30 settembre 2008, In evidenza - Recensioni

Mi rivolto dunque siamo

di Giovanni Bianco

La casa editrice “Elèuthera” ha pubblicato, da poche settimane, gli scritti politici di Albert Camus (“Mi rivolto dunque siamo”), editi, tra gli anni cinquanta e sessanta, dalle “edition Gallimard” (la quarta ed ultima edizione è risalente al 1965).
Camus torna a scuoterci ed a sollecitarci.
Come osserva Vittorio Giacopini, nella breve e densa introduzione al libro, oggigiorno la sfida del teorico dell’ “assurdo” quale condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo, dello scrittore esistenzialista che “a volte sembrava combattere contro i mulini a vento o contro un’ombra”(p.9), “ritorna in primo piano con un’impellenza diversa e sconcertante”, perchè nell’età di “pensiero unico, globalizzazione, trionfo del capitalismo” “l’intera esperienza politica e sociale dell’occidente presuppone la rinuncia a qualsiasi immagine di trasformazione complessiva e un’adesione…agli schemi del presente e alle sue leggi”.
Che significa “rivoltarsi”? Significa “non volersi rassegnare a lasciar cadere l’istinto di una ribellione immaginifica”, “persino in un mondo tramortito dal conformismo”. Camus si dichiarava “nemico di ogni ideologia” ed “allergico a tutte le religioni”, pensava alla necessità di azioni collettive: “visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta”(p.10), che significa anzitutto impegno storicamente situato, che non si arrende all’individualismo, che cerca i “no” che “bisogna inventarsi” nel “secolo della paura” (“Nè vittime nè carnefici”, p.17).
Secolo quest’ultimo in cui “la maggior parte degli esseri umani (esclusi i credenti d’ogni sorta) sono privi di futuro. Senza una proiezione sul futuro, senza una promessa di maturazione e progresso, non esiste una vita che abbia valore”.

Camus, MI RIVOLTO DUNQUE SIAMO (Elèuthera, 2008)

Camus, Mi rivolto dunque siamo (Elèuthera, 2008)

Le pagine camusiane cercano, di conseguenza, una rivolta per riscoprire “l’eterna fiducia nell’uomo”, per parlare “il linguaggio dell’umanità” (p.18).
Si tratta, perciò, di un umanesimo laico e critico, che dubita “che in Russia si sia realizzato il socialismo e in America il liberalismo”, che guarda anzitutto ” a quella gran massa di esseri umani che non sono di nessun partito o si trovano a disagio in quelli che si sono scelti”; che non esita a parlare di “socialismo mistificato”(p.22) e di “rivoluzione camuffata”(p.25), così suggerendo ai socialisti francesi la strada dell’ “utopia relativa”, dell’assoluta prevalenza dei “fini rispetto ai mezzi”, dell’accettazione del marxismo come “aspetto critico” e non come “filosofia assoluta”(p.25).
Questo fine ed argomentato discorso guarda con occhio presago ai temi della democrazia e della dittatura in una dimensione internazionale, coglie l’ineluttabile avvento di un mondo e di un’economia globale che travolgono i vetusti confini spaziali nazionali. Si legge al riguardo che “il nuovo ordine che cerchiamo non può essere solo nazionale e neppure continentale…”, “la velocità della storia e del mondo non fa che aumentare”; “quest’ordine universale è l’unico problema del momento, quello che travalica tutte le discussioni sulla costituzione o la legge elettorale”, perchè occorre attuare “questa rivoluzione internazionale in cui le risorse umane, le materie prime, i mercati commerciali e le ricchezze spirituali” possono essere “meglio distribuite” (p.29).

Il problema dell’organizzazione del mondo è affrontato da Camus in termini lucidi ed attuali: è una questione di pace e di superamento della paura e del terrore, in un’ottica di adeguamento delle singole costituzioni nazionali ad “un ordine internazionale fondato sulla giustizia e sul dialogo”(p.35).
La non piena gestibilità della sfera economica e di quella politica nel solo ambito nazionale impone “un nuovo contratto sociale”, al fine di valorizzare la cooperazione tra gli Stati ed i popoli, per produrre “riforme strutturali durature”(p.34).

La riflessione di Albert Camus si sofferma, poi, con forte preoccupazione, sulle gravi lacerazioni che solcano la vecchia Europa.
Cosicchè il tema della Spagna e della dittatura franchista è, ad esempio, ricorrente: in “La Spagna nel cuore”, articolo del 1946(p.41ss.), è scritto che “la guerra civile spagnola è stata prima di tutto la ribellione di un generale contro le istituzioni democratiche che un popolo si era dato liberamente”(p.42). E si nota con tono dolente che “riguardo alla Spagna…la nostra indignazione sarebbe meno forte se non avessimo un peso sulla coscienza”(p.43), che “l’Europa, il mondo, per quello che adesso bisogna inventare per loro, non possono ignorare ancora a lungo la Spagna”.
Quest’ultima è concepita come “un dramma sulla tirannia totalitaria”(v. “Contro il totalitarismo”, p.47), quale un luogo funestato da un autocrate in un mondo che “ripugna” e che impone solidarietà “con le persone che vi soffrono”(p.53).

Nel mondo contemporaneo si impone, altresì, in modo forte, il tema della guerra e della pace.
Quest’ultima è avvertita quale un valore assoluto, la scelta pacifista è necessaria, in un globo in cui essa è intesa in termini di basso profilo, opportunistici e meramente politici: “la sola pace concepibile è, per gli uni, la pace americana e, per gli altri, la pace sovietica”.
Il rischio di una terza guerra mondiale è visto come incombente: “l’insieme delle devastazioni e delle sofferenze che si abbatterebbero in questo caso sul mondo intero renderebbero incerto qualsiasi avvenire storico”(p.57), “non darei tanto valore alla libertà o al socialismo in un mondo dissanguato dove lo stesso dolore resterebbe senza voce”.
Dinanzi a siffatto pericolo si cerca una via d’uscita, pure confidando nel ruolo dell’Europa, continente nel quale si potrebbe realizzare “un compromesso più flessibile” tra due “concetti contraddittori”, “la libertà e la giustizia sociale”(p.56).

L’epoca vissuta dal grande intellettuale esistenzialista è definita “reazionaria”, perchè “la limitazione delle libertà e la guerra significa essere reazionari nel senso più oggettivo e meno rassicurante del termine”, “e la ragione per cui oggi viviamo universalmente dentro una storia reazionaria è proprio perchè i rivoluzionari contemporanei hanno accettato un linguaggio del genere”(v. “I tempi della rivoluzione e il tempo della rivolta”, p.58ss.); “per un periodo ancora indeterminato la storia verrà fatta dalla potenza delle polizie e dalla potenza del denaro, contro l’interesse dei popoli e la verità dell’uomo”.
Ma nel “tempo della rivolta” occorre opporsi alle “tirannie reazionarie” e criticare le “tirannie progressiste”, perchè esse sono “sempre provvisorie”; ed è compito degli intellettuali affermare che “la giustizia non funziona senza il diritto e non c’è il diritto senza la libera espressione di questo diritto”.
Siffatto pensiero ritorna nello scritto su “I moti operai di Berlino est”(p.95), del 1953, in cui si sostiene che “la giustizia non può essere separata dalla libertà”, e si prendono le distanze da quella stampa di sinistra che con “felice disinvoltura” ha “neutralizzato…la tragedia di Berlino”(p.97), così ritenendo che la dittatura non può sottrarsi “al giudizio dell’opinione pubblica”.

Il tormentato viaggio di Albert Camus nel ventesimo secolo è, in definitiva, uno stimolo per chi, dall’area progressista, si batte oggigiorno contro le nuove forme di autoritarismo e le degenerazioni della democrazia.
Non è casuale che la sua acuta riflessione ritorni spesso, come suaccennato, sul franchismo, inteso quale un prototipo di “dittatura reazionaria”. Si denuncia con appassionata sincerità il “linguaggio del realismo” (v.”19 luglio 1936: il dovere della libertà”, p.101), nel nome del “duro dovere della libertà”; si menziona la “tragedia della Spagna repubblicana”, “che si è vista imporre la guerra civile e l’intervento straniero da capi militari ribelli”, e che è sconfitta,anche perchè “si giustifica Franco solo per assicurare la difesa per l’occidente”(p.102).

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