20 agosto 2010, Recensioni

L’Italia e gli italiani: dilemmi antichi di un Paese debole

di Dino Messina

Il 17 marzo 2011 avvenne il miracolo dello Stellone, tutti uniti a celebrare i centocinquant’ anni dell’ Unità d’ Italia: laici, cattolici, di destra, di sinistra, governo, regioni, province, comuni. Ci fu una corsa impensata alla solidarietà: i Volontari dell’ integrazione, organizzati dalla Lega Nord, donarono agli immigrati clandestini permessi di soggiorno gratuiti a tempo indeterminato… Smessi per un momento i panni dello storico, Emilio Gentile, uno dei nostri maggiori studiosi del fascismo, immagina più o meno così il lieto fine delle prossime controverse celebrazioni unitarie, descritto da uno storico del 3011, nelle pagine conclusive del suo nuovo pamphlet, Né stato né nazione, edito da Laterza (pagine 116, 9). Poche righe di beneaugurante fantastoria e una forte dose di ironia a conclusione di una puntuale e brillante carrellata che si inizia con la famosa citazione di Massimo D’ Azeglio. Però la citazione giusta, perché lo scrittore e marchese di Torino mai scrisse «fatta l’ Italia bisogna fare gli italiani», ma qualcosa di molto somigliante: «Pensano a riformare l’ Italia, e nessuno s’ accorge che per riuscirvi, bisogna prima che si riformino loro». Siamo intorno al 1866 e già cominciano i primi corrosivi dubbi su amor patrio, senso di cittadinanza, sentimento nazionale. Le due tappe fondamentali nell’ analisi condotta da Gentile sono il primo e il secondo giubileo della nazione unita: 1911 e 1961. Nell’ Italia liberale d’ inizio Novecento, dove le ragioni d’ ottimismo potrebbero essere tante, a cominciare dalla stabilità politica garantita da Giovanni Giolitti, nel discorso pubblico i motivi di disunità sopravanzano di gran lunga quelli unitari: i cattolici vedono ancora lo Stato come un nemico, i socialisti sono contro il sistema classista, i repubblicani detestano la monarchia. Il disagio diffuso è rappresentato da personaggi come Giuseppe Prezzolini, che nel 1910 sulla «Voce», nell’ articolo «Che fare?», se la prende con l’ insipienza della classe dirigente, o da Giovanni Amendola, che dipinge un’ Italia composta «per nove decimi da una buona greggia (i governati)… e per un decimo da un miscuglio nauseante di inetti, di scettici e di faccendieri senza fede e senza coscienza (i governanti)». Nel secondo giubileo del 1961, se le celebrazioni si aprono con la benedizione del Papa, soddisfatto che l’ Italia sia guidata dalla Dc, le proteste contro la «governativa manipolazione della storia» sono molteplici, dai comunisti ai radicali, ai neofascisti, anche se il clima delle celebrazioni è tutto sommato di ottimismo e fiducia. E oggi? Al di là dell’ augurio fantastorico con cui conclude il volume, Gentile nota che non si era mai visto al governo un partito per cui l’ unità è un disvalore. Fatto politico, che assieme alla mancanza di virtù civili, rende più difficile l’ attuazione dell’ auspicio di Ernest Renan, secondo cui la nazione è un plebiscito di tutti i giorni.

(Articolo tratto dal “Corriere della sera”, 15 agosto 2010,pag.42)

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