In su la vetta l’homo è religiosus

Montagna sacra (Jaca Book , 2010)

di Enzo Bianchi

In ogni tempo e in tutte le tradizioni culturali, religiose e spirituali, la «montagna» – a prescindere dalla sua altezza effettiva -ha costituito un rimando simbolico alla dimensione del sacro. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che il rilievo montuoso mette in connessione fisica e visiva i due elementi sacrali per eccellenza: la terra – la grande madre, il grembo fecondo di vita e di frutti – e il cielo, quella volta abitata dagli astri che comunica all’essere umano la percezione della trascendenza e dell’immortalità. Né si possono dimenticare gli elementi che favoriscono la simbolica dell’accostarsi alla montagna come cammino di ascesa interiore e di ricerca di sé: si pensi alla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, oppure all’alternarsi di salite e discese, o ancora allo sforzo («ascesi») necessario per l’ascesa e alla preparazione che obbliga al caricarsi del solo necessario; anche l’affinarsi dell’aria, il rarefarsi della vegetazione, il semplificarsi dei colori, l’alternarsi delle condizioni meteorologiche contribuiscono a un analogo cammino interiore di purificazione. Inoltre, le montagne ispirano per la forma stessa di paesaggio che determinano, una sensazione di timore, una percezione del «numinoso» che sembra abitarle: non è un caso se molte culture di tipo tradizionale le hanno sempre ritenute dimora di dèi e demoni, quindi luoghi da temere e venerare. Non sorprende allora che anche le tradizioni spirituali parlino di «vette della conoscenza» o che momenti chiave della rivelazione e del rapporto con il sacro e il santo