4 settembre 2010, Recensioni

Con Moby Dick nell’oceano cuore

di Enzo Bianchi

Non è solo la Bibbia che va tenuta a mente – come saggiamente consigliava Cesare Pavese – per scoprire, in quel “curioso romanzo d’avventure” che pare essere “Moby Dick” di Melville, “un vero e proprio poema sacro cui non sono mancati nè la terra nè il cielo a por mano”, come lo definisce Pavese stesso. Sono molti i registri umani che consentono di cogliere tra le onde del mare aperto e le angosce della caccia alla balena bianca una riflessione sull’ossessione del male e sulla strenua battaglia dell’uomo per trovare senso e direzione alla propria vita, anche e soprattutto a partire dalle sconfitte. E’ quanto fa in modo mirabile Barbara Spinelli nel suo “Moby Dick o l’ossessione del male” (Morcelliana, pp.128, euro 10), che riprende il ciclo di trasmissioni radiofoniche curato da Gabriella Caramore per “Uomini e profeti” di Radio Tre.

In realtà la sempre acuta opinionista de “La Stampa”, intervistata dalla conduttrice, non si limita ad aprire squarci di comprensione su questo classico della letteratura del Novecento, ma allarga l’orizzonte sull’intera opera di Melville, sulla sua comprensione della malinconia, sul rapporto tra legge e giustizia, tra necessità e libertà, sull’accettazione della sconfitta, sul ruolo della profezia nella lettura della storia.

“La lettura – afferma la Spinelli – è un modo di riscrivere dentro di sè quello che si legge”. E proprio opera di riscrittura appaiono queste pagine che svavano nel profondo non tanto degli oceani quanto del vasto mare del cuore umano. “Io guardo nel profondo e credo”, esclama Starbuck, il secondo del capitano Achab, che nel romanzo rappresenta “il legame con la realtà, con i sentimenti umani, con la simpatia, con il rimorso”. Restare saldi anche nell’oscurità profonda è insegnamento che significativamente ritroviamo in uno dei più grandi spirituali del XX secolo, il monaco Silvano del Monte Athos, che aveva l’inaudito coraggio di scrivere, per se stesso innanzitutto:”Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare!”.

Questa saldezza fiduciosa, questa speranza contro ogni speranza, ci porta anche a interrogarci sul nostro rapporto con la realtà, perchè, come osserva Barbara Spinelli, “il bene che non si cura del reale (che è incurioso) finisce per produrre cecità e ostinazione”. Del resto “l’unica cosa da temere è che la tensione verso il vero si spezzi, che la rassegnazione o il risentimento prevalgono”. Tensione che resta viva e feconda “solo in presenza della varietà e di una libera scelta”.

Si, la quotidianità, libera scelta dell’essere umano – che tende verso il vero e che, in questa ricerca, accetta anche la sfida del relativo come “modo per irrobustire le idee cui più intensamente tiene” – è l’unica capace di aprire nuovi orizzonti di speranza. Senza dimenticare che l’orizzonte è visione sublime per chi lo contempla da riva nella quiete di un’alba o di un tramonto ma, è la densa lezione di Melville, “si stende intorno disperatamente” per il naufrago che vede allontanarsi ogni segno di salvezza. Davvero, “narrare e scrivere sono modi non tanto per liberarsi dalla malinconia, quanto per renderla feconda e, se mai possibile, uscirne dall’alto”.

(recensione tratta da “Tuttolibri” de “La Stampa”, n.1730, del 4 settembre 2010, p.VII)

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