2 aprile 2010, In evidenza - Recensioni

Stranieri di fatto

di Carlo Bersani

A quanto pare, in Italia non ci sono solo “cittadini di fatto”, ma anche “stranieri di fatto”. E’ quello che fa pensare un libro di Luca Bravi (Tra inclusione ed esclusione – una storia sociale dell’educazione dei rom e dei sinti in Italia, Unicopli, 2009, 173 pp., € 13,00), da tempo studioso di argomenti legati alla minoranza dei rom e sinti (ne va ricordato almeno il saggio, scritto con N. Sigona, Rom e sinti in Italia. Permanenze e migrazioni, nel n. 24 degli Annali della Storia d’Italia Einaudi, curato da M. Sanfilippo e P. Corti e intitolato alle Migrazioni).

Il testo di Bravi si basa su una ricostruzione storica attenta, che ruota sulla centralità del «passaggio epocale tra Auschwitz e post-Auschwitz» (p. 17, ma anche 25 ss.). Le stesse pagine sulla persecuzione razziale fascista indicano una cronologia non poco interessante (pp. 38 e ss.), e guardano alle basi più risalenti dell’«antiziganismo» in Italia (p. 42). Ma è la storia repubblicana a riservare non poche sorprese (almeno agli ottimisti): stando alle osservazioni (ben argomentate) di Bravi, nel trattamento degli italiani rom e sinti non è dato riscontrare un vero segnale di discontinuità con le tradizioni precedenti. Anzi: fin dagli anni sessanta, il pensiero sulla minoranza dei rom e sinti avrebbe seguito linee di sostanziale continuità con i modelli interpretativi del passato, con gravi conseguenze sui progetti e sulle pratiche di scolarizzazione (pp. 63 ss.).

Il testo di Bravi è molto duro sulle esperienze di «pedagogia zingara» che prendono le mosse in Italia a partire dagli anni sessanta (pp. 65 ss.), sulle loro basi culturali e sui loro risultati (come sul caso delle classi “Lacio Drom”, pp. 74 ss.). Riprendendo le conclusioni di una ricerca terminata nel 2003, «meno le comunità rom e sinte diventano target group oggetto d’“interventi speciali”, anche di pedagogia interculturale, più il successo scolastico è alto» (p. 108). Ma viene allo stesso tempo avvertita l’esigenza di una «terza via», di un «percorso che coniughi successo scolastico e pieno riconoscimento dell’identità comunitaria a scuola» (p. 108).

Sono invece univoche le conclusioni di Bravi sulla costruzione del sistema dei campi nomadi (pp. 82 ss.): in sintesi, il processo che viene descritto è quello della progressiva nomadizzazione di gruppi minoritari estremamente compositi, del loro adattamento forzato agli stereotipi della «cultura maggioritaria». Un adattamento drammatico nel caso esemplare dei gruppi provenienti dalla ex Jugoslavia, abituati a un’ordinaria vita cittadina (p. 85 ss.), ma anche in molti casi di rom e sinti italiani, perché, è opportuno ricordarlo, più della metà dei rom e sinti presenti sul territorio nazionale sono italiani (p. 18, p. 110).

E’ questo il punto su cui l’analisi di  Bravi è più allarmante, perché riesce chiarissimo quanto debole sia stata, e sia, la tutela fornita dalla cittadinanza stessa. Il testo si sofferma attentamente sulle aporie della normativa “nazionale”, soprattutto sul mancato riconoscimento della condizione di minoranza linguistica (p. 97). Ma si sofferma anche, ricorrentemente, sulla percezione di estraneità di rom e sinti sia in termini di coscienza collettiva “maggioritaria”, sia in termini di normazione (locale, nazionale, regionale) e soprattutto di pratica amministrativa.

La tendenza a considerare rom e sinti come nient’altro che una particolare categoria di stranieri è in effetti spaventosamente diffusa. Lo si può verificare in una conversazione ordinaria (ma si veda anche un’ambigua dichiarazione di Gianfranco Fini riportata nel testo, p. 118): quand’anche vi sia consapevolezza della cittadinanza comune, questa viene immediatamente retrocessa a dato puramente formale, irrilevante a fronte del fatto, in sé autoevidente, che gli “zingari”, nomadi per definizione, non rispettano le leggi (ed è a tutti ovvio che il meticoloso rispetto delle leggi è tratto ineludibile dell’identità nazionale italiana). “Nomadi” e quindi, beninteso, stranieri, quale che sia la certificazione dell’anagrafe. Ma attraverso l’operato dei pubblici poteri, la coscienza collettiva può trasformarsi in pratica amministrativa («il riferimento per ogni questione relativa agli abitanti dei campi nomadi in molti comuni italiani diventava ad esempio lo specifico “Ufficio Nomadi”, al quale doveva riferirsi necessariamente anche un rom o un sinto con cittadinanza italiana … », p. 87).

Questo processo di strisciante “denazionalizzazione” segnala la debolezza, la porosità del concetto stesso di cittadinanza, quando perda la sua originaria forza espansiva per ridursi a barriera difensiva tra “noi” e “loro”. Mentre, al contrario, altri concetti (“nomadi”, “zingari” …) si mostrano sufficientemente forti da spezzare il confine tra cittadini e stranieri.

E’ una nuova strada (locale? amministrativa?) alla privazione collettiva della cittadinanza? Attraverso quali atti normativi prende forma? (sarebbe interessante, forse, una comparazione con i provvedimenti più o meno recenti in materia di sfollati da terremoto). Non sembra casuale che questo processo, che prende corpo e forma con la nascita dei campi nomadi, vada di pari passo, negli ultimi anni, con la limitazione dei diritti degli abitanti “stranieri”. Anzi: sembrano processi che convergono, verso un punto di fuga comune ancora indefinibile. E il libro di Bravi ci ricorda che, in Italia, stranieri si può diventare anche senza muoversi.

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