21 giugno 2011, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Una rivoluzione senza testa

di Issa Goraieb

È la forza delle sollevazioni arabe: perché si può fermare un leader, si può indebolire un regime, ma non si può arrestare un popolo

Ci si sbaglia a pensare che, congelando i beni in Europa dei tredici responsabili siriani, l’Ue, che segue in questo l’esempio degli Stati Uniti, abbia condannato alla fame questa combriccola di funzionari e prosperi uomini d’affari, tra cui un fratello e quattro cugini del presidente Bachar el-Assad. O che il divieto di soggiorno inflitto a questi personaggi, impedendo loro ogni accesso alla Costa Azzurra o a Cortina d’Ampezzo, li condanni crudelmente a ripiegare ormai su qualche volgare paradiso polinesiano in cui passare le vacanze. O ancora che l’embargo decretato sulle vendite di materiale antisommossa alla Siria possa seriamente impedirle di fare i suoi oscuri affari con i russi, gli iraniani, i cinesi o i coreani del Nord.

Vale a dire che con un migliaio di morti e 8mila arresti, la repressione esercitata contro i manifestanti in Siria è ancora lontana dal suscitare, da parte delle democrazie occidentali, reazioni comparabili a quelle che, molto in fretta, hanno sanzionato i regimi decaduti di Tunisia ed Egitto. Cotanta pazienza – compiacenza direbbero alcuni – si deve a diversi fattori: il più frequentemente citato essendo, come tutti sanno, questa paura del salto nel buio che implicherebbe la sparizione di un regime, tutt’altro che comodo tra l’altro. Su questo argomento (alibi?) si innesta l’assenza, alla testa della contestazione siriana, di una guida visibile o anche di una qualsivoglia direzione collegiale.

Anche se fosse stato necessario contattare l’opposizione, non avremmo saputo esattamente con chi parlare, lamentano, in privato, le potenze occidentali. È sicuramente vero. Ma contrariamente a quanto si potrebbe scegliere di credere per dormire sonni tranquilli, questa peculiarità non fa che dare ancora più autenticità – e credibilità – a questa sollevazione, ferocemente repressa, per la quale ci si impietosisce in coro, ma da lontano. Nessun leader? Ma allora chi comanda questi terroristi che, stando alle autorità di Damasco, saccheggiano da circa due mesi le città della Siria? Questa rivoluzione senza testa non è al contrario la prova eclatante di una ricerca di libertà e dignità comparsa abbastanza naturalmente nella folla delle rivoluzioni arabe, abbastanza radicata nei diversi strati della società da fare a meno di ogni etichetta o colore?
E non è tutto. Una contestazione senza testa è, per definizione, una contestazione che sarebbe ben difficile decapitare: la terra può inghiottire i morti, le prigioni possono essere al completo, ma è nei cuori e nelle teste che va inevitabilmente a radicarsi la frustrazione di una frangia sostanziale della popolazione.

Il peggio è passato, si felicitava ieri (10 maggio, ndt) la consigliera presidenziale Bouthaïna Chaaban. Forse è vero, militarmente parlando, giacché i carri armati hanno invaso le città, razzie mostruose sono state fatte e che la morsa si è sensibilmente stretta sui manifestanti. Ma anche se deve mantenersi in piedi, il regime esce irrimediabilmente indebolito dalla prova: nella sua autorità interna, che non è riuscita a preservare che ricorrendo a ogni mezzo; indebolito anche, di conseguenza, sul piano delle prestazioni che la comunità internazionale si attende. Tenere testa alle esigenze delle potenze, che si tratti dell’Iran, di Hezbollah o di Hamas? O cedere? L’una e l’altra di queste opzioni richiederanno una salute di ferro

(“Adista Contesti”, n.43 del 28 maggio 2011, articolo tratto dal quotidiano francofono libanese “L’Orient le Jour” dell’11 maggio 2011, titolo originario “Société anonyme”)

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