7 febbraio 2010, Recensioni

Il sultanato

di Giovanni Bianco

Giovanni Sartori, uno dei massimi studiosi della politica del nostro tempo, ha raccolto in un nuovo volume (il quinto) i suoi editoriali editi sul “Corriere della sera” tra il 2006 ed il 2008 (“Il sultanato”, laterza, 2009).
Il tema fondamentale dell’opera è, come l’insigne studioso chiarisce nella prefazione all’opera, l’involuzione del sistema pluralistico italiano e la reale consistenza delle “intenzioni dittatoriali” del Cavaliere.
Al riguardo l’autore è cauto: il sostantivo “”dittatura” non deve essere usato a vanvera. Proprio e anche perchè le vere dittature sono, quando davvero ci sono, regimi orrendi, il termine va utilizzato con cognizione di causa”(p.V).
Tuttavia, si cerca di mettere a fuoco la fisionomia autoritaria della maggioranza al governo,giungendo a conclusioni preoccupate e fortemente critiche.

Sartori intende riferirsi al concetto di contemporaneo di dittatura, a quello che si è affermato nel ventesimo secolo, alla “dittatura sovrana”, per riprendere il lessico schmittiano (v.C.Schmitt,Die Diktatur, Berlin,1921), e non alla nozione romana, di “dittatura commissaria”(v. C.Schmitt, op.cit., pp.2-3 e cap.I,IV), straordinaria e transitoria, istituita e disciplinata de iure, “costituzionale” (Watkins).
I regimi dittatoriali che si richiamano sono quelli “degli anni venti-quaranta” che “si gloriavano di essere tali”, che “abbattevano una democrazia spregevole, una plutocrazia corrotta e un governo imbelle, incapace di assicurare l’ordine e di contrastare il caos rivoluzionario dei “rossi”"(p.VI).
Il riferimento è, dunque, anzitutto ai regimi reazionari che nell’Europa della prima metà del novecento si sono opposti in maniera radicale alla liberaldemocrazia ed al parlamentarismo.
Cioè a quelle forme di Stato e di governo definibili “a contrario” quali “governi non democratici”, “governi non costituzionali” e “governi di forza, o di violenza”(G.Sartori, Dittatura, in “Elementi di teoria politica,Bologna, 1987,51 sgg.,65).
Regimi nei quali la dittatura coincise, come anche poi in taluni Stati c.d. “socialisti”, con il “potere concentrato in una sola persona”, “la dittatura è del dittatore”, ed “i casi estremi di dittatori onnipervasivi sono esemplificati da Stalin, Hitler, Mao, Pol Pot”.
Pur dovendosi pure citare anche il succinto richiamo alle “dittature collegiali”, oligarchie, e questa fu la formula adottata nell’URSS dopo la morte di Stalin.

Giovanni Sartori, Il sultanato (Laterza, 2009)

Giovanni Sartori, Il sultanato (Laterza, 2009)

Se tale è la “sostanza delle dittature”, Sartori rileva che “la strategia della loro creazione è cambiata. Prima il dittatore abrogava senza infingimenti la Costituzione preesistente…Oggi, invece, il dittatore si infiltra gradualmente e senza troppo parere nelle istituzioni democratiche e le svuota dall’interno”(p.VII).
E l’autore nota che “una prima incarnazione di questa strategia” furono le “democrazie popolari” dell’Est Europa.
Siffatta strategia costituisce la direttrice entro cui si dipana l’attuale “conquista dittatoriale delle democrazie” che “è graduale e molto più raffinata. E’una strategia che sviluppa “Costituzioni incostituzionali” e cioè che ne elimina senza dare nell’occhio le strutture garantistiche” (p.VIII).
Di conseguenza, se da un lato si osserva che oggigiorno le nostre democrazie, pur essendo “di nuovo in perdita di credibilità”, “reggono anche perchè il principio indiscusso di legittimità del nostro tempo è (teocrazia a parte), che il potere viene dal basso, che si deve fondare sul consenso e sulla libera espressione della volontà popolare. Il che rende le dittature regimi “cattivi”, regimi illegittimi”(p.VI); dall’altro si afferma che la sopravvivenza dei sistemi democratici non impedisce il loro lento tramonto attraverso lo svuotamento di contenuto delle Costituzioni, la loro riduzione a “qualsiasi forma, qualsiasi struttura, che ogni Stato si dà”, senza che restino effettivamente vitali e funzionanti “i poteri controbilancianti che si limitano e controllano a vicenda”, il sistema di “freni e contrappesi” che, come l’illustre politologo ricorda, è la “ratio essendi” del costituzionalismo.
Parlare attualmente di sistemi di potere dittatoriali significa riferirsi a “Stati caratterizzati…da Costituzioni incostituzionali, Stati in cui la forma (Costituzione) consente e autorizza un esercizio concentrato e incontrollato del potere politico.”(p.VIII).
I regimi “a-” o “antidemocratici” sono tali, dunque, nella “sostanza”, e vi è una netta scissione sia tra quest’ultima e la “forma regiminis”, sia tra essa e la “forma imperii”.

Alla luce di tali elementi il Cavaliere è un dittatore? Formalmente non lo è, “non viola la Costituzione”.
Tuttavia, attualmente “nessuno si dichiara più dittatore” pur essendolo.
E nel caso italiano il sistema pluralistico può trasformarsi in una forma di Stato autoritaria, ad esempio se la maggioranza politica realizza “riforme costituzionali” “tutte intese a depotenziare e fagocitare i contro-poteri” che sono un intralcio per un esercizio accentrato del potere.
Peraltro, secondo l’autore il Cavaliere, più che essere un “autocrate in pectore”, “vuole fare quello che vuole”, si atteggia a “padrone autoritario”, pur concedendo a Bossi quello che vuole ed a Fini qualche contentino.
E si avvale di una corte, di un “partito cartaceo”, di “ministri del partito di sua proprietà”, di “un gradevole harem di belle donne”: insomma, ricorda i despoti orientali, i sultani.

Se a siffatti e fondati rilievi si aggiunge la disamina lucida e persuasiva sul conflitto d’interessi, compiuta nell’appendice al libro (p.149sgg.), si profila, senza dubbio, uno scenario fosco, che di pluralistico ha davvero poco.
Si richiamano, peraltro, gli argomenti pseudo-costituzionali utilizzati da giuristi ed esponenti di Fi (ora del Pdl)per giustificare l’enorme patrimonio del Cavaliere, la sua intoccabilità e l’eleggibilità di quest’ultimo a cariche di governo. Tra di essi giova menzionarne alcuni, davvero labili e sprovvisti di qualsiasi fondamento costituzionale: cioè ad esempio, quello secondo cui costituisce “una presunta violazione della Costituzione” “toccare il patrimonio di Berlusconi”, perchè significa “violare il principio della proprietà privata”, ed un altro che ritiene “che obbligare Berlusconi a vendere Mediaset e dintorni equivale a un esproprio”(p.155-156).
D’altro canto, è mancata una precisa volontà politica, anche da parte del centro-sinistra, di risolvere efficacemente il conflitto d’interessi, cioè “l’incompatibilità tra gli interessi privati ” del Cavaliere ed “i suoi doveri e poteri pubblici”, anche attraverso la “dismissione dei beni conflittuali” ed il ridimensionamento di una potenza economica che domina il sistema radiotelevisivo, l’editoria e la stampa.
Orbene, il cerchio di siffatti rilievi, sempre puntuali, si chiude con affermazioni pessimistiche e allarmanti: “l’Italia è oramai una democrazia in bilico, insidiata (strutturalmente, e quindi costitutivamente) dall’eccesso e dall’abuso di potere. Perchè il regime berlusconiano sta violando di fatto, ed addirittura violerà al coperto del diritto (con la legge Frattini), tutti i principi fondamentali dello Stato di diritto…”(p.163).

Sul tema sono da richiamare alcuni pensieri di Zagrebelsky, contenuti in una sua relazione, che analizza il libro in considerazione e quello, già segnalato, di Salvadori, cioè in “La finzione democratica. Quando comandano le oligarchie” (in “La Repubblica” del 19 giugno 2009, p.49).
In particolare, l’idea di “erosione della Costituzione come garanzia” e quella di legge che “non serve contro le prepotenze, ma diventa essa stessa prepotenza”.
Pensieri più che mai attuali, se si pone l’accento su recenti leggi varate dall’esecutivo e su disegni di legge in antitesi con la democrazia pluralista e pure con il concetto di “società aperta”, che in taluni casi costituiscono una grave alterazione dello stesso principio della divisione dei poteri: ci si riferisce, cioè e ad esempio, al “pacchetto sicurezza”, al “lodo Alfano”, alla nuova legge sulle intercettazioni, che menoma gravemente i poteri della magistratura ecc.
A ciò si aggiunga la “forza demagogica” dello stesso Cavaliere, che “non ha rivali nel sapersi indirizzare al (suo) popolo e a interpretare le pulsioni elementari con argomenti e atteggiamenti esemplari, ideonei a metterlo in movimento al suo seguito”; “che dispone di strumenti persuasivi che nessuno può neanche lontanamente sognarsi”.
Tutti fattori che vanno nella direzione indicata da Sartori, che delineano una forma di Stato e di governo democratica in crisi, non stabile, che ci consente di parlare di “degrado delle istituzioni”.

Peraltro, e da ultimo,se le “macrodemocrazie” rappresentative e partecipative contemporanee devono garantire che nessuno, nella sostanza, “sia tiranneggiato”, come scriveva lo stesso autore in un altro suo contributo (v. “Democrazia”, in “Elementi di teoria politica”, cit.,29sgg., 49-50), pure per “l’esistenza di un governo responsabile, sia nel senso di un governo che riceve le domande dei governati, quanto nel senso di un governo che rende conto del suo operato” (e ciò è uno dei tratti tipici del c.d. “governo per il popolo”), gli elementi suindicati configurano, viceversa, un dominio della maggioranza che diventa sempre più arbitrario e senza limiti.

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