Libertà vigilata. La lotta per il controllo di internet

di Silvia Cegalin

In un periodo storico in cui Internet è divenuto sempre più determinante all’interno della definizione dei fatti politici, si pensi ad esempio alla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016 e al ruolo giocato dai social media, è necessario interrogarsi su quali siano le strategie di controllo in rete e su come cercare di arginare contenuti altamente manipolatori tesi a trasformare le dinamiche del mondo reale.

All’interno di questo contesto tematico si inserisce il primo libro tradotto in italiano di David Kaye, Libertà vigilata edito da Treccani Libri, che si posiziona tra le analisi più attuali e complete per affrontare il tema del controllo di Internet. Se infatti la questione della sorveglianza non appare nuova nel dibattito pubblico, e a testimoniarlo è il successo sempre maggiore dei surveillance studies che specialmente nei lavori di David Lyon  e di Shoshana Zuboff trovano le disquisizioni più importanti; la materia della sorveglianza in rete attualmente manca ancora di una struttura coerente, e proprio per questo il testo di Kaye rappresenta un’apripista essenziale per incominciare a discutere in maniera profonda il rapporto che lega censura e libertà di espressione.…

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Nicola Tranfaglia, l’indagine storica delle patologie italiane

di Claudio Vercelli

La scomparsa. Addio a 82 anni allo storico dell’antifascismo. Studiò anche Berlusconi e la mafia. E fu eletto in Parlamento. Una traiettoria che si è compiuta tra ricerca accademica, giornalismo e impegno politico

Nicola Tranfaglia, morto all’età di quasi 83 anni, evoca molte cose e tante ragioni. Queste ultime, soprattutto, legate a più età intellettuali, comunque tutte connesse alla storia repubblicana, dagli anni Sessanta in poi. Quindi, ai suoi innumerevoli tornanti, di cui è stato un cronista e soprattutto biografo. Nato a Napoli – che è non solo un luogo della geografia italiana ma anche e soprattutto uno spazio della cultura nazionale, come tale destinato a lasciare impressa di sé una impronta profonda in quanti, ancora oggi, vi si formano – si laureò nella medesima città, nell’oramai lontano 1961.

Non era uno storico, in origine, ma un giurisperito, la qual cosa, a conti fatti, conterà non da poco nel suo approccio ai fatti della contemporaneità. Non di meno, la sua tesi di laurea riguardava la Corte costituzionale, le cui piene prerogative avrebbero avuto pieno riconoscimento solo una decina di anni dopo, successivamente alle timide riforme già intervenute degli anni ’50.…

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La trama ideologica del discorso sulle razze

di Claudio Vercelli

Intorno al libro «Il bianco e il negro. Indagine storica sull’ordine razzista» di Aurélia Michel, edito da Einaudi. Secondo l’autrice, la schiavitù è da intendersi sia come elemento strategico nella costruzione dei rapporti di produzione che come strumento di riproduzione di significati e abitudini.

Non è sempre agevole muoversi tra le tante pagine del ricchissimo volume di Aurélia Michel. Anche se offre un’apprezzabile linearità descrittiva, con una serie di scansioni cronologiche e logiche che aiutano, chi lo affronta, a muoversi in cinque secoli di storia. L’autrice de Il bianco e il negro. Indagine storica sull’ordine razzista (Einaudi, pp. 289), docente all’Università Paris-Diderot e ricercatrice presso il Centre d’études en sciences sociales sur les mondes africains, américains et asiatiques, cerca infatti di offrire al lettore uno sguardo, fondato storicamente e articolato sul piano socio antropologico, del rapporto, intercorso dal XVI secolo in poi, tra schiavitù, razza, razzismo e ordinamenti sociali. Partendo da un assunto strategico: «la razza è un ordine sociale globale, il nostro ordine globale».…

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La libertà come alternativa all’ordine globale bloccato

di Francesco Pallante

«Essere dispersi» di Santiago Zabala, pubblicato da Bollati Boringhieri

Uno alla volta, i pur angusti spiragli di ripensamento – dell’economia, della società, dell’ambiente – apertisi con la pandemia vanno tutti richiudendosi su se stessi. Altro che niente sarà più come prima! Come prima, più di prima: è questo il refrain che guida la ripartenza. E, dunque: più sregolatezza economica, più ingiustizie sociali, più sfruttamento dell’ambiente. E, in arrivo con le riforme del fisco, della giustizia e della pubblica amministrazione: meno progressività, meno indipendenza della magistratura, meno imparzialità e controlli. Il tutto, sotto la guida dell’Uomo della Provvidenza, che circondato da un manipolo di fedelissimi cantori dell’ultraliberismo, accentra tutti i poteri nelle proprie mani, imprimendo alla verticalizzazione del sistema istituzionale un’accelerazione da far rimpiangere i fautori della governabilità.

Se poi aggiungiamo che prossimo beneficiario della blindatura del blocco dominante sarà l’alleanza fascio-leghista-berlusconiana che vola nei sondaggi, davvero c’è poco da stare allegri. Un’illuminate spiegazione delle ragioni profonde di questa alleanza, solitamente negata ma che sempre torna a riproporsi, tra poteri tecnici e populismo di destra viene dalla riflessione del filosofo Santiago Zabala dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona, che ha da poco dato alle stampe Essere dispersi.

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Cento anni di sfide aperte

di Francesco Antonelli

Edgar Morin compie cento anni. Quello che, sin troppo facilmente, si potrebbe definire uno degli ultimi maÎtre-à-penser francesi, uno dei divi così ben analizzati in un suo famoso libro del 1957 ma anche l’ultimo esponente dell’Umanesimo, svolta del moderno in cui il sapiente lo era ancora a trecentosessanta gradi. È forse per questo suo essere a cavallo tra Pico della Mirandola e Jean Paul Sartre – dal cui modello, per altro, prese spesso le distanze – che Morin è stato poco considerato nei paesi anglosassoni ma amatissimo in America Latina e in Italia; che gli ha conferito numerose lauree honoris causa e che legge avidamente ogni suo libro, citato – provocatoriamente – da uomini di destra come Sarkozy ma soprattutto dal mondo intellettuale di sinistra. Il quale ha spesso visto in lui una delle alternative culturali alla «geometrica potenza» del pensiero liberale, del razionalismo economicista, della compartimentazione dei saperi. Dunque, di fronte al «fenomeno Morin» e al fatidico anniversario che oggi in molti celebrano, più che mai si impone una lettura non agiografica.…

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Weimar, cent’anni dopo

di Andrea Della Porta

La fine della Repubblica di Weimar rappresenta una delle questioni cruciali della storia europea. Qual è il “segreto” dell’eterno ritorno d’interesse nei confronti di un esperimento politico e culturale terminato in una tragedia senza precedenti? In Weimar, cent’anni dopo Andreas Wirsching[1] analizza gli assetti istituzionali ed economici, la politica, la società e la cultura dei quindici anni di vita della Repubblica, dal 1919 al 1933; dalla sconfitta dell’Impero tedesco nella Prima guerra mondiale al 30 gennaio 1933, il giorno in cui Hindenburg nominò Adolf Hitler cancelliere del Reich. L’autore ripercorre così le fasi cruciali del primo esperimento di Stato di diritto democratico e sociale della storia tedesca.

Per Wirsching la causa principale del fallimento del primo esperimento democratico in Germania è la frammentazione dei partiti liberali e conservatori. Lo storico tedesco descrive la formazione delle correnti politiche principali in Germania partendo dal 1870-1871. La nascita del Kaiserreich fu infatti cruciale per il sistema dei partiti.…

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“Diritto alle cure limitato dalla debolezza dello Stato centrale”

di Andrea Fabozzi

Per il presidente della Corte costituzionale il governo aveva il potere per controllare e coordinare i “ribellismi” regionali. E aggiunge che è inevitabile prevedere un fine pena anche per l’ergastolo. E sullo stop all’appello penale il governo stia attento a non squilibrare accusa e difesa.

Il governo avrebbe dovuto, e potuto, garantire «quella unitarietà di azione che la dimensione nazionale delle emergenze imponeva e tutt’ora impone». Se non lo ha fatto non è stato perché le leggi e la Costituzione garantiscono troppo potere alle regioni. Ma perché lo stato centrale si è sottratto a «un esercizio forte del potere di coordinamento e di correzione delle inefficienze regionali». In questo modo non solo ha esposto tutti i cittadini a «rischi di disomogeneità», ma ha consentito una lesione – quanto drammatica lo abbiamo visto – «degli stessi livelli essenziali delle prestazioni». Al centro della relazione annuale del presidente della Corte Costituzionale c’è questa pesante critica al modo in cui l’autorità centrale ha gestito l’emergenza.…

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Discorso per il trentennale della Resistenza

di Aldo Moro

“L’Italia rivive cosi una drammatica ma esaltante esperienza ed approfondisce la sua identità nazionale. Quella identità nazionale appunto che si rivela in momenti di svolta, destinati ad esercitare una decisiva influenza nella storia dei popoli. La Resistenza fu uno di questi momenti. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire. La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina.…

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L’emergenza del futuro

di Ferdinando G.Menga

Nei discorsi morali attuali, dominati dalla semantica presentistica, l’appello alla responsabilità per gli esseri futuri non trova collocazione. Lo sostiene Ferdinando G. Menga, nel suo libro appena uscito: L’emergenza del futuro. I destini del pianeta e le responsabilità del presente (Donzelli). Ne pubblichiamo un estratto, corrispondente all’“Introduzione”, per il quale ringraziamo sia l’autore sia l’editore.

La pandemia e la posta in gioco del futuro

1. Icone di tempi inquieti

Vorrei iniziare con due immagini che, in modi diversi, eppure connessi, raccolgono in sé e trasmettono uno spaccato assai rappresentativo dei «tempi interessanti»[1] che stiamo attualmente vivendo.

Traggo la prima dal periodo di lockdown primaverile imposto dalle misure sanitarie in risposta alla pandemia da Sars-CoV-2. Tra le tante sequenze di immagini circolate, attraverso i molti canali istituzionalizzati e informali, è probabilmente quella che conserverò maggiormente impressa nella memoria. Si tratta del video girato dallo smartphone di un passante all’inseguimento affannato e sbigottito della carovana composta da un’anatra e i suoi piccoli che, silente e indisturbata, sfilava lungo il ciglio di una strada deserta del centro di una cittadina del Nord-est.…

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Il grande rischio del disincanto

di Claudio Vercelli

Quello italiano è un panorama sospeso tra lo Scilla dei sovranismi e populismi e il Cariddi del sogno tecnocratico. Il calco lasciato dal Ventennio mussoliniano è pervicace e di nuovo diffuso. Costituisce un elemento underground che carsicamente riemerge nei momenti della disillusione

Partecipe di una parabola discendente che interessa e coinvolge le istituzioni della repubblica democratica e partecipativa nel suo insieme, l’antifascismo registra l’evidente stanchezza delle sue motivazioni così come i rischi di una sua riduzione a icona del passato. Non è un destino ineluttabile. Tuttavia si fa assai plausibile e prevedibile dal momento che gli ultimi trent’anni di trasformazioni, non solo politiche ma anche culturali e sociali, si sono sommate e riflesse cumulativamente nella transizione che da tempo stiamo vivendo.

C’è una cornice che va considerata, in questo come in altri casi: il passaggio da un sistema di produzione a forte intensità industriale a un circuito nel quale il capitalismo digitale è al contempo soggetto produttivo e istanza di consumo, compendiando in sé l’una e l’altra funzione, decreta l’obsolescenza di quelle forme della politica che identificano nella partecipazione collettiva, consapevole e motivata, una premessa fondante: quella per cui qualsivoglia emancipazione individuale non può passare se non attraverso un agire collettivo informato alla critica dei processi di riproduzione dei poteri.…

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