Entusiasmo e fanatismo: il fascino dei Catari

Elena Bonoldi Gattermayer, Processo agli ultimi Catari. Inquisitori, confessori, storie (Jaca Book, 2011)

di Armando Torno

I catari devono il loro nome al greco kátharoi, che significa puri. Nel XII secolo si cominciarono così a chiamare alcune tendenze religiose che praticavano un forte ascetismo e credevano in una concezione dualistica, fondata su due principi originari: il Bene e il Male. E questo anche se il termine kátharoi circolava dai primi tempi del cristianesimo, giacché in tale modo si autodefinirono nel III secolo i seguaci del vescovo Novaziano, tanto che si trovano citati in un documento del Concilio di Nicea del 325. Nel medioevo si diffusero nell’Italia settentrionale (ma anche in Toscana), in Svizzera, nelle Fiandre, in Germania e nella Francia meridionale, dove si chiamarono albigesi, perché nella città di Albi – capoluogo del dipartimento del Tarn – ebbero il loro riferimento. La dottrina praticata, che tra l’altro considerava Cristo come un angelo dalle sembianze umane adottato da Dio, scatenò contro di essi predicatori quali Domenico di Guzmán e una crociata. La repressione fu dura e l’Inquisizione colpì senza particolari indulgenze gli ultimi cenacoli dopo la loro sconfitta.

Ora un libro di Elena Bonoldi Gattermayer, Il processo agli ultimi catari. Inquisitori, confessioni, storie (Jaca Book) ci porta direttamente nel cuore di questa fede clandestina della «Eglesia de Deu» attraverso i testi di numerosi interrogatori giacenti negli archivi vaticani e inediti in italiano. Un materiale dedicato alla fede rivoluzionaria dei catari che, tra l’altro, rifiutavano i beni materiali e le espressioni della carne. Un’opera che restituisce voce al funzionario (Guillame Autast) o  

Spagna, prove per la catastrofe

Spagne 1936-1939. Politica e guerra civile (Franco Angeli, 2010)

di Cesare Segre

Le persone anziane hanno vivo il ricordo della guerra di Spagna (1936-1939). Se ne parlava molto nei nostri giornali, e s’era cercato di creare un clima eroico, analogo a quello suscitato durante la conquista dell’Etiopia. Pareva quasi che la guerra di Spagna fosse un’iniziativa italiana, e combattuta soprattutto dagli italiani, gloriosamente. Il film L’assedio dell’Alcazar (1940) di Augusto Genina rispecchiò bene quel clima. Solo dopo la caduta del fascismo i fatti ritornarono a posto e ripresero le giuste proporzioni, anche se molti particolari sono ancora oggetto di discussione, e una communis opinio manca.
La guerra civile, che diede occasione agli interventi stranieri, era scoppiata in seguito al golpe di un gruppo di militari spagnoli ribelli alla Repubblica democratica nata in Spagna nel 1931 e dominata dalla sinistra in seguito alle elezioni del 1936. La Germania nazista e l’Italia fascista entrarono subito in azione in appoggio ai golpisti, di cui aveva preso la guida il generale Francisco Franco, allora alla testa di truppe coloniali in Marocco. Fu una guerra lunga e sanguinosa, che anticipò le guerre imperialistiche di Adolf Hitler, i cui prodromi, come l’annessione dell’Austria (1938), furono contemporanei alle fasi delle operazioni in Spagna. Decisivo il fatto che a favore della Repubblica si batterono delle Brigate internazionali composte da antifascisti di tutta Europa e, direttamente, la Russia comunista, a favore degli insorti si schierarono i due Stati fascisti, Germania e Italia, mentre gli altri Stati europei, soprattutto Francia e Inghilterra, sceglievano una politica di non