Con Moby Dick nell’oceano cuore

Moby Dick o l'ossessione del male (Ed. Morcelliana, 2010)

di Enzo Bianchi

Non è solo la Bibbia che va tenuta a mente – come saggiamente consigliava Cesare Pavese – per scoprire, in quel “curioso romanzo d’avventure” che pare essere “Moby Dick” di Melville, “un vero e proprio poema sacro cui non sono mancati nè la terra nè il cielo a por mano”, come lo definisce Pavese stesso. Sono molti i registri umani che consentono di cogliere tra le onde del mare aperto e le angosce della caccia alla balena bianca una riflessione sull’ossessione del male e sulla strenua battaglia dell’uomo per trovare senso e direzione alla propria vita, anche e soprattutto a partire dalle sconfitte. E’ quanto fa in modo mirabile Barbara Spinelli nel suo “Moby Dick o l’ossessione del male” (Morcelliana, pp.128, euro 10), che riprende il ciclo di trasmissioni radiofoniche curato da Gabriella Caramore per “Uomini e profeti” di Radio Tre.

In realtà la sempre acuta opinionista de “La Stampa”, intervistata dalla conduttrice, non si limita ad aprire squarci di comprensione su questo classico della letteratura del Novecento, ma allarga l’orizzonte sull’intera opera di Melville, sulla sua comprensione della malinconia, sul rapporto tra legge e giustizia, tra necessità e libertà, sull’accettazione della sconfitta, sul ruolo della profezia nella lettura della storia.

“La lettura – afferma la Spinelli – è un modo di riscrivere dentro di sè quello che si legge”. E proprio opera di riscrittura appaiono queste pagine che svavano nel profondo non tanto degli oceani quanto del vasto mare del cuore umano. “Io guardo nel