intervento armato, lo avevano bollato come “anima bella”. L’epilogo di un disastro annunciato è la conferma della bontà delle sue ragioni. Il ricordo del direttore de L’Espresso: «Era un leader naturale, un obiettore totale. Rifiutava l’idea di arruolarsi sotto qualunque bandiera»

Se n’è andato mentre l’Afghanistan torna al punto di partenza, come lui ha denunciato per venti anni, l’ultima volta questa mattina, sulla Stampa. «Questa situazione non sorprende nessuno che abbia una conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che siano sempre mancate», ha scritto Gino Strada nel suo ultimo articolo. Lui conosceva bene e ricordava. Ricordava che chi si era opposto venti anni fa all’intervento americano e atlantico era stato accusato di essere «un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella».

Lo avevano chiamato tante volte così, le sentinelle dell’esportazione del sistema occidentale in armi, i cupi guardiani della realpolitik che tradivano, loro sì, i valori della democrazia e le ragioni dell’umanità, per ritrovarsi oggi con questo pugno di macerie in mano, il disastro annunciato costato, cito i dati riportati da Gino, 2mila miliardi di dollari, 8,5 miliardi di euro per l’Italia, 241mila vittime, 5 milioni di sfollati.…

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Afghanistan, il silenzio dei musulmani

di Tahar ben Jelloun

C’è bisogno che gli islamici di tutto il mondo reagiscano a questa orribile deviazione della loro religione da parte di delinquenti e barbari

Un silenzio assordante dei paesi musulmani ha accolto la vittoria dei talebani in Afghanistan. Indifferenza o semplice passività, o piuttosto una vecchia abitudine a non dire nulla, a non fare nulla quando l’Islam viene usato per un compito indegno dei suoi valori?

Il Qatar, che ha aiutato discretamente i talebani, si comporta come se non avesse nulla a che fare con loro. Non una parola. Né l’Arabia Saudita ha fatto alcun commento. Eppure c’è molto da dire sul modo in cui l’Islam viene deviato per diventare bandiera e ideologia del terrorismo talebano.

Perché i popoli musulmani di tutto il mondo non reagiscono a questa orribile deviazione della loro religione da parte di delinquenti e barbari? Perché un’istituzione come Al Azhar, al Cairo, non si esprime con fermezza e senza ambiguità contro queste bande di distruttori dell’Islam?…

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La modernità dei Talebani

di Cristoph Schmidt

Quando i media parlano della brutalità dei talebani, delle lapidazioni, delle fustigazioni e delle mutilazioni, parlano spesso di un “islam dell’età della pietra”. A parte l’assurdità basilare del termine (l’islam è nato nel VII secolo), è anche fuorviante in termini di studi religiosi.

I Talebani non sono usciti da una macchina del tempo, ma sono profondamente radicati nell’ambiente fondamentalista dell’islam indo-pakistano. Le loro origini vanno cercate nel distretto ortodosso di Deoband, città di uno stato settentrionale dell’India – l’Uttar Pradesh.

Religione e liberazione

Il distretto fu fondato nel 1866, pochi anni dopo che gli inglesi avevano represso la grande rivolta contro il loro dominio coloniale. L’obiettivo era un movimento di rinascita religiosa per aiutare l’islam a riprendere forza e cacciare gli infedeli dal paese.

I Deobandi attribuivano la loro inferiorità al fatto che i musulmani non seguivano abbastanza rigorosamente le leggi islamiche e avevano dimenticato le loro “radici”. Pertanto, si sforzarono di purificare l’islam sunnita da tutte le innovazioni “illecite” e dalle influenze occidentali.…

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Libertà vigilata. La lotta per il controllo di internet

di Silvia Cegalin

In un periodo storico in cui Internet è divenuto sempre più determinante all’interno della definizione dei fatti politici, si pensi ad esempio alla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016 e al ruolo giocato dai social media, è necessario interrogarsi su quali siano le strategie di controllo in rete e su come cercare di arginare contenuti altamente manipolatori tesi a trasformare le dinamiche del mondo reale.

All’interno di questo contesto tematico si inserisce il primo libro tradotto in italiano di David Kaye, Libertà vigilata edito da Treccani Libri, che si posiziona tra le analisi più attuali e complete per affrontare il tema del controllo di Internet. Se infatti la questione della sorveglianza non appare nuova nel dibattito pubblico, e a testimoniarlo è il successo sempre maggiore dei surveillance studies che specialmente nei lavori di David Lyon  e di Shoshana Zuboff trovano le disquisizioni più importanti; la materia della sorveglianza in rete attualmente manca ancora di una struttura coerente, e proprio per questo il testo di Kaye rappresenta un’apripista essenziale per incominciare a discutere in maniera profonda il rapporto che lega censura e libertà di espressione.…

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Genova, paura profezia e speranze

di Simone Oggionni

Vent’anni si prestano a un bilancio: non è più cronaca, diventa storia. Le emozioni – anche quelle più accese – si trasformano in ragionamenti, anche se rimangono i sentimenti e le passioni. A distanza di vent’anni dai fatti di Genova si possono tentare riflessioni compiute, malgrado rimangano sospesi diversi interrogativi.

La prima riflessione compiuta è che quel movimento è stato l’ultimo grande movimento di massa con basi potenzialmente anti-capitalistiche che il nostro Paese abbia conosciuto. Un movimento aperto, democratico, libero, autonomo, trasversale. Con al centro un unico obiettivo: cambiare direzione di marcia al mondo. Nel mirino aveva posto, correttamente, quelle politiche neo-liberiste che, a circa dieci anni dal crollo dell’Unione Sovietica e dall’inizio del sogno unipolare, dispiegavano le loro illusioni e i loro tragici effetti: diseguaglianze, ingiustizie, guerre.

Non c’è più stato – dopo Genova – un luogo capace di dare voce a mille voci collettive, dai centri sociali al mondo cattolico progressista, da Rifondazione Comunista a pezzi significativi del mondo operaio e sindacale.…

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Peggio del 1989: l’Urss lasciò i tank, gli Usa un futuro nero

di Giuliana Sgrena

Afghanistan. La peggiore prospettiva è all’orizzonte: la presa del potere assoluto da parte dei Talebani. Vent’anni fa le donne si liberavano del burqa, oggi il loro sogno di libertà è un ricordo

La cartina geografica dell’Afghanistan che segna in rosso l’avanzata dei taleban fa venire i brividi. La prospettiva che i taleban potessero entrare nel governo già rappresentava un futuro nefasto per il paese, ma ora c’è di peggio: la presa del potere assoluto da parte dei cosiddetti studenti coranici.

Che non siano cambiati rispetto a più di vent’anni fa lo si vede nelle zone occupate: in quella che era considerata la Svizzera dell’Afghanistan, Bamyan, i teleban sono entrati, promettendo ai locali rispetto se avessero accettato il loro controllo e invece hanno razziato i loro raccolti, soprattutto quelli delle albicocche che insieme all’uva di Kandahar sono prodotti di eccellenza in Afghanistan.

Anche se scettica la popolazione non è in grado di opporsi all’avanzata dell’orda islamica, anche perché i soldati sono i primi ad arrendersi.…

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Rilanciamo il disarmo nucleare

di Maurizio Simoncelli

Il summit a Madrid dell’Iniziativa di Stoccolma ha rilanciato a luglio l’obiettivo mondiale del disarmo nucleare e rilanciato il Trattato di non proliferazione, ma il processo nei fatti langue. E ci sono segnali in controtendenza da Londra, da Pechino, mentre viene rimandata la ripresa del negoziato Usa-Iran.

Nel luglio scorso si è tenuta a Madrid la Quarta riunione ministeriale dell’Iniziativa di Stoccolma per il disarmo nucleare. Il meeting è stato copresieduto dai ministri degli esteri della Spagna, Arancha González Laya, della Svezia, Ann Linde, e della Germania, Heiko Maas, con la partecipazione di Argentina, Canada, Finlandia, Germania, Indonesia, Giappone, Giordania, Kazakhstan, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Corea del Sud, Spagna, Svezia e Svizzera.

L’Iniziativa di Stoccolma, avviata nel 2019 con 16 ministri degli esteri di Stati non dotati di armi nucleari (NNWS), intende rafforzare il Trattato di non proliferazione (TNP), promuovendo il disarmo nucleare per un mondo libero dalle armi nucleari. Nel 2020 l’Iniziativa ha presentato a Berlino 22 precise proposte (le cosiddette “Stepping Stones“) per dare nuova linfa ad un processo di disarmo che langue.…

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Rifiuti Usa

di Tonio dell’Olio

Che dopo 20 anni di “presenza” straniera, le truppe della coalizione abbandonino l’Afghanistan è cosa nota e risaputa, ma in questi giorni circolano alcune immagini che sono diventate l’icona del risultato di quella pluriennale occupazione. È la discarica infinita di rifiuti della base aerea di Bagram, quartier generale delle forze statunitensi. Sono tonnellate di rifiuti e rottami metallici tra i quali la povera gente si aggira alla ricerca di poter recuperare qualcosa da riutilizzare o rivendere. Sembra la vera metafora di una guerra protrattasi tanto a lungo e che ora si lascia alle spalle una scia di rifiuti, ovvero di sporcizia, di tante risorse spese per garantire i 100.000 soldati Usa che sono passati da lì. La situazione sociale e politica, come quella dello smaltimento dei rifiuti, è tutt’altro che risolta. Gruppi armati che hanno rialzato la testa, collaboratori (autisti, traduttori, inservienti) che tremano per gli effetti delle vendette da parte dei fondamentalisti, un governo fantoccio che si aggira su un panorama spettrale come una discarica, gente che fugge, donne che temono ritorsioni a suon di bombe per il solo fatto d’essersi affrancate dalla schiavitù.…

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Elisa Loncón

di Tonio Dell’Olio

Oggi, mentre da noi era notte, nell’aula del Congresso del Cile sono risuonate forti e chiare le parole nella lingua dei Mapuche. Le ha pronunciate Elisa Loncón, appena eletta presidente dell’Assemblea Costituente. Si tratta dell’assise votata dal popolo per scrivere la nuova Costituzione che andrà a cambiare quella entrata in vigore nel 1980 con la dittatura di Augusto Pinochet. Ma il primo ed entusiasmante segnale di cambiamento è che su 155 membri di quell’organismo, ben 96, in seconda votazione, hanno votato per Elisa Loncón. Elisa è una donna mapuche che, pur essendosi laureata in lettere, essere riconosciuta come linguista di valore e docente universitaria a Londra, non ha mai tagliato il cordone ombelicale con la sua gente. Dice che con questa elezione ha realizzato il sogno degli antenati ma, soprattutto, vuole scrivere la Carta di uno Stato plurinazionale che riconosca e valorizzi le diversità. “La Costituente sarà partecipativa” – ha detto – ed ha annunciato che per questo si è deciso che gli organi direttivi siano a rotazione per dare spazio a tutte le componenti rappresentate

(mosaicodipace.it…

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