20 febbraio 2011, Politica e società

Verso le elezioni. Per salvare la democrazia. Intervista a Raniero La Valle

di Luca Kocci

Una «legislatura di ricostruzione e di dialogo»: una necessità vitale per il Paese, in un momento storico in cui la crisi della politica sta uccidendo la democrazia. Prima però bisogna neutralizzare e rendere inoffensiva la “porcata” di Calderoli, ovvero la legge elettorale che con soglie di sbarramento e premio di maggioranza non garantisce né rappresentanza – tanto che significative forze politiche sono rimaste fuori dal Parlamento per la prima volta nella storia della Repubblica – né governabilità. Renderla inoffensiva senza però poterla cambiare, anche perché i partiti non vogliono rinunciare a “nominare” i parlamentari. Per tentare di realizzare questa operazione apparentemente impossibile, i Comitati Dossetti per la Costituzione, presieduti da Raniero La Valle, hanno formulato una proposta originale: un «collegamento tecnico-istituzionale in una coalizione da un capo all’altro dello schieramento politico» in modo tale che, raggiungendo la maggioranza dei seggi sia alla Camera che al Senato, non scatti il premio di maggioranza – che viene assegnato solo nel caso in cui una coalizione non ottenga la maggioranza – e i seggi vengano assegnati solo su base proporzionale (v. Adista n. 3/11).

Raniero La Valle, questo collegamento da Fini a Diliberto non potrebbe apparire un’accozzaglia priva di senso?

Questa obiezione riguarderebbe semmai un’unione di tutte le forze di opposizione in una sorta di Cln antiberlusconiano. Il cemento di questa unione sarebbe politico, ma la politica consisterebbe solo in una sorta di antifascismo, cioè su come salvaguardare la natura democratica dello Stato, e non su come governarlo. La nostra proposta invece non è di un Cln, e non è, di per sé, contro Berlusconi, tant’è che perfino la Lega o Forza Italia vi potrebbero aderire. Infatti il suo contenuto non è politico, nel senso corrente, non è una proposta di governo, ma il suo unico scopo è di dar luogo a elezioni libere ed eguali, liberando i partiti dal vincolo di alleanze obbligate tra gruppi (o addirittura due soli gruppi) a ciò coartati da un imponente e addirittura osceno premio di maggioranza, e dando alle elezioni, almeno per la prossima legislatura, il compito di esprimere un Parlamento su base proporzionale.

Nello schema della legge Calderoli si nomina un governo, nello schema della nostra proposta si elegge un Parlamento. La divisione dei poteri tra legislativo e esecutivo deve essere operante fin dal momento elettorale, altrimenti si perde anche dopo; oggi questa distinzione è saltata, e le elezioni fanno di parlamento e governo una cosa sola: simul stabunt, et simul cadent, come si diceva del Trattato e del Concordato. E infatti siccome il Parlamento non vuole cadere, il governo è inamovibile. Se i partiti si mettono insieme non per conquistare il potere, ma per fare un Parlamento rappresentativo, per far funzionare la democrazia, per ristabilire un rapporto di verità tra voti e seggi, questa non è un’accozzaglia, ma è una coalizione o, come dice la legge, un “collegamento” per l’Italia e per la Repubblica. Dentro questa cornice istituzionale e per così dire superpolitica, ogni alleanza, ogni progetto di governo, ogni prospettiva politica sarebbero possibili.

Le forze politiche si unirebbero in un collegamento per poi dividersi, subito dopo le elezioni, per governare il Paese secondo alleanze di programma omogenee: vi sembra una proposta che i cittadini-elettori capirebbero?

I cittadini capiscono che, ai fini istituzionali di uno Stato democratico e di diritto, bisogna sempre essere uniti. Prima, da questo “arco costituzionale” erano esclusi, in modo diverso, i comunisti e gli ex fascisti. Adesso abbraccia tutti, ed è per questo che l’arco costituzionale non può essere anche una coalizione di governo. Ci si divide dopo, per fare un governo, ma secondo proposte, alleanze più ristrette e linee programmatiche già presentate e dibattute durante la campagna elettorale; dunque la sovranità popolare determinerebbe sia la composizione delle Camere che la vita del governo, il quale però tornerebbe sotto il controllo del Parlamento.

Come vi sembra possibile superare le resistenze di alcune forze politiche – a cominciare da una parte consistente del Partito Democratico – che non ne vogliono proprio sapere di un’alleanza fra diversi?

Non volere un’alleanza tra diversi non è espressione di una vocazione maggioritaria ma, sia pure inconsapevolmente, di una vocazione totalitaria. All’origine c’è una orgogliosa e vacua autosufficienza, alla fine il risultato è una catastrofe politica. L’idea di includere tutti ‘i buoni’ in un solo partito è anch’essa un ‘concetto teologico secolarizzato’: come si diceva che «fuori della Chiesa non c’è salvezza», così si dice che fuori del mio partito tutto è perduto. Ambedue le cose non sono più proponibili. Riproporre questa idea solipsistica nel Partito Democratico, dopo la débacle che essa ha provocato nel 2008, è una cosa priva di senso e molto, molto pericolosa.

Fino ad oggi qualche dirigente politico ha reagito alla proposta dei Comitati Dossetti?

In sede privata la reazione di molti è stata di sorpresa, di interesse e di grande consenso. Ma è quando la proposta si potrà affrontare e discutere in sede pubblica, che si vedrà quale ne possa essere il successo.

(“Adista Segni Nuovi”, n.9 del 5 febbraio 2011)

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