25 dicembre 2010, Politica e società

Urla di donne nella Bibbia

di Lidia Maggi

Tamar era da poco uscita dall’infanzia. Passava le giornate tra le mura domestiche, in una grande casa che la faceva sentire protetta dai pericoli esterni. La sua famiglia non le aveva fatto mancare nulla e lei si preparava a crescere, cullata dai suoi sogni di ragazza e distratta dalle piccole responsabilità che via via andava assumendo.
Tamar non pensava che il pericolo maggiore per la sua esistenza non risiedeva fuori dalla sua abitazione, ma all’interno delle mura domestiche.
Il suo fratellastro, molto più grande di lei, iniziò a gettarle occhiate invasive. Un disagio la coglieva in sua presenza, disagio che tuttavia non sapeva nominare. Davanti a lui si sentiva imbarazzata. La casa, dove la famiglia risiedeva, era tuttavia abbastanza ampia per evitare di incontrarlo troppo di sovente e lui era spesso fuori. Poi suo fratello si ammalò. Non era chiaro quale fosse la fonte della sua malattia. Rimaneva a letto rifiutando il cibo per lunghi giorni. In una di quelle occasioni il padre le ordinò di prendersi cura di lui.
Lo stupro avvenne nella camera da letto, mentre la ragazzina gli porgeva il cibo. Lui l’afferrò, le mise una mano sulla bocca, la tenne ben ferma sotto sé, sul letto, mentre abusava di lei. Pochi minuti che a lei sembrarono mille anni. Poi, subito dopo lo stupro, lui la scacciò pieno di odio, disgusto, disprezzo… Lei si ritrovò fuori dalla stanza, nel lungo corridoio della casa, insanguinata e sola. Fu un gesto istintivo quello che la portò a strapparsi i vestiti, mentre correva urlando. Accorse qualcuno della casa e le ordinò di tacere, di non dare scandalo. Non bisognava rovinare il buon nome della famiglia. Un grido soffocato, una storia che sarebbe rimasta sommersa, imprigionata nell’invisibilità delle mura domestiche se non avesse trovato ospitalità nella Bibbia.

FORZA SOVVERSIVA
La storia di Tamar, la figlia del re Davide, è giunta fino a noi perché, nonostante il tentativo del clan di soffocare lo scandalo, di censurare l’accaduto, qualcuno, a nome di Dio, si è fatto carico di rompere il silenzio e di narrare (II Samuele 13).
In nessuna cronaca di corte una storia del genere avrebbe trovato ospitalità; ma nella Bibbia sì, perché la Scrittura è un libro particolare, che racconta soprattutto la storia dei sommersi, di quelli che non hanno voce, dei perdenti della storia.
È forse anche per questo che nelle Scritture vengono narrate tante storie di donne. Storie di abusi sommersi, storie di dolore e violenza contro le donne: Agar, Tamar, Dina, la concubina del levita, la figlia di Jefte… La storia biblica, da questo punto di vista, potrebbe sembrare una galleria degli orrori familiari sulle donne. Eppure la forza sovversiva di questi racconti risiede proprio nel fatto che sono stati ricordati, non sono stati censurati. Chi entra nel mondo delle Scritture ascolta le storie di un Dio che si fa garante della memoria di coloro che sono ridotti al silenzio. Così come all’inizio Dio ha udito il grido del sangue di Abele, sparso sulla nuda terra, il grido soffocato della violenza sulle donne all’interno delle mura domestiche ha trovato, nella Bibbia, ascolto ed è diventato voce di denuncia.

TESTIMONI SCOMODE
Ci stupiamo che nella Scrittura venga narrata tanta violenza; dovremmo invece stupirci se tale violenza venisse censurata. Poiché la Bibbia non si limita a raccontare storie di abusi e violenze ma, nel narrarli, li strappa all’oblio e li restituisce alla memoria collettiva come testimonianza scomoda. Ogni generazione è chiamata così a fare i conti con un rimosso che spesso, troppo spesso, riguarda proprio le donne.
È già un atto di guarigione per le donne poter vedere le proprie storie di abusi accolte e ricordate dalla voce narrante della Bibbia. Tamar, lasciata dalla sua famiglia sola con il suo carnefice, scopre così di non essere totalmente in balia di sé stessa perché il suo Dio si fa carico del suo grido e chiede ragione di esso a tutti noi. Una denuncia pubblica, che rompe il silenzio omertoso e denuncia i responsabili, anche se questi sono gli eletti, come nel caso del re Davide.
Credo che stia proprio qui la forza della narrazione biblica, che ha spinto le donne a riconoscerla come propria.
Le donne, nella fede, hanno scoperto un Dio che non solo non censura la loro voce, ma la preserva e la custodisce narrandola alle generazioni future.
Chi legge la Bibbia è invitato a entrare nei luoghi chiusi, segreti, non tanto per voyeurismo, piuttosto per verificare il grado di giustizia nell’intimo delle case.

LA MEMORIA BIBLICA
Il Dio biblico entra negli spazi privati, invisibili, dove le donne, in una società patriarcale, venivano rinchiuse per essere protette dalla violenza esterna.
Chi si mette in ascolto di questa narrazione è sollecitato a entrare nel vissuto privato e ad ascoltare storie normali, dove si annida la violenza, quella contro le donne, quella che normalmente rimane impunita perché invisibile, segreta.
Questa modalità di agire la comprendiamo meglio se pensiamo a qualche programma televisivo di denuncia, come Report o Linea diretta oppure a un film capace di mettere a tema argomenti rimossi dalla memoria collettiva.
Qualche anno fa un regista turco, Tevfik Basar, esordiva in Europa con un film intitolato 40 mq di Germania. Qui veniva narrata la vicenda di un giovane operaio turco immigrato in Germania che, dopo aver fatto arrivare dal suo Paese quella che sarebbe diventata sua moglie, la tiene segregata in un appartamento angusto di 40 mq per proteggerla dalle possibili contaminazioni dell’Occidente. Vedere quel film produce un effetto simile a quello di chi legge una delle pagine bibliche sulla violenza domestica. La voce narrante ci porta a conoscere una storia sommersa, invisibile. Ci sentiamo chiamati in causa da questa narrazione. Non è possibile rimanere indifferenti. Dopo aver saputo, non siamo più gli stessi.
Dio, attraverso la memoria biblica, agisce così: vede il dolore delle donne, conta le loro lacrime. Nessuna di queste viene dispersa, dimenticata. Di ognuna di queste la Scrittura ci chiede conto.

GESÙ CHIAMA LE DONNE
Anche Gesù si muove nella stessa direzione. Egli chiama le donne, parla con loro e discute delle grandi cose di Dio, come con la Samaritana a cui svela, per la prima volta, la sua identità messianica. Dalle donne viene sostenuto nella sua missione. Esse lo seguono perché lui le accoglie e le valorizza. Le donne strappate ai demoni del patriarcato che le teneva in ostaggio – come Maria di Magdala – trovano in Gesù qualcuno che dischiude per loro i recinti culturali, mostrando una realtà più vasta di quella delle mura domestiche.
La violenza si combatte anche dando dignità di persona alle potenziali vittime. È quello che ha fatto Gesù strappando le donne all’anonimato, chiamandole come apostole e discepole. Gesù ha guarito tante donne, le ha accolte, ascoltate, liberate. Ha custodito il loro grido afono per poi restituir loro voce diretta. Le donne non vengono considerate da Gesù secondo parametri patriarcali come mogli, figlie, sorelle. Esse sono riconosciute come persone, amiche, compagne di strada.
Le donne hanno ricevuto tanto da Gesù; ma anche il Messia si è sentito incoraggiato, sostenuto e riconosciuto nella relazione con le donne.

PORTE APERTE
Gesù entrando nella casa di Maria e Marta, due care amiche, ci invita a osservare l’interno della vita di due donne sole, con un fratello malato da accudire. Esse aprono la propria casa a Gesù e ai suoi discepoli, offrendo loro un supporto concreto per la missione. Osservando Maria, seduta ai piedi di Gesù, vediamo la discepola che si apre all’ascolto della parola di vita eterna. Il fatto che sia donna non la discrimina agli occhi del Maestro. Marta dona al Signore ciò che sa offrire: un buon pasto e la sua amicizia incondizionata. Alle due sorelle, come a tutte le donne, è dato il diritto di ascoltare, meditare, studiare la parola di Dio, anche se questo significa andare contro le convenzioni sociali. Gesù non lo fa con grandi proclami, ma attraverso una prassi costante e capillare: entra negli ambienti del vissuto femminile e chiama le donne.
La casa, dove le donne sono state segregate, lontano dalle piazze dove si svolge la storia pubblica, viene visitata dal divino che preferisce semplici dimore a templi o santuari. Gesù ha osato entrare nelle case, ma ha altresì trovato donne coraggiose che hanno osato aprire, uscire, sbirciare fuori per fare entrare la novità di Dio. Una porta aperta indica la capacità di ricevere e di dare. La soglia, che delimita un confine, è la giusta immagine per descrivere la vicenda biblica. La quale non si limita a dischiudere le porte per ampliare i confini domestici, permettendo alle donne di accogliere la novità di Dio; ma, insieme, forza ognuno di noi a vigilare sulla dignità delle donne a partire dalle mura domestiche, fuori dai riflettori. Intere generazioni di lettori sono chiamate a riflettere sulle porte chiuse, che impediscono di vivere appieno nella dignità; su quelle porte chiuse dove si annidano i demoni della violenza e degli abusi familiari.
Esiste un rapporto tra l’invisibilità delle donne nelle chiese e la violenza domestica? Io credo che esista, seppure indirettamente. Impedire alle donne di parlare, di esercitare i propri talenti in ogni ambito della vita pubblica, e in particolare della vita religiosa, non implica solo un riconoscimento parziale della vocazione discepolare. La posta in gioco è ben più alta. Le chiese, incapaci di accogliere vocazioni femminili, ritornano a definire le donne secondo quello status patriarcale che per tanto tempo le ha segregate. Togliendo in tal modo la “differenza” evangelica e appiattendosi sulla logica mondana.
Alla porta delle nostre chiese ci sono donne piene di carismi che non possono mettere a disposizione della comunità. Discepole, missionarie, rifiutate solo perché appartenenti al sesso sbagliato. La storia di queste donne, se da una parte è un invito a lasciarsi riempire dalla novità di Dio, dall’altra è anche una denuncia delle nostre chiusure, una parola-contro che mette in luce le discriminazioni umane, così lontane dall’invito evangelico alla libertà.
Aprirsi alla novità di Dio significa anche saper ascoltare questa voce di denuncia rivolta alle chiese, per abbattere le nostre barriere, i nostri portoni serrati.

(articolo tratto dal n.12 del 2010 di “Mosaico di Pace”)

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