8 gennaio 2011, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Wikileaks. Il vero scoop: smascherare i padroni dell’informazione

di Carlo Gubitosa

Oltre al contenuto dei documenti sottratti alle stanze segrete delle diplomazie internazionali, la vicenda Wikileaks ha fornito diversi spunti di riflessione.
Il primo riguarda il ruolo subalterno dei quotidiani italiani nel panorama globale della stampa, costretti ad appoggiarsi a testate di altre nazioni prescelte come “contatti diretti” per la diffusione dei materiali pubblicati da Assange e compagni. Le corrispondenze riservate del Dipartimento di Stato Usa ottenute da Wikileaks sono state consegnate a Le Monde, El Pais, Der Spiegel e al britannico Guardian, che a sua volta le ha inoltrate al New York Times. Questi cinque organi di stampa hanno lavorato in stretto coordinamento, come una “redazione globalizzata”, e oggi di fatto possono essere considerati come il cuore pulsante dell’informazione mondiale. Un cuore che non batte in Italia, dove le nostre testate blasonate sono state finalmente costrette a confrontarsi con la realtà della stampa straniera, dove il racconto di quel che accade nel mondo non si appiattisce sulle chiacchiere e sulle beghe di palazzo.

Il secondo dato è la nostra ipocrisia di fronte alle repressioni che hanno colpito Assange, provocando reazioni sdegnate che stridono con il totale disinteresse mostrato finora verso gli “Assange italiani”, come il giornalista Carlo Ruta e il suo sito accadeinsicilia.net, denunciato e chiuso proprio per essere uno dei più documentati siti antimafia d’Italia. Oppure Marco Benanti, autore di articoli critici verso la politica estera Usa che ha pagato a caro prezzo. Quei testi non gli sono costati solo la carriera di giornalista, ma anche il licenziamento dalla base di Sigonella, dove lavorava come operaio fino a quando i suoi datori di lavoro non lo hanno considerato persona sgradita. La controversia legale nata attorno a questa vicenda nel tribunale di Siracusa lo ha messo nero su bianco: “Il ricorrente non è gradito all’appaltante governo americano o meglio ci ha messo in imbarazzo con i suoi articoli contro le basi americane in Italia e in particolare la base di Sigonella”. Se parli troppo, non vai bene nemmeno come manovale.

Un altro fenomeno di rilievo è l’assenza pressoché totale di siti italiani che offrono il servizio di “mirror” a Wikileaks (ovvero la copia di un intero sito), a dimostrazione che 16 anni di repressione giudiziaria e poliziesca verso le reti telematiche hanno creato un clima di censura, o quanto meno i presupposti per una pesante autocensura.

Ma l’informazione più rilevante messa in luce dall’attività di Assange, è che nell’era delle libertà digitali, dove tutti abbiamo la sensazione di poterci esprimere liberamente, continua a valere un principio dell’800: senza le banche oggi non si va da nessuna parte. I colpi più feroci a Wikileaks non sono arrivati dall’amministrazione Obama, ma dal circuito Visa di carte di credito che ha negato i suoi servizi ad Assange, il sistema di pagamento online Paypal, che ha impedito di finanziare Wikileaks attraverso i suoi strumenti, e dal mercante online Amazon, che ha privato il sito di Assange dall’infrastruttura tecnologica inizialmente messa a disposizione.

Questa vicenda è stata una potente “cartina di tornasole” che ha misurato i limiti e toccato i confini del nostro sistema mediatico sedicentemente “liberale”, dove è bastata la diffusione di alcuni documenti per scatenare dichiarazioni “talebane” che hanno trasformato in forcaioli anche i più accaniti garantisti. Wikileaks ha smascherato i veri padroni della rete: senza provider di servizi internet, senza servizi bancari d’appoggio e senza i politici che spalleggiano i banchieri e i tecnocrati, anche lo spazio più coraggioso di informazione online è destinato a restare muto. Il salto di qualità tra la controinformazione degli anni ‘70 e il moderno ciber-attivismo non sta solo nelle maggiori potenzialità offerte dalle tecnologie, ma anche in un minore controllo dei propri mezzi di produzione e delle proprie strutture di pubblicazione. Il ciclostile del ‘68 era meno efficace dei Wiki, ma meno dipendente dai capricci dei poteri forti.

* Giornalista freelance, saggista, collaboratore dell’associazione PeaceLink, direttore responsabile di Mamma! (www.mamma.am), la prima rivista italiana di giornalismo a fumetti.

(articolo tratto da “Adista segni nuovi”, n.100 del 25.12.2010)

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