1 agosto 2010, Recensioni

Quello spettro non fa solo paura

di Angelo D’Orsi

«Uno spettro si aggira per l’Europa», esordiva il Manifesto di Marx ed Engels nel 1848: era, si sa, lo spettro del comunismo. Negli oltre 160 anni trascorsi, quello spettro si è fatto materia – partiti, istituzioni -, e, con il 1917, si fece Stato: la prima rivoluzione che nella storia dell’ umanità abbia innalzato le rosse bandiere, dopo il breve episodio della Comune di Parigi, represso nel sangue.

Il comunismo, partorito dalla mente geniale di Marx, è divenuto un movimento di massa, che ha toccato vertici di abnegazione in nome dei dannati della Terra, ma anche abissi di terrore, in una miscela difficilissima da separare, anche se si tratta di un’ operazione necessaria, dopo le frettolose liquidazioni del 1989, tra i fatti di Piazza Tien an Men (giugno) e il «crollo del Muro» (novembre).

In controtendenza, negli ultimi anni della sua esistenza operosa e pugnace, un valoroso storico, Luigi Cortesi, comunista dichiarato, aveva lavorato a una storia della Falce e Martello, che ha finito proprio poco prima di lasciarci: opera, per tanti versi datata nell’impianto, un po’ legato a una storiografia di qualche decennio or sono; eppure opera traboccante di passione, di idee, e animata dal tentativo di dimostrare che non è corretto buttar via il bambino con l’acqua sporca. Una storia che parte dal passaggio, grazie a Marx, dallo stadio utopistico a quello «scientifico», per usare una dicotomia canonizzata da Engels. Scorrono così, attraverso una larghissima messe di citazioni – un difetto che diventa un pregio, in quanto questo grosso tomo si presta ad essere usato anche come antologia -, momenti, vicende, personaggi, in un intreccio di ottime e pessime cose, di speranze palingenetiche e disillusioni epocali, di attese fiduciose e obiettivi mancati, o addirittura rovesciati rispetto a quelli preconizzati.

Il tragitto seguito dall’autore comincia con le Internazionali (nate come associazioni dei lavoratori che dovevano in qualche modo mostrare la giustezza della tesi marxiana della classe operaia come unica «classe generale», ossia la sola classe che dovunque ha gli stessi interessi e che difendendoli difende l’interesse sociale) e si concentra sul 1917, «la più grande rivoluzione della storia», e non solo in termini quantitativi, per l’estensione territoriale di «tutte le Russie», ma per il suo programma, il «più avanzato e più ambizioso», ossia di «un riassetto globale della convivenza umana».

Comincia di là, in particolare, il contrasto mortale tra comunismo e capitalismo, che nei decenni successivi si sarebbe infinite volte riproposto: «simul stabunt, simul cadent», chiosa l’autore, che si arresta a un nuovo «18 Brumaio», «il Termidoro sovietico», quando Stalin comincia a sbaragliare non solo Trockij e trockismo (verso cui peraltro l’autore non è tenero nei giudizi), ma l’intera classe dirigente della Rivoluzione; da essa, dai suoi princìpi e dai suoi sentimenti, lo stalinismo, anche per l’oggettiva abilità del nuovo capo del partito e dell’Unione, produsse un allontanamento «quasi inavvertito».

Cortesi si differenzia dalla condanna moralistica e pregiudiziale, e cerca di scavare a fondo, nelle ragioni politiche dell’ azione del leader sovietico, che fu attore, ma, altresì, fu a sua volta determinato da precise situazioni storiche. Qui, l’analisi si fa più difficoltosa, oscillante tra il tentativo di salvare la «patria del socialismo», e la durezza oggettiva dei fatti: quasi un discorso sospeso che lo storico affida al lettore, a testimonianza di buona fede e di impegno, di militanza e di scepsi critica.

Tutt’altro l’approccio dell’ opera collettiva coordinata dal direttore della Fondazione Micheletti di Brescia, Pier Paolo Poggio: L’età del comunismo societico, primo volume di un progetto ambizioso, «L’altro Novecento», una storia del «comunismo eretico» e del «pensiero critico». Ma partendo dall’idea di un’indagine nei meandri del comunismo (e delle sue eterodossie), si finisce per dar ragione a Cortesi, che ne parla come di un fenomeno sociale universale «che non può essere rinchiuso nelle mura del Cremlino».

Infatti la quarantina di collaboratori dell’opera si esercitano in una sorta di caccia all’ eresia comunista, censendo e raccontando le esperienze politiche e intellettuali di chi era comunista ma non viveva all’ ombra di Stalin, addirittura ne era perseguitato, o quanto meno si collocava su posizioni non staliniste (dalla Luxemburg fino a Gramsci, introdotto con molti distinguo); però, poi, tra gli «eretici» troviamo anticomunisti dichiarati (da Koestler a Orwell), o pentiti come Silone e Tasca.

Rientrano tutti tra gli eretici? E personaggi dell’anarchismo come Berneri possono essere annessi al catalogo? O il mite socialista libertario Andrea Caffi? Forse una categoria assai ampia, quella del comunismo eretico, che finisce per comprendere troppo, dai leninisti agli anticomunisti. Il che non toglie che l’opera sia utile per i tanti saggi pregiati, che non di rado gettano luce nuova su personaggi che – ha ragione Poggio – rischiano di «sprofondare nel nulla», sommersi dalle macerie del 1989.

(Articolo tratto da “Tuttolibri” de “La Stampa”, n. 1725 del 31 luglio 2010, p.IV-V)

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