Entusiasmo e fanatismo: il fascino dei Catari

Elena Bonoldi Gattermayer, Processo agli ultimi Catari. Inquisitori, confessori, storie (Jaca Book, 2011)

di Armando Torno

I catari devono il loro nome al greco kátharoi, che significa puri. Nel XII secolo si cominciarono così a chiamare alcune tendenze religiose che praticavano un forte ascetismo e credevano in una concezione dualistica, fondata su due principi originari: il Bene e il Male. E questo anche se il termine kátharoi circolava dai primi tempi del cristianesimo, giacché in tale modo si autodefinirono nel III secolo i seguaci del vescovo Novaziano, tanto che si trovano citati in un documento del Concilio di Nicea del 325. Nel medioevo si diffusero nell’Italia settentrionale (ma anche in Toscana), in Svizzera, nelle Fiandre, in Germania e nella Francia meridionale, dove si chiamarono albigesi, perché nella città di Albi – capoluogo del dipartimento del Tarn – ebbero il loro riferimento. La dottrina praticata, che tra l’altro considerava Cristo come un angelo dalle sembianze umane adottato da Dio, scatenò contro di essi predicatori quali Domenico di Guzmán e una crociata. La repressione fu dura e l’Inquisizione colpì senza particolari indulgenze gli ultimi cenacoli dopo la loro sconfitta.

Ora un libro di Elena Bonoldi Gattermayer, Il processo agli ultimi catari. Inquisitori, confessioni, storie (Jaca Book) ci porta direttamente nel cuore di questa fede clandestina della «Eglesia de Deu» attraverso i testi di numerosi interrogatori giacenti negli archivi vaticani e inediti in italiano. Un materiale dedicato alla fede rivoluzionaria dei catari che, tra l’altro, rifiutavano i beni materiali e le espressioni della carne. Un’opera che restituisce voce al funzionario (Guillame Autast) o  

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