14 settembre 2010, Recensioni

Quando vacilla il “sultanato”

di Marzio Breda

Come si fa a indebolire una democrazia, fino a cancellarla senza traumi e senza battaglie campali? Svuotando dall’ interno, e in maniera non troppo plateale, le istituzioni e strutture dello Stato, in primo luogo il Parlamento. Contestando poi le stesse basi della Costituzione come un mito da confutare e diroccando poco per volta l’ edificio di valori e regole che in quel testo sono sintetizzate. Alimentando un permanente «sballo» di conflitti con il sistema di contro-poteri costruito per bilanciare e controllare il potere di chi è al governo. E imponendo, attraverso un uso pervasivo della comunicazione di massa, una personalizzazione della lotta politica con continui e primordiali appelli al popolo, in grado di concentrare i consensi su un solo uomo e di reprimere il dissenso. Creando infine le condizioni per lavorare a tutto questo fra gli sbadigli di una società magari già intorpidita di suo, o indifferente per opportunismo e viltà. È ciò che accade con le versioni moderne, e in apparenza light, degli autoritarismi totalitari. Non più dittature «che si esibiscono come tali» e si presentano come «superamenti delle democrazie», ma «dittature camuffate», che smentiscono di esserlo e «fingono di essere democrazie, o quantomeno regimi in corso di democratizzazione». È ciò che accade, stando alle recriminazioni di molti, nel Paese di Silvio Berlusconi. Esiste una sterminata bibliografia di studi, concepiti per dimostrare che la sua presenza politica configura ormai, più che un’ anomalia, una sorta di dittatura in progress. Studi, in molti casi, di antipatizzanti professionali tra i quali non vanno allineati quelli di Giovanni Sartori, uno dei massimi politologi del nostro tempo. Un accademico (lo è stato a lungo in America, ma non solo) che scrive con chiarezza antiaccademica. Osservato con gli strumenti della scienza politica, il premier «non è un dittatore» in quanto «non viola la Costituzione» e non usa la violenza. Però si muove consapevolmente su un terreno ambiguo che può trasformare l’ Italia in una post-democrazia e farne – in prospettiva – una dittatura. Perché «le riforme costituzionali che caldeggia sono tutte intese a depotenziare e fagocitare i contro-poteri che lo incalzano» (ricordate? Si va dal Quirinale che controlla le sue leggi «fino alle virgole» alla Consulta che magari «le boccia», dalla magistratura che lo ha messo sotto processo al Parlamento che gli «lega le mani»). Insomma: mirando a una «Costituzione incostituzionale» – ossimoro eloquente – il magnate fattosi politico è tante cose insieme, ma soprattutto «un padrone autoritario». E Il sultanato (Laterza) è lo sferzante modo scelto da Sartori per battezzare l’ ibrida forma di dominio della quale Berlusconi sembra, per ora, accontentarsi. Immagine in cui echeggiano idee di «fasto e potere dispotico» che gli italiani conoscono, avendo già letto sul «Corriere» le analisi del politologo dalle quali la definizione è maturata e raccolte in un volume pubblicato un anno fa. Oggi ne esce un’ edizione aggiornata al 2009-2010. Biennio che pareva destinato a mettere a fuoco le gesta di un Cavaliere «trionfante e senza più pretesti per non governare sul serio e per portare avanti le riforme davvero necessarie e urgenti». E invece – contro ogni previsione – questo periodo riflette tracce di difficoltà crescenti, per il Sultano. Affannato a tenere insieme una maggioranza sotto scopa per gli scandali (l’ ultimo è quello della P3) e ferocemente disunita. Concentrato a varare leggi in grado di fargli scansare i tribunali. Sprofondato, si osserva in queste pagine, in «complessi di persecuzione e di paranoia che un premier dovrebbe semmai occultare e non certo esibire». Un Berlusconi, dunque, che «comincia a vacillare» mentre la crisi mette in torsione l’ intero sistema. Colpa sua, perché non ha calcolato gli effetti del proprio «sultaneggiare». Non è una coincidenza se affiorano i primi pesanti segni di rigetto davanti a un padrone che «nomina chi vuole ministri e ministre» (perché c’ è «un gradevole harem di belle donne, nel governo») e «che caccia chi vuole, come fosse personale di servizio». Ma colpa anche di un’ opposizione, più che confusa, allo sbando e alla quale Sartori non fa sconti (e non per nulla i giudizi sulla stagione di Prodi sono feroci). Colpa di un bipolarismo che non funziona. Di una Lega che pretende un federalismo del quale nessuno ha valutato i costi. Di leggi elettorali sgangherate e nocive. E di un Vaticano che accresce la propria influenza alla faccia della sbandieratissima laicità dello Stato. «Mi chiedo spesso», confessa Sartori, «se in futuro gli storici parleranno di Seconda Repubblica o di regime berlusconiano, di un interregno sultanale che non ha lasciato al Paese nulla di positivo, ma semmai soltanto un crescendo di sfascio». La domanda resta per il momento inevasa, ma la sua speranza è di poter continuare a scrivere su un Paese che «si rimette in piedi… e senza bisogno di sultani».

(articolo tratto da “Il corriere della sera” del 10 settembre 2010, p.53)

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