Mattarella ha promulgato la legge elettorale. Ora tocca alla Consulta: sono due i punti sotto esame

di Angelo Picariello

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha promulgato la legge elettorale approvata in via definitiva giovedì dalla Camera. Nessun indugio, nessun esame particolarmente approfondito è stato necessario per un testo che era d’altronde già da giorni nella cognizione degli uffici del Quirinale in quella che sarebbe poi diventata la versione definitiva. Con i ricorsi già in pista, essendo piuttosto esigui i tempi a disposizione della Corte Costituzionale per pronunciarsi prima dello scioglimento delle Camere, manca ora solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, perché essi possano essere trasmessi alla Consulta. Giusto qualche giorno per gli adempimenti materiali necessari.

La scelta del Quirinale può esser letta anche come un segnale ben preciso: si lasci il tempo, ora, alla Consulta, per dare il suo parere. D’altronde in corso d’opera la moral suasion, o per meglio dire la «leale collaborazione» richiesta fra organi dello Stato, aveva già portato a dei correttivi man mano inseriti nel testo. Dal recupero delle liste sotto il 3%, che rischiava di rendere ininfluente ai fini dei consensi alla coalizione, il voto anche di un milione e mezzo di elettori, al problema del disallineamento dei collegi di Trento e Bolzano; dall’abbassamento del premio di maggioranza all’innalzamento della soglia minima inizialmente previsto al 40; dalla salvaguardia del non vincolo di mandato per i parlamentari all’inserimento della formula che fa salve le prerogative del capo dello Stato nell’indicazione del candidato premier.…

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“Comanda chi prende un voto in più”. La destra si gode l’anticamera del premierato

di Andrea Colombo

Legge elettorale Meloni: «Gli italiani potranno scegliere tutto: partito, programma, premier e parlamentare». E Vannacci chiede già al governo di trattare per un’alleanza anti centrosinistra

La premier è sdegnosa: «Non partecipo a dibattiti surreali». Allude ai battibecchi sulla data del voto ma dovrebbe prendersela con la sua coalizione, stato maggiore incluso: i «surreali» vengono tutti da lì. Il suo sottosegretario di fiducia Fazzolari, per esempio, che, smentendo quando affermato il giorno prima dal capogruppo tricolore Bignami, sostiene che «votare a giugno consentirebbe di tornare alla normalità del ciclo elettorale». Oppure con il suo vicepremier Tajani, di parere opposto: «Giugno, e perché? Per Fi si deve arrivare a fine legislatura». Anche per la Lega: i due alleati chiedono tempo per recuperare voti.

Però non si può dire che Meloni menta. Lo scontro all’interno della maggioranza al momento è davvero solo chiacchiera. A decidere la data del voto saranno altri fattori, indipendenti dalla volontà della politica italiana. Verrà decisa sulla base di una situazione economico-finanziaria che potrebbe diventare esplosiva e che è del tutto imprevedibile.…

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Il Melonellum è legge con 227 si. Meloni regge e gioca con la data del voto

di Giulia Merlo

Infine i franchi tiratori sono rimasti in sonno e la premier  Giorgia Meloni non ha nemmeno avuto bisogno di comparire in aula. Deputati e deputate si sono allineati e hanno votato Melonellum, che è stato approvato a scrutinio segreto con la schiacciante maggioranza di 227 voti: gli stessi già conteggiati nelle tre fiducie dei giorni scorsi. La premier aveva detto che il voto pur senza fiducia doveva essere trattato come se lo fosse, e così è stato.

Archiviato l’incubo della bocciatura di luglio, tutto è andato liscio: centrodestra unito, legge elettorale cambiata con un accordo convinto. Aguzzando gli occhi tra l’aula e il Transatlantico però, i contorni di questo “successo sono decisamente più frastagliati.

Le donne

«Hai sentito Donzelli? Ci ha detto che altro che volere un posto in lista, dobbiamo tornare a lavorare fuori dal Parlamento». La battuta è di una deputata di Forza Italia in un capannello di colleghe, con un sorriso amaro. Il riferimento è all’intervento del regista del Melonellum, il responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli, che ha teorizzato la ragione della mancata tutela di genere per i capilista bloccati: «Garantire le donne non vuol dire difendere il posto in Parlamento indicate da un uomo, ma difendere il diritto delle donne fuori dal Parlamento di lavorare.…

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Autobiografia della scuola

di Francesco Pistoia

Questo libro presenta un profilo di storia della scuola e dell’educazione, un profilo di storia sociale, un racconto ricco di spunti, una storia degli insegnanti, della loro formazione e delle loro aspettative. Mario Isnenghi utilizza documenti, appunti, ricerche: esercita il suo mestiere di storico con rigore e puntualità. Ma in questo libro c’è anche altro: la sua vocazione al narrare, che si manifesta in un linguaggio che non conosce schemi e artifici professionali, un modo limpido che è tutto un invito.

Insegnanti migranti lasciano casa e affetti e vanno a occupare cattedre in contesti sconosciuti. È un nomadismo fatto anche di nomi illustri: Giovanni Pascoli (Matera, Messina, Massa, Bologna), Manara Valgimigli (Messina, Massa, La Spezia, Lucera, Pisa, Padova).

Ci sono spunti significativi di storia contemporanea: un professore asburgico nell’Italia soggetta all’Austria, da Padova austriaca a Padova italiana; vicende di un’Italia «sempre guelfa», di personaggi come Ernesto Bonaiuti, avversato da apparati dello Stato e della Chiesa, o Manara Valgimigli, socialista ma non anticlericale che, assessore comunale a Massa, rimprovera il suo partito favorevole all’eliminazione dei crocifissi nelle aule scolastiche.…

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Quando la patria diventa un vitello d’oro

di Tonio dell’Olio

Un Paese non è screditato da chi ne denuncia i crimini, ma dai crimini che si rifiuta di guardare. Eppure un ministro israeliano chiede che Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di Naza, siano privati della cittadinanza. La loro colpa è di aver raccolto le testimonianze di ventiquattro militari e uomini dell’intelligence sulle operazioni a Gaza. Il film racconta sistemi algoritmici che selezionano gli obiettivi e calcolano quanti civili possano essere “sacrificati”. Dietro la gelida precisione dell’intelligenza artificiale, però, restano decisioni umane: qualcuno progetta, autorizza, preme un tasto; qualcun altro muore. La reazione del potere è istruttiva. Invece di accertare i fatti, processa le coscienze. Invece di interrogarsi sulle vittime, accusa di tradimento chi rende visibile il meccanismo che le produce. Peccato gravissimo: a patria diviene il vitello d’oro che pretende silenzio e obbedienza. Ma cittadino leale non è chi approva tutto. È chi impedisce al proprio Paese di smarrire l’anima. Quelle voci, raccolte di notte sui tetti di Tel Aviv, non sono contro Israele: sono contro la disumanità che divora palestinesi e israeliani.…

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Addio a Emma Bonino, che divise sulla vita umana ma seppe anche unire

di Roberta d’Angelo

Era il 2015 quando il nome di Emma Bonino circola nei Palazzi romani come possibile successore di Giorgio Napolitano al Quirinale. Il suo profilo era già emerso nel 2013, in testa ai sondaggi che le danno il 32 per cento dei consensi. Il Parlamento è spaccato e i candidati che escono dal cilindro non trovano consensi sufficienti. La storica leader radicale ha condotto diverse battaglie in una lunga vita dedicata interamente alla politica. Battaglie umanitarie, femministe, contro la guerra, le discriminazioni, la pena di morte e le armi. In altre battaglie, come quella per la legalizzazione dell’aborto, assunse posizioni inaccettabili contro la vita umana, anche nelle modalità. Ebbe una lunga militanza per la garanzia di condizioni dignitose nelle carceri. Alcune di queste campagne, come quella sulla legalizzazione delle droghe, non sono state condivise dagli schieramenti seduti alle due Camere, ma la sua coerenza e la tenacia con cui ha sempre sostenuto le proprie tesi e il riconoscimento a livello internazionale ne hanno fatto una figura stimata trasversalmente.…

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Dissensi e affetto. I tanti intrecci delle nostre vite

di Luciana Castellina

Ho provato un gran dolore quando ieri mattina, appena svegliata, ho appreso che Emma Bonino non c’era più. Perché nonostante il disaccordo sia stato il tratto fondamentale del nostro rapporto secolare, con Emma abbiamo conservato un legame affettuoso.

Troppa vita condivisa quotidianamente per tanti decenni perché l’affetto non fosse naturale. Spiego ai più giovani che quei tempi non li hanno conosciuti: già alla prima elezione per i nuovi organismi creati dalla democrazia nelle Università, innanzitutto i parlamentini chiamati Interfacoltà, importantissima sede dei nostri confronti politici – e cioè nell’anno scolastico 1947/48, la Sapienza di Roma si trova a scegliere fra votare Castellina o votare Pannella. La sfida – cui non molto più tardi si unirà Emma – durerà per oltre mezzo secolo.

Ma con la sfida si intrecciano gli accordi, prima all’Università, poi in Parlamento, dove finiamo per ritrovarci addirittura nello stesso gruppo, da noi stesse/i creato, giacché a quello europeo non erano ammessi gruppi formati da forze politiche così piccole.…

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Meloni apre la corsa alle politiche

di Michele Gambirasi

«Se pensavate di prenderci sulla stanchezza, non avete capito con chi avete a che fare». C’è il record e c’è una campagna elettorale davanti: 1.413 giorni dopo il giuramento al Quirinale, Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni festeggiano a Bari il traguardo di longevità, primi nella storia repubblicana. Ma lo sguardo, inutile nasconderlo, è in avanti: alle politiche, al Meloni II. La premier lo chiarisce non appena inizia a parlare dal palco allestito apposta per il suo «trionfo». Sono passate da poco le 19, il sole sta tramontando: l’orario con la luce migliore, così ha prescritto lo staff del partito. «Ci sono stati giorni in cui ho pensato di nuotare nella colla, ma non ho mollato e non intendo farlo adesso. Alla nostra classe dirigente dico: dobbiamo fare di più e meglio».

I MINISTRI si godono la folla: il primo ad arrivare è Francesco Lollobrigida, camicia a righe con bretelle adornate da cavalli rampanti. Lo accompagna il padrone di casa, il sottosegretario pugliese alla Salute Marcello Gemmato.…

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Il record di longevità del governo Meloni

di Vincenzo R.Spagnolo

La stabilità ha rassicurato i mercati, mentre Francia e Regno Unito cambiavano primi ministri a ripetizione. La tenuta sociale del Paese però si è rivelata fragile, con sanità e welfare in difficoltà. Al contrario, i segnali su conti pubblici e occupazione sono stati incoraggianti. Ma è sulla valutazione delle riforme “identitarie” e sul binomio sicurezza-immigrazione che l’esecutivo si gioca tutto.

«Non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani…». Così, qualche tempo fa, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni celebrava il precedente record di longevità del proprio esecutivo. Ora, a quasi quattro anni dall’insediamento, il suo Governo si avvia a diventare il più duraturo nella storia della Repubblica, superando il Berlusconi II, che resistette a Palazzo Chigi per 1.412 giorni. Una stabilità politica che – in un Paese come il nostro, che ha visto avvicendarsi 68 esecutivi in 81 anni – rappresenta un elemento di discontinuità col passato. Di base, la solidità dei numeri della maggioranza in Parlamento ha permesso alla premier di delineare nitidamente la traiettoria della propria azione di Governo.…

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Le cosmicomiche vanterie

di Carlo Amirante e Giuseppe Mantia

“Vano delle scene il diletto ove non miri a preparare l’avvenire”

Se alla ironia si aggiunge una analisi più radicale e realistica dei meriti e dei demeriti del nostro governo e della situazione generale dell’economia del paese, in una Europa sempre più divisa ed incerta sul proprio destino, c’è ben poco da sorridere. Il 4 settembre 2026 si è celebrato a Bari, con gran pompa, il grande primato della Meloni, quale presidente del governo più lungo della Repubblica. La visione più realistica e storicamente corretta di questa “storica impresa” è che si tratta di un governo che deve mettersi in fila con i regimi politici che, puntando sulla stabilità, ottenuta innanzitutto con la violenza e poi con un consenso favorito da una stampa asservita spesso al potere finanziario e politico sia interno che internazionale, hanno goduto di stabilità e consenso(???!!!).

Record ben maggiori quali il ventennio di governo fascista, i dodici anni dell’impero hitleriano, i trentasei anni di governo del generale Francisco Franco, i diciassette anni del governo Pinochet ed i quaranta anni del governo di Antonio de Oliveira Salazar in Portogallo.…

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