21 maggio 2010, In evidenza - Recensioni

Romeni, la minoranza decisiva per l’Italia di domani

di Carlo Bersani

Una minoranza può essere «decisiva» per tutti? Alcuni buoni motivi per rispondere sì, ce li ricordano Alina Harja, giornalista, e Guido Melis, parlamentare della Repubblica (e fra i maggiori storici delle istituzioni italiani) in “Romeni” (Rubbettino, 2010, pp. 171, € 14,00).
E’ un libro lucido e lineare, attentissimo a sostenere ogni ragionamento con una solida base fattuale e documentaria, e questo lo rende, fra l’altro, ricchissimo di dati (oltre che di interviste particolarmente limpide): «un punto del pil italiano, pari a 2,3 miliardi di euro, è frutto del lavoro dei romeni» (p. 60); «in totale sono ristretti nelle carceri italiane (il dato è di fonte governativa e risale al 28 luglio 2009) 23.473 detenuti stranieri, dei quali 2.921 cittadini romeni. Di essi, stando al rilevamento dell’Ufficio per lo sviluppo e la gestione SIA (Servizio Informatico Automatizzato), i romeni, distinti per posizione giuridica, sono: 1.818 in attesa di giudizio; 1.092 con condanna definitiva; 11 internati» (p. 52, sui circa 780.000 romeni residenti in Italia all’inizio del 2009, p. 12). Eccetera. Ma ci sono anche dati che testimoniano la riemersione di «qualcosa di atavicamente barbarico», finora sepolto nell’«inconscio collettivo» degli italiani (p. 37). E c’è da chiedersi: dei soli italiani? Non sarà una “atavica” modernità tutta occidentale, quella che gli italiani stanno perseguendo, con lo spirito avanguardista che li caratterizza da circa un secolo? Su questo punto il libro si basa su numerosi fatti di cronaca (ad es., pp. 117 ss., o p. 121), ma anche su elementi più genericamente “testuali”: indimenticabile, ad esempio, un brano di Guido Ceronetti, che il 2 febbraio 2009, in un editoriale su La Stampa (la moderata Stampa), avverte i suoi lettori del fatto che ormai i romeni hanno battuto i marocchini quanto a «fama di stupratori» e che bisogna ricordare che si tratta di «figli dei ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime al randagismo canino. Il dono all’Italia di questi campioni di umanità degradata è stato fatto dai frenetici allargamenti a Est dell’Unione e dalla follia di Schengen» (p. 39). Di grande interesse, poi, la riflessione sulla campagna mediatica che seguì l’omicidio di Giovanna Reggiani, dall’ottobre 2007 alla vittoria elettorale delle destre nel 2008, e che «meriterebbe d’essere studiata con metodi scientifici (ad esempio, attraverso una schedatura sistematica delle fonti di informazione italiane nel biennio 2008-2009)» (p. 35). Ne seguirono, fra l’altro – ma probabilmente non è ai lettori di queste pagine che va ricordato – «le precipitose, discutibili misure antiromene varate in tutta fretta dal governo Prodi e richieste personalmente dal sindaco della capitale Walter Veltroni» (pp. 33-34). Una reazione, quella del governo di centro-sinistra, «visibilmente oltre il limite della crisi di nervi», tanto che «una legge sulla sicurezza scritta precipitosamente», diventa «nel giro di poche ore, forse di pochi minuti, un decreto immediatamente in vigore (lo battezzeranno da subito “il decreto Veltroni”), approvato da un consiglio dei ministri straordinario sotto l’impressione ingenerata dal delitto. Al prefetto si attribuisce il potere di allontanare gli stranieri», anche dell’Unione, «per generici “motivi di sicurezza”. Senza possibilità di autodifesa, senza un giudice terzo che valuti (…). In una sera saltano tutti gli argini del garantismo» (pp. 152-153). Si ammette l’emergenza e si ricorre al decreto-legge (strumento com’è noto caro al successivo governo delle destre). Questo non sarà nemmeno convertito in legge, e certo le sue norme impallidiscono rispetto a quelle del 2009. Ma rimane uno spettacolo memorabile, quello dei massimi dirigenti della sinistra al governo che gettano benzina sul fuoco che li brucia. Il danno inferto alla coscienza dei romeni in Italia è stato grave. Ma perché allora la maggioranza dei romeni in Italia non se n’è andata? La risposta, osservano Harja e Melis, è semplice, e anche un po’ desolante: si sono costruiti una vita in Italia, lavorano, molti hanno una casa, i figli a scuola. Tornando indietro, dovrebbero ricominciare tutto da capo (p. 135). Insomma: sono di qui. Ma allora – e questa è una delle tesi forti del libro – occorre che facciano appello sempre di più, rispetto al passato, all’esercizio di quei diritti che costituiscono il contenuto sostanziale della cittadinanza: nel caso specifico, trattandosi di cittadini dell’Unione, il diritto di voto alle elezioni amministrative ed europee. Sono affascinanti le pagine dedicate all’associazionismo politico dei romeni in Italia, a realtà apparentemente di poca misura quantitativa, come il Partito Identità Romena (PIR) (partito, beninteso, composto sia da italiani sia da romeni, pp. 92 ss.): storie politiche imprevedibili, destinate, al di là delle sigle, a giocarsi su diverse sponde, attraversando i confini. Ma non è così, forse, che può nascere personale politico in grado di vedere davvero un’Europa comune? Qui sembra esserci la proposta di questo libro: lavorare, e puntare ancora, nonostante tutto, sulla forma e sul concetto della cittadinanza e sui suoi contenuti (quindi non sul solo essere corpi in uno spazio, come sembra implicito, ad esempio, nell’affascinante ragionamento di Nicholas De Genova basato sul motto: «¡Aquí Estamos, y No Nos Vamos!». Ed è vero che De Genova pensa ad includere anche la condizione di clandestinità, ma è anche vero che questa condizione è, per necessità, nel passato condiviso da molti attuali cittadini “comunitari”). In un quadro giuridico senz’altro nuovo, soprattutto quanto a criteri d’accesso, ma puntando sullo strumento giuridico della cittadinanza, anche, e forse soprattutto, a scapito delle costruzioni identitarie collettive: «se i romeni vorranno essere “nuovi cittadini”, italiani degli anni duemila, dovranno accettare d’essere un po’ meno romeni; così come gli italiani saranno, nella società multietnica che si annuncia, un po’ meno italiani» (p. 145). Forse è qui, che la vicenda della minoranza romena si fa più decisiva, e interroga la totalità degli abitanti, primi fra tutti i “vecchi” italiani, cioè, per intenderci, quelli che non hanno scelto di esserlo: non è forse arrivato anche per questi ultimi il momento di scegliere?

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