12 ottobre 2012, Cultura - In evidenza - Politica e società

Vaticano secondo: un Concilio o due?

di Giulio Girardi

Mi sembra una feconda ipotesi interpretativa quella che, contrariamente a quanto si pensa, riconosce nel Vaticano II due distinti Concilii, ognuno con i suoi protagonisti e con la sua coerenza interna.

Suggerisce questa ipotesi la riflessione sulla costante contrapposizione, che si è verificata all’interno del Vaticano II e dei testi finali, malgrado la loro apparente convergenza, di due correnti teologiche, preoccupate l’una di avvalorare le possibilità di innovazioni aperte dal Vaticano II e sollecitate da Giovanni XXIII; l’altra di salvaguardare la continuità dottrinale e l’ortodossia della Chiesa cattolica. Paradossalmente protagonisti della prima corrente erano i padri della maggioranza conciliare e i periti che li accompagnavano (fra i quali bisogna ricordare Karl Rhaner, Yves Congar e Joseph Ratzinger); protagonisti della seconda corrente erano i padri della minoranza conciliare e i loro periti (fra questi, in primo luogo, i membri della Curia romana) che li ispiravano. È importante citare, tra i membri di questa minoranza, la presenza attiva di Karol Wojtyla, che interpretava il Vaticano II come una mobilitazione della Chiesa nella lotta contro il marxismo e l’ateismo.

[...] L’ipotesi di “due Concilii” spiega le due interpretazioni o ermeneutiche attuali. Il papa Benedetto XVI, nel suo discorso di auguri alla Curia romana [22 dicembre 2005], segnala queste interpretazioni e propone allo stesso tempo la sua valutazione di esse. È importante notare che, nella sua prospettiva, non esistono nel Concilio due tendenze contrapposte, ma un pronunciamento unitario e coerente, caratterizzato dalla ricerca della “novità nella continuità”: continuità con il Concilio, ma anche con il pre-Concilio, cioè con l’integrità della dottrina cattolica tradizionale. Questo pronunciamento corrisponde al Concilio che abbiamo definito “conservatore” e che è stato rappresentato dalla minoranza conciliare e dalla Curia romana.

Pertanto, secondo Benedetto XVI, l’interpretazione corretta del Vaticano II è quella “conservatrice”.

Quella “progressista”, invece, è un’interpretazione arbitraria ed estremista.

[...] Nonostante la molteplicità di luoghi e di forme nella quale si manifesta questo dualismo, è possibile avvertire in esso una profonda coerenza. Per approfondire il senso di questo dualismo e di questa coerenza interna dobbiamo individuare il punto di vista e il principio unificante di ognuno dei due Concili, posto che, secondo la nostra ipotesi, non esiste nel Vaticano II un solo punto di vista né un solo principio unificante, ma per lo meno due. Ora, con sicura (inevitabile) schematizzazione, penso che i punti di vista e i principi unificanti siano l’antropocentrismo, che interviene nel Vaticano II come principio di innovazione, e l’ecclesiocentrismo, che interviene come principio di continuità.

[...] Se passiamo in rassegna tutti i documenti, possiamo constatare che in ognuno di essi la Chiesa cattolica è effettivamente al centro della prospettiva. Si riferiscono direttamente alla Chiesa i due documenti chiave, la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes. Così è per i documenti sulle Chiese cattoliche orientali (Orientalium Ecclesiarum); sull’attività missionaria (Ad Gentes); sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium), che inizia collocando il posto della liturgia nel mistero della Chiesa; sul ministero e la vita dei sacerdoti (Presbyterorum Ordinis), che analizza il presbiterato nella missione della Chiesa; sui vescovi (Christus Dominus), che sono studiati nelle loro relazioni con la Chiesa universale e le Chiese particolari; sulla vita religiosa (Perfectae Caritatis), osservata soprattutto in relazione alla Chiesa; sull’apostolato dei laici (Apostolicam Actuositatem) che il Vaticano II valorizza come partecipazione alla missione della Chiesa; sulle relazioni della Chiesa cattolica con le altre confessioni nel contesto dell’ecumenismo (Unitatis Redintegratio) e con le religioni non cristiane (Nostra Aetate); la Parola di Dio (Dei Verbum) si presenta anche all’interno della Chiesa cattolica, a cui è stata data in deposito e che è la sua unica interprete autentica. [...] L’ecclesiocentrismo svolge un ruolo fondamentale nella storia contemporanea della Chiesa cattolica, e, in particolare, nel progetto di restaurazione che ha caratterizzato il pontificato di Giovanni Paolo II e, giudicando dall’andamento di questi primi mesi, caratterizzerà il pontificato di Benedetto XVI. Ora, questo progetto non intende in alcun modo opporsi al Vaticano II, ma al contrario fondarsi su di esso. A nostro parere, il progetto restauratore non si fonda sull’integralità del Vaticano II, ma sul Concilio conservatore e ignora (di fatto, anche se non sempre nelle parole) il Concilio innovatore. Tuttavia, la minoranza conservatrice, e soprattutto la potente Curia romana (e in particolare il cardinal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede), pretenderà di imporsi come interprete autentica del Vaticano II e come freno alle “deviazioni” del post-Concilio. Con questa pretesa autorità dottrinale, procederà a reprimere i teologi che si arrischieranno a sviluppare gli orientamenti della maggioranza conciliare, in particolare i teologi e le teologhe della Liberazione, i teologi e le teologhe indigeni e i sostenitori e le sostenitrici del pluralismo religioso.

[...] Pertanto, la centralità del “punto di vista della Chiesa gerarchica” per guardare la storia si fonda su una ecclesiologia secondo la quale la Chiesa sta al centro del progetto salvifico di Dio, coincide con il Regno di Dio e costituisce pertanto il luogo teologico fondamentale… Questa Chiesa terrestre, unica Chiesa di Cristo, costruita e organizzata in questo modo, germe e inizio sulla terra del Regno di Dio, sussiste nella Chiesa cattolica e non è diversa dalla Chiesa già in possesso dei beni celesti. Pertanto la Chiesa terrena e la Chiesa dotata di beni celestiali non devono essere considerate come due cose distinte, perché formano una realtà complessa, costituita da un elemento umano e uno divino (LG, 2,5,7,8,15).

Questa tesi l’ha formulata crudamente la teologia pre-conciliare: «Fuori dalla Chiesa (cattolica) non c’è salvezza». Il Vaticano II propone la sostanza di questa condanna, però allo stesso tempo la rinnova sotto la pressione dell’antropocentrismo.

[...] L’aspetto più innovativo del Vaticano II è stato senza dubbio l’”apertura della Chiesa al mondo”, cioè il riconoscimento del valore positivo, dal punto di vista della fede, del processo di secolarizzazione fondato sulla relativa autonomia dell’uomo. Autonomia che comporta il valore autonomo dell’amore umano. Compito, questo, che si presentava al Vaticano II per il fine centrale che perseguiva (secondo l’indicazione di Giovanni XXIII, nel discorso d’apertura del Concilio: «Presentare il deposito della fede attraverso categorie culturali in raccordo con le esigenze del mondo moderno»). Bene, la caratteristica più rilevante e provocatrice del mondo moderno e della sua cultura, in relazione alla Chiesa, è la laicità, cioè la rivendicazione dell’autonomia dell’uomo e delle realtà terrene rispetto alla religione e alla Chiesa.

[...] Il Vaticano II riconosce, in effetti, che, alla luce della fede, l’assunzione della responsabilità storica da parte dell’uomo, cioè il processo di secolarizzazione, è pienamente legittima, e costituisce anche un progresso. «Principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni è e deve essere la persona umana».

[...] Sempre in questa prospettiva, «la Chiesa afferma che il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità umana, poiché questa dignità ha in Dio il suo fondamento e perfezione»… «perché, sebbene lo stesso Dio sia Creatore e Salvatore, e anche Signore della storia umana e della storia della salvezza, tuttavia, in questo stesso ordinamento divino, l’ordinamento del creato, e specialmente dell’uomo, non viene soppresso, ma anzi viene restituito alla sua dignità propria e in essa consolidato».

[...] Per comprendere gli sviluppi teologici del post-Concilio, bisogna considerare, da un lato, quelli che esprimono una continuità con i due Concilii del Vaticano II, dall’altro, quelli che esprimono un cambiamento di prospettiva.

La continuità con il Concilio ecclesiocentrico è stata (e continua ad essere) rappresentata specialmente da Giovanni Paolo II, dalla Curia romana, in particolare dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, dal suo prefetto, il cardinal Ratzinger. Queste autorità hanno esercitato una dura repressione sui teologi e le teologhe, sui docenti, sugli stessi vescovi e, in generale, sui settori innovatori della Chiesa; i vescovi progressisti sono stati spesso sostituiti da vescovi di tendenza opposta, con il compito di rettificare gli errori del predecessore. Si deve soprattutto all’influsso del centralismo romano il cambiamento di prospettiva di molti membri della tendenza antropocentrica. Un altro fattore è stato la difficoltà di molti vescovi di affrontare le conseguenze del Vaticano II: si sono preoccupati per i nuovi atteggiamenti, pratici e teologici, di sacerdoti e laici delle loro diocesi, che sono loro sembrati interpretazioni estremiste del Concilio.

Come effetto di questo cambiamento, la maggioranza conciliare si è trasformata in minoranza; e la minoranza in maggioranza. Altrimenti detto, la prospettiva ecclesiocentrica è tornata a prevalere su quella antropocentrica. Cioè, molti Padri del Concilio antropocentrico si sono “convertiti” ad una prospettiva ecclesiocentrica ed hanno assunto un atteggiamento fortemente critico verso quella antropocentrica. La conversione più vistosa è stata quella del perito conciliare Joseph Ratzinger, che ha avuto un’influenza decisiva sull’evoluzione (o involuzione?) della dottrina ufficiale della Chiesa: l’ha avuta come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e pertanto come principale responsabile dei documenti promulgati da essa; l’ha avuta come principale consigliere di Giovanni Paolo II nel campo dottrinale. Evidentemente l’avrà ancora, questa influenza, se possibile, come papa Benedetto XVI.

La continuità con il Concilio antropocentrico è stata rappresentata specialmente dai teologi della Liberazione, dai teologi indii, dalle teologhe femministe. Tutti costoro hanno elaborato, ispirati dalle esperienze di fede delle basi cristiane, una interpretazione creatrice del Vaticano II. La centralità dell’uomo si è approfondita in opzione per i poveri, cioè per gli oppressi e le oppresse come soggetti. Si sono fatti consapevoli dei limiti dell’antropocentrismo conciliare, definito eurocentrico; l’”apertura al mondo” è diventata identificazione con il Terzo Mondo, cioè con i popoli oppressi della Terra.

Questo nuovo luogo teologico ha aperto nuovi orizzonti alla ricerca teologica, ha orientato i cristiani verso una solidarietà più efficace con le oppresse e gli oppressi, ad una critica più radicale delle ingiustizie sociali verso i poveri, dei quali i cristiani e le cristiane, le teologhe e i teologi hanno dovuto condividere il destino di emarginazione e, spesso, di morte. Per ciò stesso, l’”apertura al mondo” è divenuta identificazione con il Terzo Mondo, cioè con i popoli oppressi del mondo. Pertanto, i frutti più ricchi del Vaticano II sono la nuova creatività teologica, un impegno più coerente per la costruzione di un mondo nuovo, la testimonianza dei nuovi martiri della giustizia.

(“Adista notizie”,n.32 del 2012)

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