15 settembre 2010, Recensioni

Imbroglio liberista e modello renano

di Dario Di Vico

Margaret Thatcher diceva: «There is No Alternative». Edmondo Berselli replica che un’ alternativa al liberismo ci deve essere e comunque va cercata. E per aiutarci ci ha lasciato un pamphlet che esce postumo da Einaudi con il titolo “L’ economia giusta” (pagine 100, 10; in libreria dal 14). Proprio di questi tempi stiamo discutendo della straordinaria vitalità del modello tedesco e le menti più lucide si interrogano se in fondo non sia quello il destino del nostro sistema economico, copiare la Germania che alla fin fine con il Belpaese ha molte somiglianze e può fungere da esempio di virtù. Edmondo evidentemente sapeva che saremmo arrivati a questo punto e scrive che «il modello renano, dato per esaurito, può essere ancora un’ alternativa». Cosa è preferibile, aggiunge, un’ economia che procede a colpi di choc o una politica che gestisce stratificazioni sociali compatibili? «In questo senso la Germania ha un ruolo di leadership, economica ma anche, se si può usare il termine, filosofica». Attenzione però, faremmo un torto a Berselli nell’ analizzare il libro che ci ha regalato solamente sul versante della germanofilia. La sua è una ricerca più ampia, che con approccio ibrido («inconfondibile» annota l’ amico Ilvo Diamanti) usa nozioni di economia e di sociologia, concetti filosofici ed esperienze storiche. Il punto di partenza è la critica feroce di quello che chiama «l’ imbroglio liberista», il punto d’ arrivo è l’ amara considerazione che dovremo comunque adattarci «ad avere meno risorse, meno soldi in tasca, essere più poveri». Ma non per questo gli intellettuali devono disarmare, tutt’ altro. La riflessione attorno all’ economia giusta va tenuta in alta considerazione, è utile. In passato le crisi economiche erano state le migliori alleate delle sinistra, questa volta i partiti di destra sono riusciti a tenere le mani sul potere e il consenso, nonostante avessero largamente contribuito a creare la crisi stessa e tutto ciò è avvenuto perché «le forze neo-conservatrici si sono fatte imprenditrici della paura». Inserendo in un solo contenitore ideologico la sicurezza delle città, l’ immigrazione clandestina e l’ altezza dei minareti. Al contrario in quasi tutta Europa la sinistra, anche dove governa, appare a Berselli al tramonto, senza idee praticabili, né riscatto possibile. Nella foschia della tarda modernità si intravedono vecchie cattedrali del pensiero progressista come la socialdemocrazia classica e il blairismo, ma niente che sia veramente in sintonia con lo spirito del tempo. Occorrerebbero, ci dice Edmondo, le costruzioni culturali di un Weber o di un Keynes, architetti irripetibili della modernità. Vero è che lo stesso Weber a suo tempo aveva ammonito ironicamente (e bersellianamente, aggiungerei) «chi vuole delle visioni vada al cinematografo», ma a lui si devono straordinarie intuizioni, dall’ anonimato delle grandi organizzazioni all’ etica protestante come condivisione di valori che favorisce transazioni e affari. Di fronte alla globalizzazione ci sarebbe bisogno di sintesi analoghe, «mentre c’ è la sensazione che le idee siano troppo piccole e parziali per investire e controllare il tutto che ci domina». Una citazione della Caritas in veritate che scandisce «Ubi societas, ibi ius», dove c’ è un’ organizzazione sociale ecco un sistema giuridico, serve a Berselli per «linkare» in maniera intellettualmente intrigante il corpo teorico dell’ economia sociale di mercato, versione Ludwig Erhard, con l’ enciclica sociale di Joseph Ratzinger. Per la concezione della persona e soprattutto per l’ affermazione che, senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Un link, quello di Edmondo, che deve essere piaciuto molto all’ editore, al punto da correre il rischio di amplificarlo per scrivere nel sommario di copertina, sotto il titolo del libro, «Una via cristiana per uscire dalla grande crisi”.

(articolo tratto da “Il corriere della sera” del 10 settembre 2010, p.53)

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