Un partito non è chiesa o bottega

di Giovanni Deluna

«Al mattino discutevamo con rabbia, al pomeriggio discutevamo le regole e la nostra testa diventava un’altra». Così Vittorio Foa, che proprio questo 18 settembre avrebbe compiuto 100 anni, ricordava i tempi dell’Assemblea Costituente. Era l’Italia che riscopriva la democrazia.
Era l’antifascismo che si presentava al paese: pluralismo politico e pluralismo sociale; legittimazione delle differenze; democrazia come partecipazione e non solo come garanzia; il conflitto politico, il confronto anche duro tra maggioranza e opposizione, coniugato con il rispetto delle regole, con la condivisione di una comune appartenenza a uno spazio pubblico saldamente presidiato dai valori della giustizia e della libertà. Fu quello il retroterra culturale ed esistenziale da cui scaturì il «miracolo» della nostra Costituzione.
Vittorio Foa, eletto nel 1946 nelle sparute file del Partito d’Azione, ne fu un protagonista assoluto. Un libro appena uscito – Vittorio Foa, Scritti politici. Tra giellismo e azionismo a cura di Chiara Colombini e Andrea Ricciardi (Bollati Boringhieri) – ci consente ora di ripercorrere i lineamenti ideali e le posizioni teoriche che segnarono il Foa di quella fase. Gli scritti raccolti vanno infatti dal 1932 al 1947. Sono in totale 55, per la grande maggioranza riediti per la prima volta: questo per una precisa scelta dei curatori che hanno evitato di ripubblicare quelli già riproposti negli anni dallo stesso Foa e dunque già molto noti (per intenderci, quelli inseriti in Lavori in corso e Per una storia del movimento operaio).
Foa è scomparso nel 2008. Una vita tutta  

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