Jürgen Habermas, l’ultimo dei grandi

di Stafano Petrucciani

Jürgen Habermas è stato uno dei più grandi pensatori del ventesimo e del ventunesimo secolo. La sua opera ha pochi eguali per vastità e profondità. Nella sua lunga vita di uomo e di studioso (era nato nel 1929 a Düsseldorf) Habermas ha attraversato diversi campi del sapere (dalla filosofia alla sociologia, dalla linguistica alla teoria politica) lasciando in ognuno di essi una traccia indelebile. Come tutti i veri grandi, Habermas era anche una persona di straordinaria disponibilità e cortesia: amava discutere, con affabilità e simpatia, prendeva sul serio e rispettava ogni interlocutore. Praticava insomma davvero quella «etica del discorso» che dà il titolo ad uno dei suoi libri più significativi.

LA SUA FORMAZIONE era stata tutta all’impronta del marxismo critico. Nel 1956 era entrato come assistente nell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, dove era apprezzato da Adorno, meno da Horkheimer che lo riteneva troppo «estremista». Una delle sue prime ricerche sociali la dedicò al tema «Studenti e politica».…

Leggi tutto

Jürgen Habermas, il lungo viaggio oltre l’Illuminismo: la modernità è razionalità e dialogo

di Maurizio Ferraris

Erede della Scuola di Francoforte, poi seppe superarla. Nella comunicazione entrano in gioco la morale e la politica

Si è soliti identificare Jürgen Habermas come il massimo erede della Scuola di Francoforte, e per questo ci si stupisce della critica postuma che fece, nel 1985, nel Discorso filosofico della modernità, alla Dialettica dell’Illuminismo (1947) in cui Horkheimer e Adorno denunciavano una collusione tra illuminismo e mito, e vedevano nella catastrofe da poco conclusa il risultato di una ragione la cui veglia troppo assidua aveva partorito mostri. Lo stupore è meno evidente se si considera che è solo nel 1961 che Habermas diventa assistente di Adorno a Francoforte, e che diversamente da lui, catastrofe l’aveva vista da vicino, e non in California. Sono circostanze decisive per capire il valore anche esistenziale dell’impegno di Habermas nei confronti della ragione e dell’Illuminismo, e il posto di Habermas nella filosofia del Novecento.

È fin troppo scontato, anche se vero, sostenere che con Habermas se ne va il testimone di settant’anni di filosofia mondiale.…

Leggi tutto

Habermas, un grande tedesco che pensava da europeo

di Tonia Mastrabuoni

“L’Ucraina non deve perdere la guerra”: fino all’ultimo Jürgen Habermas, il grande filosofo tedesco scomparso oggi a 96 anni, è intervenuto nel dibattito pubblico, coerente con la Teoria dell’agire comunicativo che aveva descritto negli anni Ottanta e con l’idea che l’opinione pubblica fosse un pilastro della democrazia. Nel 2023 il grande allievo di Adorno si scagliò contro chi criticava la timidezza del governo socialdemocratico di Olaf Scholz nel fornire armi pesanti a Kiev, l’anno dopo chiese di riavviare la diplomazia per risolvere il conflitto tra russi e ucraini. È stato, fino all’ultimo, la coscienza della Germania e dell’Europa.

Habermas fu uno dei più grandi filosofi e sociologi tedeschi del dopoguerra, tradotto in tutto il mondo, europeista viscerale e infaticabile difensore della democrazia. Fu sin da giovane un formidabile polemista: denunciò per primo il pensiero nazionalsocialista della filosofia di Heidegger in un articolo apparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung negli anni Cinquanta che destò un enorme scandalo. E una decina di anni dopo fu altrettanto lucido nel riconoscere la violenza intrinseca nelle frange più estreme dei sessantottini.… Leggi tutto

“Preferirei di no”, le toghe rosse contro la riforma della giustizia

di Mario Di Vito

Verso il referendum Roma, inizia il congresso di Magistratura Democratica

Eccole, dunque, le famose toghe rosse. Al nuovo cinema Aquila, al Pigneto, in un invivibile pomeriggio romano di pioggia, Magistratura democratica ha aperto il suo venticinquesimo congresso con una maratona oratoria. Ovvio – inevitabile – il tema: il referendum costituzionale. Ripreso da Melville il titolo dell’iniziativa: «Preferirei di no», come diceva Bartleby lo scrivano.

Il perché lo dice la presidente Silvia Albano, circondata dai cronisti all’arrivo: «Il cuore della riforma è l’indebolimento dei presidi di autonomia e indipendenza della magistratura». Da Nordio a Bartolozzi, da Meloni a Mantovano: ormai lo dicono senza problemi. Sembra un complotto per smentire la propaganda dei pur volenterosi giuristi che sostengono il Sì: più dicono che da nessuna parte si afferma che il governo vuole sottomettere la magistratura e più dal governo si ribadisce che invece l’intenzione è proprio quella. E vale tutto. Anche i casi di cronaca nera che affollano i palinsesti pomeridiani, i cold case le cui sentenze definitive non vengono considerate tali ormai da nessuno.…

Leggi tutto

Leone XIV chiama all’esame di coscienza “i cristiani che hanno responsabilità gravi nelle guerre”

di Lorenzo Rosoli

«Quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati, hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?». Palazzo Apostolico Vaticano. Sala Clementina. Ad ascoltare le parole di Leone XIV sono i quattrocento partecipanti al 36° “Corso sul foro interno” organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. Un’occasione rivolta a giovani «nei primi passi del ministero sacerdotale, o in attesa di essere ordinati», che intendono perfezionare «la propria formazione come confessori». Ed è del Sacramento della Riconciliazione che parla il Pontefice, chiedendo che si faccia ogni sforzo perché «sia sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio».

Ma l’orizzonte della sua riflessione immediatamente si dilata. E mostra – una volta di più – come la fede cristiana – come la vita secondo il Vangelo – sia presenza feconda e profetica dentro le incandescenze della storia. Che, in questa stagione, torna a scrivere le sue pagine con il sangue degli innocenti e le lacrime dei popoli.…

Leggi tutto

Chi mette un limite alle “macchine” che fanno la guerra?

di Paolo M.Alfieri

La guerra in Iran è già un conflitto in cui siamo chiamati a decidere quanto potere siamo davvero disposti a delegare alle macchine. E, soprattutto, chi ha il diritto di porre a quel potere dei limiti. Nell’anno 2026 la guerra, da confronto di eserciti e strategie, è diventata un laboratorio tecnologico in cui l’intelligenza artificiale ridisegna tempi, responsabilità e rischi del conflitto. Dall’Ucraina all’Iran, passando per Gaza, l’IA è ormai parte integrante delle operazioni militari: analizza flussi di dati, individua bersagli, anticipa movimenti nemici e suggerisce scenari operativi. Orienta chi spara e quanto sparare,  diventando un fattore strategico. E questo basta a cambiare tutto.

Alla vigilia dell’attacco all’Iran, lo scontro tra il governo Trump e Anthropic, una delle aziende più avanzate  nello sviluppo dell’IA, ha proposto una disputa che non riguarda solo un contratto da  200 milioni di dollari con il Pentagono, ma una delle questioni centrali del nostro tempo. Il Pentagono vede nell’IA la chiave per mantenere la superiorità militare in un mondo in cui la velocità  decisionale è diventata un’arma. …

Leggi tutto

Il testo e il contesto. La scelta garantista di votare No

di Andrea Fabozzi

La bussola da seguire quando si tratta di orientarsi in materia di giustizia, soprattutto in un paese come il nostro dove molti diritti sono scolpiti nella Costituzione e lì restano inattuati e dove a furia di strette autoritarie rischiamo l’asfissia per la «sicurezza», l’unica bussola utile per fare scelte giuste resta quella delle garanzie. Ogni misura, ogni provvedimento di legge che può andare nella direzione di rendere effettive le garanzie – la non discriminazione, la libertà personale, l’uguaglianza davanti alla legge – va valutato positivamente, poco o tanto a seconda di quanto è efficace e di quanto spazio può aprire alla realizzazione dei principi costituzionali. Al contrario bisogna diffidare delle proposte che perseguono l’obiettivo opposto, anche se nella propaganda e persino nella veste formale che assumono si presentano come garantiste. Così è la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, in realtà la divisione della magistratura, per la quale andremo al referendum il 22 e 23 marzo.

Ci sono due ordini di ragioni per le quali una riforma che dichiara di attuare i principi garantisti del giusto processo secondo il rito accusatorio, allontanando i magistrati giudicanti da quelli requirenti per rafforzare la terzietà del giudice, si concretizza invece in una pericolosa minaccia a quelle garanzie sulle quali ognuno di noi deve poter fare affidamento nel momento in cui finisce a confronto del «terribile e odioso» potere giudiziario.…

Leggi tutto

L’incubo della guerra cieca

di Chiara Cruciati

Se ogni guerra è sbagliata a modo suo, il conflitto che infiamma il Golfo con una virulenza senza precedenti ha le sue particolarità: non conviene a nessuno e non ha un punto di caduta comprensibile. Non conviene a chi muore, a chi perde la casa, a chi deve nascondersi nei rifugi (se ci sono), ovviamente. Ma le guerre, tanto più in luoghi così decisivi per il destino globale, non si fermano ai confini violati e bombardati. Si espandono come una macchia di petrolio. Richiuderle nel barattolo è impresa impossibile.

L’aggressione degli Stati uniti e Israele all’Iran sta trascinando interi popoli sul baratro. Lo sanno le monarchie del Golfo che, al momento, hanno optato per una reazione difensiva ai missili iraniani. Non durerà a lungo se il fuoco proseguirà intenso. Negli anni passati, pur partendo da posizioni e reti di alleanze opposte, i paesi sunniti hanno lavorato a una normalizzazione più concreta con Teheran, consapevoli che una destabilizzazione grave avrebbe messo a rischio la tenuta delle loro società ed economie: la presenza di comunità sciite tradizionalmente marginalizzate (il che ha condotto in più di un’occasione a proteste interne e successiva repressione), la necessità di salvaguardare l’immagine di isole stabili e «moderne» in una regione conflittuale, la dipendenza dall’economia globale hanno spinto i regnanti sunniti a una posizione «moderata» verso Teheran e, da mesi, a premere su Washington perché non cedesse al canto delle sirene israeliane.…

Leggi tutto

Lo sterminio degli ebrei di Varsavia e altri testi sull’antisemitismo

di Enrico Paventi

Meticolosamente curati da Jean Rière, autore inoltre delle acute pagine introduttive, e ben tradotti da Cristina Spinoglio, che ha saputo rendere la lucida vivacità degli scritti originali, questi articoli del rivoluzionario e pubblicista Victor Serge (Viktor L’vovič Kibal’čič, Bruxelles 1890 – Città del Messico 1947) consentono ora anche al lettore italiano di osservare come lo studioso avesse analizzato e compreso il fenomeno dell’odio antiebraico già tra la metà degli anni Venti e i primi anni Quaranta del secolo scorso. Fu allora che, dopo un’esistenza drammaticamente avventurosa trascorsa tra la Russia Sovietica, la Siberia dei gulag e la Francia del Fronte Popolare, egli riuscì a riparare in Messico, dove sarebbe rimasto fino alla morte.

Gli articoli raccolti in questa silloge sono stati in gran parte pubblicati su La Wallonie, il quotidiano socialista di Liegi: colpiscono per la limpidezza tanto dell’argomentazione quanto della scrittura. Occorre aggiungere, al riguardo, come la prosa di Serge si caratterizzi anche per la scorrevolezza e l’incisività, il tono colloquiale, i periodi brevi, il ritmo rapido, la ricchezza del lessico.…

Leggi tutto

Le opposizioni: “Non c’è spazio in Parlamento per i suprematisti”

di Luciana Cimino

Casapound contro i parlamentari: «L’antifascismo è una mafia»

«Matteotti sta bene dove sta». Se qualcuno pensava che in vista di un appuntamento nelle istituzioni i fascisti del terzo millennio avrebbero rinunciato al folklore macabro si è dovuto ricredere subito. Il portavoce di Casapound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex esponente di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti, sapevano che le opposizioni avrebbero bloccato l’evento sulla remigrazione e non si sono fatti cogliere impreparati: davanti a Montecitorio hanno esposto striscioni e bandiere del comitato Rer (Remigrazione e Riconquista) e scandito cori contro gli antifascisti. «Vergogna, parlamentari mafiosi», urlavano in favore di telecamera.

All’interno, intanto, Avs, Pd e M5S occupavano la salette delle conferenze stampa cantando Bella Ciao intorno all’ardimentoso deputato leghista Domenico Furgiuele che aveva richiesto la sala per il Rer. «Nelle istituzioni non c’è spazio per i neofascisti», dicono gli esponenti del centro sinistra, chi con il fazzoletto dei partigiani al collo, chi con la spilla della Resistenza, chi brandisce una Costituzione.…

Leggi tutto