25 settembre 2010, Recensioni

Un partito non è chiesa o bottega

di Giovanni Deluna

«Al mattino discutevamo con rabbia, al pomeriggio discutevamo le regole e la nostra testa diventava un’altra». Così Vittorio Foa, che proprio questo 18 settembre avrebbe compiuto 100 anni, ricordava i tempi dell’Assemblea Costituente. Era l’Italia che riscopriva la democrazia.
Era l’antifascismo che si presentava al paese: pluralismo politico e pluralismo sociale; legittimazione delle differenze; democrazia come partecipazione e non solo come garanzia; il conflitto politico, il confronto anche duro tra maggioranza e opposizione, coniugato con il rispetto delle regole, con la condivisione di una comune appartenenza a uno spazio pubblico saldamente presidiato dai valori della giustizia e della libertà. Fu quello il retroterra culturale ed esistenziale da cui scaturì il «miracolo» della nostra Costituzione.
Vittorio Foa, eletto nel 1946 nelle sparute file del Partito d’Azione, ne fu un protagonista assoluto. Un libro appena uscito – Vittorio Foa, Scritti politici. Tra giellismo e azionismo a cura di Chiara Colombini e Andrea Ricciardi (Bollati Boringhieri) – ci consente ora di ripercorrere i lineamenti ideali e le posizioni teoriche che segnarono il Foa di quella fase. Gli scritti raccolti vanno infatti dal 1932 al 1947. Sono in totale 55, per la grande maggioranza riediti per la prima volta: questo per una precisa scelta dei curatori che hanno evitato di ripubblicare quelli già riproposti negli anni dallo stesso Foa e dunque già molto noti (per intenderci, quelli inseriti in Lavori in corso e Per una storia del movimento operaio).
Foa è scomparso nel 2008. Una vita tutta spesa nella politica. E’ possibile decifrare in questo percorso, snodatosi attraverso due guerre mondiali, la dittatura, il carcere, la Resistenza, la nascita dell’Italia repubblicana, il crollo del sistema dei partiti, l’avvento di Berlusconi, il filo di una continuità che lo ha accompagnato in tutto il suo personale, lunghissimo Novecento?
I giovani curatori di questo volume ne sembrano convinti e indicano con molta sicurezza quelli che ritengono i capisaldi «strutturali» delle sue posizioni: centralità del lavoro, attenzione alla complessità e per i suoicambiamenti nel tempo, federalismo e democrazia diretta, autonomia e partecipazione popolare, diffusione dei poteri e territorio. La loro convinzione è assistita da una ricerca imponente (l’introduzione è di 140 pagine!).
Di fatto questo è il primo libro «su Foa» che ne affronta la biografia giovandosi di un robusto impianto storiografico, di un’analisi dei testi che li contestualizza e li interpreta, consentendoci di seguire l’impianto dei tratti più significativi della sua personalità.
Negli anni della cospirazione, del carcere (arrestato nel 1933, fu condannato a 15 anni di carcere dal Tribunale Speciale) e della Resistenza, Foa si presenta con tratti di marcata originalità rispetto al contesto giellista e azionista in cui è chiamato a operare. Appartiene alla «generazione di storici» vaticinata da Gobetti e Ginzburg (quella di Garosci, Venturi, Galante Garrone, Vaccarino, dello stesso Valiani, che scelsero di coniugare la militanza antifascista con lo studio della storia), ma i suoi interessi sono prevalentemente rivolti verso le questioni economico-giuridiche, fin dallo scritto del 1932 su Rinaldo Rigola e dalle riflessioni sul corporativismo fascista.
In questo Foa giovanissimo (i curatori lo dicono bene) c’è molto del Foa che abbiamo conosciuto ancora nell’ultimo scorcio del secolo: la diffidenza verso tutto quello che tenta di imprigionare dall’alto il lavoro e la sua organizzazione, che soffoca ogni possibilità di viva e concreta partecipazione dei lavoratori.
Era stato incuriosito dal «mito» delle «corporazioni proprietarie» ma – dopo il fallimento precoce di quell’opzione (convegno di Ferrara del 1932) – aveva maturato la convinzione di una sorta di nesso genetico tra fascismo e capitalismo, anche alla luce delle scelte che avevano portato alla nascita dell’Iri e dell’Imi (socializzare le perdite e privatizzare i profitti). A posteriori, avrebbe poi riconosciuto nel corporativismo i tratti modernizzanti di uno strumento efficace per organizzare il consenso delle classi subalterne.
Al Foa «economista» degli Anni 30 si affianca il Foa «politico» del Partito d’Azione e della Resistenza. L’attenzione si sposta sulla forma partito. I modelli da rifiutare sono quelli del «partito chiesa» e del «partito bottega». Foa e il PdA giocano su questo terreno la carta di una profonda innovazione fondata su una struttura organizzativa per comitati di lavoro, sulla fiducia nei Consigli come organo di autogoverno degli operai e sul tentativo di alimentare una fitta rete di istituti della società civile da affiancare a quelli della democrazia rappresentativa. E perdono.
Quando l’arco cronologico di questo libro si chiude, nel 1947, il processo di impianto dei partiti di massa chiamati a governare l’Italia nei successivi decenni si è già compiuto. Le proposte di Foa e degli azionisti (una democrazia rappresentativa integrata da autonomie territoriali e sociali, un’economia di mercato corretta dal piano e dal controllo dei lavoratori, l’autonomia come espressione di libertà e come fattore di efficienza) sono state sconfitte. Riemergeranno quando l’Italia si scoprirà orfana delle grandi certezze alimentate dalle granitiche ideologie novecentesche e quando i «vincitori» del 1947 diventeranno i «vinti» del 1992 – 1994.

(articolo tratto da “Tuttolibri” de “La Stampa”, n.1732 del 18.9.2010,pag.IX)

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