17 agosto 2010, Recensioni

La fortuna di chiamarsi Beniamino

di Ernesto Ferrero

Ha ragione Franco Marcoaldi, che in Nautilus ha affettuosamente scelto e assemblato una cinquantina di pezzi giornalistici di Beniamino Placido su la Repubblica lungo l’arco di trent’anni, grosso modo dal 1978 al 2007: più che articoli sono scherzi o divertimenti musicali, un modo di porgere pensieri originali, profondi o addirittura gravi nel segno del gioco, in cui vari elementi anche molto diversi tra loro si compongono in misurata eleganza, fino a rivelare una figura unitaria.

Gentiluomo del Sud a vocazione cosmopolita, Beniamino ha inventato un tono e uno stile di discorso intriso di humour e garbo settecentesco, senza mai cadere nel birignao. Ha letto tutti i libri e sa spremere da arcigni studi specialistici, pubblicati da University Press note a lui solo, gli elementi che ci consentono di «leggere» meglio certi classici o la fenomenologia baracconesca del nostro presente.

«La cultura come avventura», recita il sottotitolo del libro. Ma sia chiaro, è un’avventura minuziosamente organizzata, curata in ogni dettaglio. Beniamino è un capo spedizione che pensa a tutto, con la geometrica eleganza del ragno. Costruisce sapientemente una rete fittissima di connessioni e rimandi tra autori, generi, epoche, linguaggi, etimologie, in cui la prima pagina della Genesi finisce per saldarsi con il titolo originale del Giovane Holden, Marco Aurelio compare a sorpresa come una delle fonti di Cechov, i movimenti dei personaggi di Fitzgerald sono quelli dell’Ariosto; ma senza mai sopraffare il lettore o, peggio, annoiarlo.

Crea un vero e proprio sistema di sinapsi culturali, mai asseverative, sempre pronte a vagliare nuove ipotesi, a trasformare il dubbio in aperture imprevedibili, a suggerire amabilmente nuove letture. Per usare una metafora calcistica che spero calzi a chi ha scritto un bellissimo ricordo di quello scrittore folenghiano e ruzantiano che era il Giuàn Brera, Beniamino è uomo di assist tanto precisi quanto generosi. Quando si farà la storia (non certo esaltante) dell’informazione culturale in Italia, sia cartacea che televisiva, vi apparirà come uno dei fondatori, un pioniere la cui amabile lezione attende di essere sviluppata ancora oggi.

Sono proprio i momenti iniziali, aurorali, i piccoli dettagli rivelatori (magari nascosti nel dialogo di un vecchio film) quelli che lo appassionano: l’emozionante scoperta di Kafka nel primo dopoguerra, i segni inequivocabili della modernità ritrovati nel vertiginoso Agostino, La Tempesta shakespeariana che si configura come primo titolo della futura letteratura americana.

In sua compagnia, ci ritroviamo ad riconsiderare da nuove, suggestive angolature le domande di sempre: perché Dio permette il male (il caso di Giobbe, partendo da un dramma giovanile di Karol Wojtyla), che cos’è la verità, la bellezza, la letteratura, la poesia. Ma anche quando impugna la frusta (come per l’abuso del concetto calviniano di leggerezza, applicato a persone o testi che non hanno ali per volare, ma semplicemente pesano poco) non ha mai la saccenteria pedantesca dello specialismo accademico, che resta anzi uno dei suoi bersagli preferiti.

E quanto al mestiere del critico, quanta civile saggezza nelle «confessioni» di un articolo del 1990. Tutto quello che piace al grande pubblico è davvero da liquidare come spazzatura? E come spiegare allora l’inesauribile complessità e accessibilità di autori come Shakespeare, Dickens, Balzac, Dostoevskij? Una volta eravamo convinti che la letteratura di massa fosse troppo facile e consolante, mentre la cultura d’élite diceva verità sgradevoli che solo gli spiriti forti erano in grado di affrontare. Adesso cominciamo a sospettare il contrario: forse la letteratura d’élite ha poco da dire, le verità profonde e sgradevoli possono stare anche nascoste nei miti di massa, come quello inaffondabile dei vampiri, da Bram Stoker a Stephen King.

Beniamino ci ha lasciato all’inizio di quest’anno, dopo una lunga malattia crudele, ma questo libro ce lo fa sentire vicino e maestro, anche nell’arte di sopportare i colpi dell’avverso destino. Come ricorda Marcoaldi, Beniamino ha messo in pratica la definizione hemingueiana dello stile e del coraggio: «Grazia sotto pressione». Anche per questo lo ricordiamo con affetto, ammirazione e gratitudine.

(Articolo tratto da “Tuttolibri” de “La Stampa”, n.1727 del 14 agosto 2010,p.III)

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