“Diritto alle cure limitato dalla debolezza dello Stato centrale”

di Andrea Fabozzi

Per il presidente della Corte costituzionale il governo aveva il potere per controllare e coordinare i “ribellismi” regionali. E aggiunge che è inevitabile prevedere un fine pena anche per l’ergastolo. E sullo stop all’appello penale il governo stia attento a non squilibrare accusa e difesa.

Il governo avrebbe dovuto, e potuto, garantire «quella unitarietà di azione che la dimensione nazionale delle emergenze imponeva e tutt’ora impone». Se non lo ha fatto non è stato perché le leggi e la Costituzione garantiscono troppo potere alle regioni. Ma perché lo stato centrale si è sottratto a «un esercizio forte del potere di coordinamento e di correzione delle inefficienze regionali». In questo modo non solo ha esposto tutti i cittadini a «rischi di disomogeneità», ma ha consentito una lesione – quanto drammatica lo abbiamo visto – «degli stessi livelli essenziali delle prestazioni». Al centro della relazione annuale del presidente della Corte Costituzionale c’è questa pesante critica al modo in cui l’autorità centrale ha gestito l’emergenza.…

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Discorso per il trentennale della Resistenza

di Aldo Moro

“L’Italia rivive cosi una drammatica ma esaltante esperienza ed approfondisce la sua identità nazionale. Quella identità nazionale appunto che si rivela in momenti di svolta, destinati ad esercitare una decisiva influenza nella storia dei popoli. La Resistenza fu uno di questi momenti. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire. La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina.…

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L’emergenza del futuro

di Ferdinando G.Menga

Nei discorsi morali attuali, dominati dalla semantica presentistica, l’appello alla responsabilità per gli esseri futuri non trova collocazione. Lo sostiene Ferdinando G. Menga, nel suo libro appena uscito: L’emergenza del futuro. I destini del pianeta e le responsabilità del presente (Donzelli). Ne pubblichiamo un estratto, corrispondente all’“Introduzione”, per il quale ringraziamo sia l’autore sia l’editore.

La pandemia e la posta in gioco del futuro

1. Icone di tempi inquieti

Vorrei iniziare con due immagini che, in modi diversi, eppure connessi, raccolgono in sé e trasmettono uno spaccato assai rappresentativo dei «tempi interessanti»[1] che stiamo attualmente vivendo.

Traggo la prima dal periodo di lockdown primaverile imposto dalle misure sanitarie in risposta alla pandemia da Sars-CoV-2. Tra le tante sequenze di immagini circolate, attraverso i molti canali istituzionalizzati e informali, è probabilmente quella che conserverò maggiormente impressa nella memoria. Si tratta del video girato dallo smartphone di un passante all’inseguimento affannato e sbigottito della carovana composta da un’anatra e i suoi piccoli che, silente e indisturbata, sfilava lungo il ciglio di una strada deserta del centro di una cittadina del Nord-est.…

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Il grande rischio del disincanto

di Claudio Vercelli

Quello italiano è un panorama sospeso tra lo Scilla dei sovranismi e populismi e il Cariddi del sogno tecnocratico. Il calco lasciato dal Ventennio mussoliniano è pervicace e di nuovo diffuso. Costituisce un elemento underground che carsicamente riemerge nei momenti della disillusione

Partecipe di una parabola discendente che interessa e coinvolge le istituzioni della repubblica democratica e partecipativa nel suo insieme, l’antifascismo registra l’evidente stanchezza delle sue motivazioni così come i rischi di una sua riduzione a icona del passato. Non è un destino ineluttabile. Tuttavia si fa assai plausibile e prevedibile dal momento che gli ultimi trent’anni di trasformazioni, non solo politiche ma anche culturali e sociali, si sono sommate e riflesse cumulativamente nella transizione che da tempo stiamo vivendo.

C’è una cornice che va considerata, in questo come in altri casi: il passaggio da un sistema di produzione a forte intensità industriale a un circuito nel quale il capitalismo digitale è al contempo soggetto produttivo e istanza di consumo, compendiando in sé l’una e l’altra funzione, decreta l’obsolescenza di quelle forme della politica che identificano nella partecipazione collettiva, consapevole e motivata, una premessa fondante: quella per cui qualsivoglia emancipazione individuale non può passare se non attraverso un agire collettivo informato alla critica dei processi di riproduzione dei poteri.…

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Non esistono più destra e sinistra? Falso!

di Carlo Greppi

Secondo un ritornello che si sente ormai da oltre trent’anni, la distinzione politica tra destra e sinistra sarebbe superata. Ma è davvero così? Pubblichiamo un capitolo dal libro “Si stava meglio quando si stava peggio. 20 luoghi comuni da sfatare” di Carlo Greppi (Chiarelettere).

Due secoli esatti separano il 1789 dal 1989. Di nuovo la Rivoluzione francese, perché è lì che ha origine l’uso dei termini «destra» e «sinistra», metafore spaziali intese in senso politico per indicare «posizionamenti» e relativi valori. Infatti nell’Assemblea nazionale che segue la rivoluzione i «conservatori» siedono casualmente a destra, mentre i «progressisti», altrettanto casualmente, a sinistra. Per duecento anni questa divisione tiene perfettamente: ogni essere umano con coscienza politica si siede idealmente in un punto – più o meno a destra, a sinistra, o al centro – di quell’Assemblea che ha fatto da matrice. Poi, due secoli più tardi, crolla il mondo comunista: è la fine della Guerra fredda. Sette decenni dopo la Rivoluzione d’ottobre che nel 1917 aveva conquistato il potere in Russia, quel feroce regime che aveva sistematicamente tradito gli ideali dai quali aveva preso spunto svanisce di colpo, lasciando un’unica superpotenza a dominare, in apparenza, il pianeta: gli Stati Uniti.…

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Dante in Cina, baluardo patriottico o linguistico?

di Alessandra Brezzi e Changxu Gao

Negli anni ’40, lo scrittore Lao She (1899-1966) compose tre sapienti saggi sulla «Commedia». Letti oggi, ci appaiono l’espressione del dissenso contro il silenzio a cui si voleva piegare la letteratura

Parlare di recezione di Dante in Cina implica limitare il discorso a un arco temporale di circa cento anni e concentrarsi principalmente sull’attività traduttiva, poiché una feconda critica dantesca non si è mai sviluppata. In un recente saggio del 2015, Rassegna degli ultimi 100 anni di Dante in Cina, il medievista Jiang Yuebin muove critiche severe ai colleghi comparatisti, e ai pochi dantisti, accusandoli di essersi rinchiusi in un isolamento che li ha resi incapaci di instaurare rapporti dialogici e interdisciplinari con il resto del mondo e soprattutto di offrire contributi originali alla dantistica mondiale.

In realtà nelle prime decadi del ’900 vi fu un frequente ricorso a Dante, alla funzione e al ruolo che svolse all’interno del canone letterario europeo. Liang Qichao (1873-1929), ad esempio, protagonista del fallito movimento riformista (1898), inserì Dante, con sembianze da immortale taoista, tra i protagonisti del suo melodramma incompiuto La nuova Roma (Xin Luoma 1902), con cui avrebbe voluto scuotere il popolo cinese affinché non lasciasse che il paese venisse «affettato come un melone» dalle potenze straniere ma agisse per la creazione di una moderna nazione, la quarta Roma, come in Italia Mazzini, Garibaldi e Cavour erano riusciti a liberarsi dal giogo straniero.…

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Michael Walzer, note per la rivolta democratica

di Guido Caldiron

«Azione politica. Guida pratica per il cambiamento», pubblicato da Luiss University Press. Tradotto per la prima volta un testo del 1971 dedicato agli attivisti dei movimenti politici. Un libro frutto del decennio di lotte contro la segregazione razziale e la guerra. Secondo l’analisi dell’autore, qualunque ipotesi di trasformazione non è «una faccenda di leader isolati né teorici astratti; bensì di egualitarismo e di attività ad alto tasso di partecipazione sociale»

A decretare l’importanza di un libro, a molti anni dalla sua pubblicazione e anche quando non si tratti di un’opera letteraria, è spesso il fatto che insieme al suo contenuto riesca ad offrire lo spaccato di un’epoca, il ritratto credibile di una fase della storia umana, un frammento illuminante di una qualche biografia collettiva. Da raccolta di analisi le sue pagine sono destinate per questa via a trasformarsi in una sorta di testimonianza, candidata implicitamente a sfidare il tempo e l’opinione delle generazioni a venire. È questo il caso di Azione politica.

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Tra ritorni e sguardo al futuro, Cina e Usa sempre più distanti

di Simone Pieranni

Occidente e Oriente. Il multilateralismo che Biden prova a riqualificare come bussola americana ha come collante, almeno nelle sue intenzioni, la volontà di creare un fronte contro Pechino. Il problema per gli Usa però è che -mentre il paese veniva affossato da Trump- il mondo andava avanti

Biden e la nuova amministrazione americana hanno inaugurato la propria stagione politica all’insegna del «ritorno». «Siamo tornati», dicono a Washington, intendendo il tentativo di riposizionarsi come garanti della sicurezza e del benessere mondiale.

Prima di Biden, però, anche Trump aveva proposto un ritorno ai fasti del passato, «Make America great again». «Di nuovo», come accadeva in passato. Perfino le immagini marziane sembrano andare in questa direzione, una riproposizione da 1969, da «guerra fredda»; per quanto affascinante, il lavoro di ricerca su Marte, sembra inserirsi in questa nuova narrativa di Biden: siamo tornati a assicurare pace e prosperità nel mondo, nello spazio, ovunque.

Xi Jinping e Pechino, invece, ripetono di lavorare per un «futuro condiviso» con i paesi che incroceranno l’azione commerciale cinese: sperimentano le auto a guida autonoma, promettono emissioni zero entro il 2060, lanciano la moneta digitale via via verso un utilizzo su scala nazionale.…

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Social…mente

di Betty Varghese

Come recita il titolo, il libro analizza il mutato rapporto tra informazione e consenso nell’era del web e dei social network, evidenziando alcuni possibili rischi e derive, in particolare l’accentuata tendenza a cercare solo conferma delle proprie opinioni – quello che l’autore chiama «l’arena confermativa» (p. 67) – e a un approccio superficiale alle problematiche sempre più complesse del nostro tempo.

Prendendo spunto da un’affermazione provocatoria di Umberto Eco – «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività […], ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel» (p. 37) –, l’autore mostra come la possibilità di dire qualunque cosa in rete non sia segno di libertà di espressione, ma piuttosto di livellamento.

Inoltre, questa forma di comunicazione tende a ridurre il discorso a brevi annotazioni impressionistiche e a regredire culturalmente. Il discorso di Aldo Moro, nel 1962, sull’importanza di dare vita a un governo di centrosinistra era di 252.000 caratteri; quello di Barack Obama, nel 2009, «sul nuovo inizio fra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo» ne contava 42.000.…

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Joe Biden e la sfida del “trumpismo cattolico”

di Jacopo Scaramuzzi

In un libro appena uscito lo storico Massimo Faggioli, trapiantato negli Stati Uniti, illustra le divisioni interne al mondo cristiano e la crescita del neo-integralismo che dovrà affrontare il nuovo presidente

Se quella di Joe Biden è «una presidenza che suscita attese politiche ma anche religiose, persino salvifiche» perché a lui tocca «curare le ferite morali e corporali inflitte all’America da Trump, dalla pandemia e dalla globalizzazione», il secondo presidente cattolico nella storia degli Stati Uniti dopo John Fitzgerald Kennedy deve affrontare innanzitutto un problema in casa, ossia «la divisione netta dei cattolici in due campi ideologici e partitici» e la sfida rappresentata da un vero e proprio «trumpismo cattolico» che è quanto di più lontano dal background religioso del nuovo inquilino della Casa Bianca, dal Concilio vaticano II, nonché da Papa Francesco.

L’angolo visuale della questione cattolica permette a Massimo Faggioli, storico e teologo italiano trapiantato negli Stati Uniti, di offrire, con il libro “Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti” (appena uscito sulle due sponde dell’Atlantico, pubblicato in Italia da Scholé, marchio dell’editrice Morcelliana), un’approfondita analisi delle premesse e delle prospettive della presidenza Biden.…

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