4 luglio 2017, Globalizzazione ed Europa - Politica e società - Senza categoria

La lezione di Torino

di Raniero La Valle

Sabato 3 giugno la vigilia di Pentecoste sono successe diverse cose che ci parlano del presente e del futuro del mondo: la decisione di Trump di tradire gli obblighi assunti dagli Stati Uniti col trattato di Parigi sul clima, il nuovo attentato terroristico sul ponte di Londra, le bombe dei kamikaze contro un funerale eccellente nel cimitero di Kabul, la città di Marawi nelle Filippine occupata dai jihadisti islamici mentre si contano i morti della strage di Manila, a Torino, in una giornata di perfetta pace, un bambino in coma e 1527 feriti, in una folla in fuga che per la paura si è fatta male da sola. Quando poi si ascoltano le letture bibliche di Pentecoste, mentre tutte queste cose accadono insieme, sembra come se quel tempo nuovo che vi era annunciato non fosse mai cominciato.

Degli eventi di quel sabato 3 giugno la lezione più importante è quella di Torino. I cittadini e tifosi lì riuniti non avrebbero avuto nessuna ragione di fuggire, perfino se si fosse udito un petardo o qualche sconsiderato avesse gridato a una bomba. Ma avevano tutte le ragioni di aver paura per tutto ciò che era successo fino ad allora e per quello che stava succedendo a Londra, a Kabul, nelle Filippine, a Washington, in Africa e in Medio Oriente. In effetti a parte le vittime del clima, non quantificabili, quegli eventi in quelle ore hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti in diverse parti del mondo.

Qualcuno sui giornali, sconsideratamente, ha scritto che ormai la gente si è abituata alle stragi, che c’è una specie di assuefazione, e non si sa se lo ha detto per rammaricarsene o per rallegrarsi del fatto che, nonostante salga il conto delle vittime, tutto, anche gli affari, continui come prima.

Invece è proprio l’assuefazione, la rassegnazione, il “non c’è niente da fare”, “la vita continua” e i concerti pure, che non sono ammissibili, occorre non rassegnarsi, non abbozzare, non fare come se niente fosse, occorre dire di no e fermare la discesa nel precipizio. E se la novità è che, a differenza di quanto avveniva con l’IRA (Irlanda), con le Brigate Rosse (Italia), con l’ETA (Paesi Baschi), con i Tupamaros (Uruguay), che avevano ciascuno le proprie ragioni, oggi il terrorismo è globale ed ha una centrale mondiale, vuol dire che va combattuto e interdetto a livello globale. E ci vorranno pure le armi, ma per mettere fine alla minaccia globale c’è un solo mezzo, ed è il solo mezzo che oggi non c’è, non c’è più, né si vuole che ci sia, e questo mezzo è la politica. E se la politica non provvede, e se il terrorismo globale non finisce, il tempo è bloccato, e la storia non può ricominciare.

C’è stato un altro momento in cui il mondo era totalmente preda della violenza e, se ciò non finiva, la storia non poteva ricominciare.

Fu nel 1945 quando la seconda guerra mondiale aveva già prodotto e stava ancora producendo immani dolori, e si decise di voltare pagina. Le Nazioni si unirono a San Francisco per organizzare un mondo “dopo la guerra”, cioè un’epoca senza più guerre, e ci furono cinque Nazioni che si assunsero il compito di vegliare e operare perché la pace fosse preservata e la storia potesse cominciare; i loro nomi erano Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Francia e Cina. Erano di lingue, culture e religioni diverse, nessuno avrebbe potuto accusarli di essere crociati di una parte sola. Ma questo collettivo dei “5 Grandi” ha poi tradito il suo compito, si sono divisi e combattuti tra loro, e la guerra è tornata.

Oggi siamo in una situazione analoga. Il terrorismo globale va combattuto ma, come si è visto, se lo combattono Stati Uniti o Francia o l’Occidente intero da soli, invece di diminuire, aumenta. Anche perché prima di combatterlo l’hanno generato e forse addirittura finanziato ed armato, in ogni caso l’hanno usato, ciascuno cercando di volgerlo a favore della propria ragion di Stato.

E così la storia di nuovo si è fermata. Quei Cinque insieme devono ora tornare ai giorni della decisione comune. C’è il capitolo VII della Carta dell’ONU che dice che cosa devono fare. Devono creare un Comitato di Stato Maggiore formato dai Capi di Stato Maggiore dei loro cinque eserciti, devono formare un corpo di polizia internazionale comandato congiuntamente da loro e, invece di bombardare e massacrare inutilmente “terroristi” e civili innocenti, con gli aerei o coi droni, mandare un corpo di spedizione integrato a liberare Raqqa e Mosul, restituire secondo il diritto i loro territori strappati alla Siria di Assad e all’Iraq di Fuad Masum, e togliere all’ISIS o Daesh di Abu Bakr al-Baghdadi l’usurpata qualifica di soggetto internazionale e la struttura politica militare e territoriale di uno Stato. Ciò vuol dire, in un mondo dove tutto si privatizza ed è sottratto al pubblico, privatizzare e escludere da una dimensione pubblica la centrale terrorista, toglierle gli strumenti pubblici della comunicazione e del potere, impedirle di convocare, accogliere e addestrare terroristi kamikaze e foreign fighters per tutto il mondo, e insomma tagliare la testa del serpente.

È una guerra? Ebbene sì, ma è la guerra già in corso, finalmente convertita in un uso legittimo di una forza internazionale, regolata e organizzata da una Costituzione mondiale da tutti sottoscritta, insospettabile di mire imperiali o coloniali, spoglia di ogni connotazione ideologica o religiosa, aliena dalla totalità distruttiva e indiscriminata che è propria della guerra destinata alla distruzione del nemico, e mirante all’unico scopo di rimuovere il macigno che oggi incombe sul mondo e permettere che la storia del mondo di nuovo cominci.

Se questo non si vuole fare, se non lo si può fare (non tutto è possibile alla politica), se si vuole che il terrorismo resti globale, c’è la lezione di Torino: la gente non dovrà più temere solo gli altri, dovrà temere se stessa. E qui c’è un inconcepibile, pauroso rimedio: trasporre dal locale al globale quelle che in certe situazioni furono misure di emergenza di poteri totalitari: stabilire un coprifuoco mondiale, vietare assembramenti di più di tre persone, finirla con stadi, partite, concerti, comizi processioni e cortei. Forse si morirebbe in meno, ma la civiltà, e la vita stessa, sarebbero finite.

Perciò occorre tornare alla politica, quella grande, esercitare l’azione internazionale, fino all’uso della forza (proibito invece ai singoli Stati) contro le minacce alla pace, le violazioni della pace e gli atti di aggressione, a norma degli artt. 39 – 42 della Carta dell’ONU, e riprendere una cooperazione globale di tutti i membri della comunità giuridica mondiale.

Questa sarebbe una politica all’altezza dei problemi di oggi. Certo, si può continuare così, che ognuno pensi solo a se stesso, che la Carta dell’ONU resti inattuata, che il terrorismo prosperi e la gente sia sempre più impaurita, che gli stranieri anneghino e che aumentino gli scartati e gli esclusi. Ma che senso avrebbe lasciare che tutto vada secondo questo verso, l’inquinamento non meno del terrorismo, la strage di migranti e di profughi non meno che l’ingiustizia globale?

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