24 febbraio 2010, Recensioni

Annus horribilis

di Carlo Bersani

Una scrittura senza sorprese fa un libro senza sorprese. E’ questo che viene in mente leggendo l’ultimo lavoro di Giorgio Bocca edito da Feltrinelli (Annus horribilis, 158 pp.). Del resto è un vecchio problema del giornalismo italiano: salvo rarissime eccezioni, non brilla né per rigore analitico, né per spirito della complessità (e visto che la vita è sempre complessa, cioè ricca, chissà che non sia anche per questo che agli Italiani i giornali non piacciono). Non che Annus horribilis sia scritto male, tutt’altro: la pagina scivola bene e velocemente, l’asprezza di chi conosce la condizione del reduce, e forse si sente tale, ha non poco di nobile. L’indignazione è reale: più che condivisibile, contagiosa.

Inoltre, dei temi che Bocca mette sul tappeto non ce n’è uno che non sia fondamentale. Tento un catalogo, necessariamente incompleto: l’inclinazione al trasformismo (ad esempio, di Fini, pp. 6-7); la centralità del fascismo nella storia d’Italia (“perché il fascismo è una tentazione perenne degli italiani, come una traccia di sottofondo …?”, p. 11, o p. 67; o quel fascismo che “tranquilli amici, un po’ è già tornato”, p. 15); il destino minoritario dell’ “intransigenza che fu di Giustizia e Libertà” (p. 7); la sedimentazione della “vecchia propaganda anticomunista (…) nelle menti e nei cuori di molti italiani”, al punto di generare una “paura fobica” (pp. 20-21); i nuovi razzismi e la fortuna del motto “difendi i tuoi simili e distruggi il resto” (p. 18); l’assalto berlusconiano all’informazione e all’editoria (pp. 27 ss.); il “populismo” (pp. 59 ss. ) e il liberalsocialismo (“noi liberalsocialisti eravamo per …”, p. 57); la Costituzione (ibidem, ma un po’ dovunque nel testo); l’attuale e incomprensibile inclinazione di alcune persone ad applaudire ai funerali (p. 112); la recente intensificazione del ricorso alle armi da taglio, specie, a quanto ho capito, nell’area metropolitana di Roma (p. 122); gli operai diventati “padroncini” e le contrattazioni extrasindacali (p. 135); la “costruzione della democrazia autoritaria” (p. 138); la singolare storia di un “bravo calciatore” che “crede di poter essere un fascista non razzista” (p. 140); la scomparsa delle classi, la minoranza di “ricchi sempre più ricchi” e la “poltiglia” sociale (p. 62). Eccetera.

Non è poco. Ma non è detto che basti (e, beninteso, non è certo una questione di numero di pagine). Colpisce, del resto, questo tornare sulla presunta “poltiglia” indifferenziata a cui si sarebbe ridotta la composizione sociale del paese (diretta, però, da un ceto ereditariamente e irraggiungibilmente ricco). Mi ricorda Il contagio di Walter Siti, romanzo di un paio d’anni fa, diventato una sorta di caso letterario per la limpidezza con cui liquidava gli abitanti di certa periferia capitolina: infettati e, soprattutto, a loro volta portatori di un’infezione che, alla fin fine, si potrebbe anche solo chiamare caos.

Peccato che, proprio mentre leggevo Il contagio, io mi trovassi a frequentare quelle “borgate” come insegnante, quindi a conoscerle abbastanza bene. E gente come quella descritta nel libro non l’ho incontrata mai. In compenso, la maggior parte di quelli che incontravo avevano facce, storie e abitudini di cui, nell’impietoso e realistico libro di Siti, non c’era traccia.

Ovviamente, questo non significa che i personaggi di Siti non abbiano la loro verità. Significa solo che formano una parte del quadro, senza rappresentarlo. Se si pretende che rappresentino altro da loro stessi, allora si, diventano una menzogna, e questa menzogna si chiama: semplificazione. Quelli e quelle che nel libro di Siti non c’erano, non erano necessariamente migliori dei suoi picareschi cocainomani (parecchi si, però). Semplicemente, somigliavano a quei personaggi tanto quanto i marziani. Magari portavano altre malattie: ma di sicuro il quadro non era così ripetitivo, monotono e, alla fine, prevedibile quanto la ricostruzione fornita ne Il contagio.

Un po’ come la storia della “mutazione antropologica” di Pasolini, quando viene intesa come frutto della cosiddetta “omologazione”: come si fa a lamentarsi dell’omogeneità e, allo stesso tempo, del fatto che in giro si vedono i mutanti?

Insomma: capisco la stanchezza, ma non bisogna cedere al torpore. Bisogna guardare, studiare, con curiosità e pazienza. Non si tratta di ottimismo. Al contrario: si tratta di scartare le confortevoli soluzioni dell’accidia.

Bocca, al quale dobbiamo molto se non altro perché è stato partigiano, non ce ne vorrà, se gli chiediamo ancora uno sforzo.

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