26 aprile 2011, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Zapatero abbandona. E ora? Analisi e idee

ZAPATERO - Gavà 2007di Josep Maria Carbonell

Intendo cercare di spiegare come il PSOE sia riuscito a restare al potere durante questi ultimi sei anni e perché nei sondaggi di opinione si collochi, con uno scarto tra gli 8 e i 10 punti, al di sotto del Partito Popolare. In terzo luogo, vorrei fare alcune riflessioni sul futuro della sinistra socialdemocratica in Spagna e in Europa.

1. Il recupero del potere politico da parte del PSOE in 2004.

Ricordiamo che il PSOE ha governato ininterrottamente in Spagna dal 1982 al 1996. Sono stati 14 anni emblematici nella storia politica della Spagna. Anni nei quali si riuscì a superare la crisi politica originata dal tentato colpo di Stato del 1981 e nello stesso tempo una profonda crisi economica e sociale. In quei 14 anni nei quali è stato al governo in Spagna e in diversi enti locali e molti comuni, si creò un partito politico esteso a tutta la Spagna. Durante i diversi governi di Felipe González, la Spagna visse cambiamenti strutturali che permisero il suo ingresso nell’Unione Europea, un ridimensionamento del ruolo delle Forze Armate e, in molti sensi, lo ribadisco, la spinta verso una trasformazione storica della Spagna.

Oggi, questo periodo è ancora presente nella cultura politica del Paese. E’ una delle ragioni che spiegano perché il socialismo democratico, il centrosinistra spagnolo, mantenga una forza significativa in Spagna. Ricordiamo che González perse le elezioni per il sorgere di diversi casi eclatanti di corruzione –i GAL, Roldán, FILESA, tra gli altri – e per la congiura attuata da diversi mezzi di comunicazione per far cadere il governo . Nel 1996 vinse José Maria Aznar alla guida del Partito Popolare, il partito, è opportuno sempre ricordarlo, che è succeduto all’Alleanza Popolare di Fraga Iribarne. Questo partito, l’AP, rappresentò nella transizione 1977-1979 il settore della destra più vicina al franchismo. Durante gli 8 anni di “Aznarismo” politico e sociologico – identificazione con il liberalismo più conservatore (lontano dalla tradizione della democrazia-cristiana, vicino al conservatorismo inglese e americano), posizionamento con Bush, guerra in Iraq e foto delle Azzorre, recupero di un nazionalismo spagnolo di matrice castigliana rispetto ai nazionalismi periferici – il Partito Popolare è stato anche in grado di articolare un partito potente, presente in tutto il territorio spagnolo, incorporando alcuni partiti regionalisti del centrodestra, con l’eccezione dei partiti nazionalisti del centrodestra della Catalogna e del Paese Basco.

Quando alle elezioni del 2004 tutto sembrava indicare che il successore di Aznar, Mariano Rajoy, sarebbe riuscito a vincere, l’attentato dell’11 marzo a Madrid, e soprattutto, la gestione dei giorni successivi, nei quali Aznar cercò di nascondere che l’attentato fosse stato compiuto da gruppi islamici, sostenendo e affermando che dietro al brutale e sanguinario attentato di Atocha si trovava l’ETA, ha comportato la sconfitta del PP alle elezioni. In effetti, tra l’11 e il 14, il giorno delle elezioni generali, Aznar occultò informazioni decisive che accusavano direttamente i gruppi islamici, mentendo all’opinione pubblica e sostenendo fino all’ultimo che era stata l’ETA. La reazione popolare dinnanzi a questa manipolazione dell’informazione provocò un’ondata di rabbia contro il PP e contro Aznar, concretizzatasi in una grande partecipazione elettorale che determinò la vittoria del PSOE e del suo giovane leader, impensabile anche solo una settimana prima. J.L. Rodríguez Zapatero, lo ribadisco, contro ogni pronostico, vinse le elezioni determinando il ritorno del PSOE al potere. Un PSOE che, nel suo precedente Congresso, e dopo alcuni anni di estreme criticità interne, ha rinnovato la sua cupola direttiva in modo radicale, con una nuova generazione di dirigenti socialisti molto giovani. In effetti, Zapatero conquistò nel 2002 la leadership del PSOE, estromettendo la vecchia guardia di Felipe González e promovendo l’ingresso di una nuova generazione di giovani e radicali dirigenti socialisti.

Zapatero nel 2004, in pieno auge economico e con una crescita annuale di quasi 1.5 superiore alla media europea, decise di raggruppare gli elettori di sinistra con un programma essenzialmente radicale nei valori e in materia di politica estera e con un programma economico sostanzialmente socialdemocratico. Con un governo composto in uguale misura da uomini e donne, con il ritiro delle forze armate dall’Iraq, con un programma aperto ai nazionalismi storici conquistò, all’inizio del suo mandato, la simpatia di vasti settori della popolazione. In seguito sviluppò più a fondo il suo “programma radicale e laico”. I matrimoni omosessuali, l’ampliamento della legge sull’aborto, la parità anche nell’amministrazione e le grandi aziende, la modifica del codice civile, sono tra le misure intese a caratterizzare le sue politiche come “di sinistra” e “progressiste” e nel contempo dare una collocazione agli iscritti ed elettori del PP ancorati al passato, in parte “sottoposti” alla morale della Chiesa Cattolica. Tra il 2005 e il 2008, la Chiesa Cattolica, sotto la tutela del Cardinale di Madrid, guidò l’opposizione a Zapatero, specialmente per mezzo della radio dei vescovi spagnoli COPE, con contenuti simili a quelli dei predicatori televisivi americani. Le grandi manifestazioni contro le politiche di Zapatero furono guidate in modo diretto o indiretto dal COPE ed enti vicini alla Chiesa del Cardinale di Madrid.

Nel Paese ebbe luogo ancora una volta una divisione pericolosa. Ritornarono le “due Spagne” precedenti alla Guerra Civile spagnola. Tra il legato di Aznar, che cercò sottilmente di recuperare il franchismo e di fornirne una nuova interpretazione, e Zapatero, che cercò di recuperare la memoria repubblicana precedente al conflitto civile, il Paese se divise in due: un polo presumibilmente “democratico e di sinistra” intorno a Zapatero e il PSOE e l’altro “retrogrado e reazionario” intorno al PP, condizionato da una parte della Chiesa spagnola. Questa strategia promossa nel contempo, stranamente, da Zapatero e da un settore del PP, quello più vicino ad Aznar e al Cardinale Rouco, segnò la prima legislatura del Presidente Zapatero e le elezioni del 2008. In queste elezioni, quando ormai si stava registrando un inizio, sebbene lontano, di crisi economica, il PSOE vinse nuovamente, anche se con meno voti e un margine più stretto. La strategia del PSOE riuscì a collocare il PP più a destra, includendo la destra più estrema, mentre il PSOE occupò lo spazio del centrosinistra.

Sono passati poco più di due anni dalle ultime elezioni generali e ora Zapatero si trova, in tutti i sondaggi, a circa 10 punti dal leader del PP, Mariano Rajoy. Che è successo?

2. L’attuale crisi.

In primo luogo è comparsa la crisi economica e finanziaria mondiale. Una crisi che ha avuto particolari ripercussioni in Spagna. In effetti, negli anni precedenti alla crisi economica, la Spagna è cresciuta dell’1.5 in più rispetto alla media europea, grazie al boom del settore immobiliare e alle opere pubbliche, e molto condizionata dalla possibile realizzazione dell’AVE (treno ad alta velocità) per collegare tutte le capitali provinciali della Spagna. Nonostante disponga di un settore finanziario abbastanza sano e di importanti multinazionali presenti specialmente in America Latina, la Spagna mantiene ancora un’infrastruttura economica poco competitiva e innovatrice, per cui la crisi del suo settore industriale è stata rilevante. D’altra parte, il settore immobiliare è semplicemente crollato. Gli scioperi hanno coinvolto il 20% della popolazione attiva. La pressione dei “mercati finanziari” è stata particolarmente rilevante per la Spagna durante il 2010.

E’ stato il riconoscimento, finalmente, delle dimensioni della crisi –negata durante il 2009 dallo stesso Zapatero – e le misure strutturali e impopolari da lui adottate in risposta alla crisi, a far sprofondare Zapatero nei sondaggi e nell’opinione pubblica. Zapatero ha promosso una riforma del lavoro senza scendere a patti con i sindacati e gli impresari, ha compiuto una riduzione obbligatoria in media del 5% degli stipendi del personale dell’amministrazione pubblica, ha proposto una futura riforma delle pensioni e importanti tagli al bilancio dello Stato. Tutte queste misure, sommate alla sensazione di precarietà del Presidente Zapatero, hanno provocato l’allontanamento della base sociale del PSOE. Il PP di Mariano Rajoy, che sembra essere volontariamente scomparso dalla scena politica, attende la caduta del PSOE.

La sfida più preoccupante per il PSOE riguarda la crisi di legittimità del Presidente Zapatero. Il fatto che la crisi sia stata negata ripetutamente dal Presidente, il fatto che abbia adottato, successivamente, misure molto radicali, obbligato dai suoi soci comunitari, il fatto che sembri governare avendo soltanto in mente i sondaggi di opinione, invece dell’interesse generale, hanno comportato, lo ribadisco, una profonda e forse irreversibile crisi di legittimità del Presidente.

Le dimensioni di tale crisi hanno anche reso evidente la vulnerabilità della sua strategia, più “radicale” che “socialdemocratica”, degli anni precedenti. Il suo “radicalismo sociale” resta in secondo piano, senza aver generato una maggioranza sociale “democratica e di sinistra”. Piuttosto, dividendo il Paese in modo molto pericoloso.

Qualche settimana fa, Zapatero ha cambiato l’Esecutivo assegnando maggiore rilievo ad alcuni politici dello staff di Felipe González con più esperienza, prestigio e intelligenza politica. Questi cambiamenti sono stati accettati dall’elettorato socialista, nonostante esso continui a sentirsi distante e disorientato. Nei prossimi giorni assisteremo molto probabilmente alla sconfitta del socialismo catalano alle elezioni per la Generalitat della Catalogna (Governo Autonomo catalano), in parte, ma non solo, come conseguenza del declino e del disorientamento generale del socialismo spagnolo.

3. Prospettive future.

Una delle principali critiche che muovo agli anni del governo Zapatero consiste proprio nel fatto che ha cercato di dividere in due il Paese nel voler imporre il suo programma radicale e laico, scordandosi di una massima fondamentale del buon governante: un governante deve essere consapevole che egli si trova sempre al servizio del Paese nel suo complesso e non al servizio dei suoi elettori e che deve sacrificare in parte la sua ideologia, il suo programma, a favore della coesione e del progresso generale. La sua strategia di divisione in due della Spagna, sottoponendo mezza Spagna a un presunto modello di cristianità retrograda, con l’altra metà “moderna”, intorno del PSOE, ha potuto funzionare per alcuni anni, ma i rischi sono stati enormi. Una strategia che si è accentuata, ricordiamolo, con la posizione radicalmente contraria della Chiesa Cattolica in Spagna, che in parte ha seguito questa sceneggiatura. Attualmente il PP, più lontano dalle posizioni più radicali della Chiesa, cerca in parte di svincolarsi, per recuperare un certo spazio al centro.

In un simile contesto, la maggior parte del centrosinistra in Spagna si trova disorientato e, ritengo personalmente, voglioso di assistere a un cambiamento di leadership alla guida del progetto socialdemocratico. Zapatero non si è pronunciato sulla possibilità di presentarsi per un terzo mandato, ma è molto probabile che l’anno prossimo, seguendo i passi di Aznar, non si ripresenti. E’ possibile che ancora una volta i sondaggi indichino i criteri di comportamento del Presidente. Appare molto improbabile che Zapatero riesca a recuperare nei sondaggi. Molto probabilmente ci troviamo alla vigilia di una rinnovata leadership del centrosinistra spagnolo.

Anche se il cambiamento di leadership è molto importante, non basta tuttavia a rafforzare un progetto che appare disorientato e incapace di rispondere alle nuove sfide della globalizzazione, l’invisibilità dei veri poteri che manovrano la mondializzazione, la mutazione e il cambiamento economico, la società dell’informazione, la sicurezza, l’immigrazione, la crisi della politica democrática e la costruzione dell’Europa.

Propongo tre possibili linee per il futuro:

(1) Ricomporre un ideale socialdemocratico più sussidiario e societario, meno interventista e burocratico, che abbia l’obiettivo di un modello federalista europeo.

Il centrosinistra deve in parte riconsiderare il suo progetto politico di base: lo Stato del Benessere. E’ ampiamente noto che, da Bad Godesberg , il progetto del centrosinistra europeo passa attraverso il progetto dello Stato del Benessere, nel quadro di un’economia di mercato in parte regolata dai poteri pubblici e da uno Stato in grado di incidere nella politica economica e di fornire politiche di coesione sociale e altre destinate alla ridistribuzione della ricchezza. Questo concetto, radicato in un primo momento nei paesi del centro e del nord Europa, verrebbe progressivamente adottato dai partiti socialisti e socialdemocratici del sud Europa. E’ probabile che uno dei principali problemi dei partiti del sud Europa, negli ultimi venti, anni sia stato proprio il voler importare intatto un modello, comprensibile nel centro e nord Europa, d’accordo con la loro organizzazione sociale, economica, politica, religiosa ed etica, e inserirlo in altre società con differenti eredità e tradizioni. Questa è stata una delle maggiori difficoltà dei paesi del sud per la loro incapacità di formulare un modello più consono con le loro società.

Nel contempo, tanto nei paesi del nord come in quelli del sud, la crisi del centrosinistra risponde a un problema relativamente nuovo: la progressiva messa in discussione delle funzioni dello Stato e la riduzione del margine di autentica governance dei poteri pubblici, come conseguenza della mondializzazione e della sottrazione dei poteri concessi agli stessi nell’ambito dei contratti sociali nazionali. Gli stati, e parallelamente lo Stato del Benessere –con una capacità di azione più o meno grande- si trovano ad affrontare un nuovo scenario con gravi difficoltà di risposta.

In queste settimane stiamo vedendo come “i mercati finanzieri” impongono le loro regole ai governi europei: riduzione dei deficit di bilancio, modifica delle leggi in materia di lavoro e sociale. Mercati “senza un volto”, quasi invisibili, che condizionano l’azione dei governi e che fanno persino cadere dei governi legittimamente costituiti, come quello dell’Irlanda. “Mercati finanziari” che stranamente sono stati salvati dagli stessi governi che ora vogliono estromettere.

Come può sopravvivere un contratto sociale – riflesso nelle costituzioni e nelle successive elezioni- se i poteri pubblici stanno perdendo la reale possibilità di governare nei propri ambiti di governo? Come è possibile realizzare la parziale regolamentazione del mercato, quando questo sovrasta gli stati? Come è possibile sviluppare una politica di ridistribuzione e di fornitura di servizi di coesione quando si dispone appena dei mezzi? E’ ancora possibile il progetto dello Stato del Benessere?

Sono convinto che non solo è possibile, ma addirittura che lo Stato del Benessere come progetto politico continui a rappresentare il “bene” da proteggere per il centrosinistra socialdemocratico o socialista. Ora, dal mio punto di vista, dovremmo insistere su tre aspetti che ritengo indispensabili:

. (1) Il progetto dello Stato del Benessere è possibile e più conveniente con meno Stato e meno burocrazia. Concertando servizi con istituzioni della società civile, favorendo politiche di sostegno effettivo alla famiglia e altre istituzioni. Simili misure consentiranno, specialmente nei paesi del sud Europa, una politica più efficiente e meno corrotta.

. (2) Il progetto dello Stato del Benessere non può essere altro che quello di una Società del Benessere e, di conseguenza, le politiche devono essere orientate al rafforzamento della società. Una società forte, attiva, coesa, sussidiaria può affrontare le situazioni avverse e difficili con più forza.

. (3) Rafforzare il progetto federale europeo. L’attuale processo di globalizzazione e il consolidamento dei nuovi poteri emergenti giustificano, possibilmente ancora di più, la necessità di consolidare il cosiddetto “esperimento europeo” in una prospettiva di organizzazione federale dell’Unione Europea. Solo se l’Unione, o quei paesi che lo desiderino, decidono veramente di costruire uno spazio sociale e politico, e non solo economico, si potrà ricostruire “un contratto sociale efficiente” e consono al nuovo scenario della globalizzazione. Solo da un’Europa Federale possiamo veramente rispondere al nuovo contesto.

(2) Proporre un ideale semplice, centrale, che dia maggiore sicurezza e futuro alle persone.

Uno dei drammi della sinistra europea è stato il suo essere un’élite. E’ possibile che la sinistra si sia troppo chiusa nei dipartimenti universitari o nei programmi dei “Faculty Club” . In questi ultimi 30 anni è andata progressivamente aumentando la sua assenza dai rioni popolari e dalle zone più umili. E’ stata veramente poco sensibile a quello che alcuni sociologi denominano il “grande malessere culturale”, che è un malessere globale e che ha particolari ripercussioni in certi settori sociali. Questo spiega la forte crescita sia del cristianesimo evangelista e fondamentalista sia l’islamismo più radicale. Oramai 20 anni fa, i sociologi cominciarono a parlare di questo fenomeno come del “great divide” , cioè la divisione profonda tra la cultura illustrata e la cultura più tradizionale e popolare. Habermas, da un altro punto di vista, parla della crescente divisione tra il mondo del sistema e il mondo della vita . Ci siamo allontanati troppo “dal mondo della vita”, ristretti in una cultura illustrata e nel contempo distante dai problemi quotidiani della maggior parte dei cittadini.

In tal senso ritengo necessario recuperare un ideale e un’azione politica che risponda alle preoccupazioni reali e quotidiane dei settori più popolari, che parta dai problemi reali dei settori popolari e delle classi medie, e che dia maggiore sicurezza e futuro agli individui.

(3) Progettare un ideale politico vicino alla gente e al suo linguaggio, che unisca e non divida, che renda coesi e non separi.

Come elemento di continuità con il punto precedente, il centrosinistra deve recuperare un ideale politico orientato a unire il Paese e non a separarlo, che lo renda coeso e non lo divida. Questa è possibilmente la mia critica più dura al governo Zapatero.

Siamo orfani di leader politici con mire ampie, con la capacità di unire la già molto frammentata società, di dare credibilità alla già molto debilitata politica, di creare degli autentici “catch-all movements” sociali in grado di saper guidare processi sociali di cambiamento di quello che sia necessario cambiare per rafforzare la libertà e il progresso delle nostre comunità nazionali.

Il centrosinistra europeo deve tornare a proporre “utopie possibili” per poter tornare a orientare l’azione politica dei cittadini. Questa “utopia possibile” oggi passa attraverso il federalismo europeo, la società del benessere e della sicurezza e le politiche che tendono a unire e a costituire la vertebra delle comunità nazionali.

Note

1 Manuel Castells Comunicación y Poder.(Madrid: Alianza Editorial, 2010). In un capitolo di questo vasto e dettagliato studio, viene analizzato il ruolo dei mezzi di comunicazione nella sconfitta di Felipe González nel 1996.
2 Il 15 novembre 1959 si concludeva a Bad Godesberg il primo congresso straordinario che celebrava la socialdemocrazia tedesca (SPD), dalla fine della guerra. In questo Congresso il SPD rinuncia al marxismo come ideale politico y accetta l’economia di mercato.
3 Vedi BERGER, P.L./ HUNTINGTON, S.P. Many Globalizations. Cultural Diversity in the Contemporary World. Oxford: Oxford University Press,2002
4 Vedere, tra gli altri, ROBERT WUTHNOW, The Struggle for America’s Soul: Evangelicals, Liberals, and Secularism. Grand Rapids, Michigan. WM. B. Eerdmans Publishing Co.. 1989.
5 JÜRGEN HABERMAS. The Theory of Communicative Action, Volume Two. Lifeworld and System: A Critique of Functionalist Reason. Boston. Beacon Press. 1989.

(www.democratica.it , 7 aprile 2011)

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